ELIA CHE SUONA: Obelia

Cantautore romagnolo classe 1996, Elia Che Suona si presenta subito come un artista dalle molteplici qualità: scrive, produce e grafica tutto quello che fa autonomamente. Dopo aver militato per anni nella scena punk, nel 2015 debutta nel cantautorato. “Obelia” è il suo secondo disco e lo colloca già dal primo ascolto nella scena indie pop che ha completamente ribaltato le classifiche nazionali negli ultimissimi anni.
Il titolo “Obelia” è totalmente inventato: in un’intervista Elia racconta che è un nomignolo che gli davano da bambino, per prenderlo in giro perché era sovrappeso. Con un sound pop con influenze anni ‘80, soprattutto nelle tastiere, Elia nell’album ha appunto voluto mettere a nudo le sue paure e le sensazioni che stava vivendo. Proprio per questo il disco è carico di autoironia, che si percepisce in canzoni come “Pesce Blob”, “Batù” e “Low Fai”. Le influenze di Vasco Brondi, Brunori Sas e Calcutta nel modo di scrivere e cantare si sentono e sono apprezzabili. Nell’album però si tratta anche un tema sociale, con il brano “Lucemia”. “Lucemia” è un’eccezione. Racconta la storia di un suo amico di Genova e che per sette anni ha vissuto in un ospedale per combattere la leucemia e del percorso di guarigione che per lui è stato anche un percorso di luce.

(Autoprodotto) Digital

EL V AND THE GARDENHOUSE: Worldwide

Il bolognese El V avrebbe meritato di nascere dall’altra parte del mondo ed oggi sarebbe una reggae star mondiale. El V è in giro da più di trent’anni con la sua carovana di suoni meticci, di musica in levare, di atmosfere sud americane che bussano alla porta e vogliono portarti in strada per festeggiare la vita. Trent’anni che il cantante felsineo ha deciso di imprimere su un cd realizzando una raccolta con le hit di una carriera. Hit riviste insieme a tanti amici e colleghi sparsi per il globo. Così è del tutto naturale sentire Francesca Taverni e Lion Sitte, passando per Il Generale, Hueso Negro, Rootsman I, Cico & Son del Barrio o Sonido Satanas. Un frullato di sonorità ed influenze che parte dall’Italia ma raggiunge con naturalezza Spagna, Brasile, Messico, Germania e Canada. Un viaggio andata e ritorno per un mondo senza frontiere. Un mondo che respira musica esotica, tropical, urban, latina e reggae. El V e i suoi Gardenhouse sono gli ambasciatori dell’amore universale. Se avete un sound system con woofer grandi come una casa, alzate in volume e fate partire “Worldwide”, l’atmosfera diventerà caliente.

(Deepout Records) CD

MIRKO COLOMBARI: In viaggio

Mirko Colombari è un cantautore dell’appennino Reggiano dal sorriso e da una positività contagiosa. Personaggio poliedrico, padre, laureato in giurisprudenza, appassionato di arti marziali, con “In viaggio” arriva al suo quarto lavoro in studio. È un disco piacevole, curato nei dettagli e racchiude tutto quello che la tradizione del cantautorato emiliano ci ha regalato negli ultimi vent’anni, con un’interessante apertura al futuro. Un disco che unisce rock, pop (come in “Cocco Bello”), blues e arriva fino al reggae in “Paese del Sole”, dove Mirko racconta a suo modo la mentalità dell’italiano che vive un po’ alla giornata, circondato da arte, buon cibo e calore umano. Preziosa la presenza di Massimo Varini alle chitarre. Mirko ci racconta la dualità viaggio/radici tra le quali si divide: si sente un cittadino del mondo e vuole che la sua musica non conosca confini, ma in “SS63” celebra la sua terra, e in particolare l’antica Via del Sale dell’appennino Tosco Emiliano, accompagnata da un bellissimo road video. Con “Resto con me” il cantautore di Castelnovo ne’ Monti non delude chi si aspetterebbe una ballad acustica verso la fine di un disco di questo genere. Disco promosso e in bocca al lupo per il futuro!

(Sorridi Music) Digital

CADORI: Emisfero Australe

C’è un filo rosso che unisce Los Angeles, Bologna, Genova e Milano. Qual è? Ovviamente si tratta di “Emisfero Australe”, il nuovo album di Giacomo Giunchedi aka Cadori, prodotto dal musicista bolognese sotto la guida dell’americano Justin Bennett (ex Skinny Puppy) e uscito sotto Sussidiaria Music (etichetta di Daniele Carretti, ex Offlaga Disco Pax) in collaborazione con la lombardo/ligure Cane Nero Dischi. Il disco nasce durante le prove per i live del precedente “Non puoi prendertela con la notte”, periodo in cui Cadori scrive e arrangia i nuovi brani direttamente con gli strumenti utilizzati per il suo set dal vivo (drum machine, synth, chitarra). Undici brani in cui coesistono l’amore per l’IDM nordica e il cantautorato italiano, registrati nell’home studio di Cadori non appena composti, in modo da restituire su disco l’immediatezza e lo slancio creativo della scrittura, utilizzando effettistica applicata direttamente in fase di registrazione, senza post-produzione o utilizzo di plug-in.

(Sussidiaria/Cane Nero Dischi) CD/Digitale

BINGE DRINKERS: A rock‘n’roll odyssey

Nuova uscita discografica per i Binge Drinkers capitanati da Simone Tepedino al basso, nonché voce del trio. Nuova uscita che rimane saldamente ancorata al rock’n’roll della band. Infatti con i Binge non ci si annoia mai. Cinque brani sparati a mille all’ora perché il rock pretende e vuole questo. Testi in inglese, suono energico e birra a fiumi sono le coordinate di movimento della band, che potrebbe calcare palcoscenici internazionali senza sfigurare affatto. La formazione si è stabilizzata, dopo diversi cambi di formazione con Simone Tepedino, Mattia Andreotti (chitarra) e Moreno Vicini (batteria). Nel disco alla chitarra figura ancora Alessandro Benedetti. Tutto questo, però, poco importa, perché quello che conta sono i brani tirati a lucido che ti fanno sperare in un futuro migliore anche se stanno cadendo bombe al tuo fianco. I Binge Drinkers sono i figli illegittimi di Motorhead, Iron Maiden, Ac/Dc, Motley Crue, ZZ Top e Metallica. Sono la festa del rock’n’roll che non accenna a terminare anche quando non c’è più nessuno per far baldoria. Sanguigni.

(Autoprodotto) CD

ATERTRIP: The Wind Between

Esordio discografico per gli Atertrip, formazione modenese già nota a chi frequenta queste pagine. L’ep “The Wind Between”, uscito il 20 settembre scorso su Volcano Records, rispecchia esattamente quello la band definisce come fondamentale fra le proprie influenze, in particolare la passione del quintetto per tutto quello che è psichedelia, alternative rock e soprattutto progressive rock, che è la matrice di riferimento più evidente nella composizione dei brani. Non a caso infatti per questa prima prova è stato coinvolto in fase di masterizzazione Steve Kitch, tastierista dei The Pineapple Thief, uno dei pilastri del progressive rock britannico del nuovo millennio. Appena cinque brani, che però riescono a coprire una buona mezz’ora di musica, che nel concept degli Atertrip rappresentano ognuna un tassello di un percorso di vita effimera e fragile, come la farfalla che campeggia in copertina, metà animale e metà trasfigurata in un albero secco. Un disco per gli amanti del genere, pronti a farsi spazzare via (appunto) dal vento, dal rock, dalla melodia.

(Volcano Records) Digitale

ALPACA MERIDIEM: Ex nocte

Gli Alpaca Meridiem sono un trio stoner rock bolognese, attivo dal 2017. Così come indica il nome del progetto, gli Alpaca Meridiem fanno dell’Alpaca la loro mascotte e figura rappresentativa. Sui loro social infatti le immagini di questo camelide sono persino più frequenti delle foto dei membri stessi. Nel 2019 raccolgono i loro brani in “Ex Nocte”, un ep di 5 pezzi crudi e puri. Il disco si apre con “Clarus Sit”, un brano di 7 minuti e mezzo che racchiude perfettamente l’essenza degli Alpaca Meridiem. Interessante la scelta della lingua italiana per tutta la durata dell’ep. Voci fortemente riverberate, sound vintage ma potente, gli Alpaca Meridiem seguono perfettamente lo stoner rock, ricordando facilmente band importanti del genere come gli americani Torche o i più psichedelici Mars Red Sky da Bordeaux. Il disco si chiude con “Ex Nocte”, il brano più corto del disco, che gli dà anche il nome. Band assolutamente interessante per gli amanti del genere.

(Autoprodotto) Digital

AABU: Abbiamo ancora bisogno di urlare

Gli Aabu sono un quintetto indie rock bolognese e il loro sound è duro, crudo e graffiante. “Abbiamo ancora bisogno di urlare” è il loro secondo disco ed è frutto di una campagna di crowdfunding di successo. Molto chiara e dosata l’influenza de I Ministri lungo tutto il disco, cosa che comunque non pone limiti agli Aabu che in pezzi come “Camilla” (dedicata alla nascita del figlio di un membro della band) e “Abbiamo ancora bisogno di urlare” mostrano un loro lato più minimale e sperimentale. “Confessione” è stato il singolo che ha anticipato il disco parla di un’amicizia finita male e della fiducia che non torna mai forte come prima; parla della prima reazione che si ha in una situazione di rottura, ovvero di autodifesa e negazione. I testi seguono una linea dura, dando coerenza al sound, si percepisce esattamente l’intenzione della band di voler descrivere l’attimo in cui si comincia a reagire dopo essere stati colpiti, e che ti porta ad avere una reazione forte, e come appunto dicono nel titolo del disco e nell’omonimo pezzo che lo chiude, a voler urlare.

(Autoprodotto) CD/Digital

I pensieri dei valutatori: Marcello Balestra

Se nella tua vita sei diventato un produttore, musicista, direttore artistico, editore, discografico, talent scout, manager qual è stata la tua formazione musicale negli anni dell’adolescenza?
Una semplice domanda che nasconde una profonda risposta. Scopriamo insieme cosa ascoltavano e cosa leggevano i valutatori di Sonda.

Mi affido solo all’anima vera di musica e artisti
Quando ero ragazzino e incontravo qualcuno per la prima volta, una delle prime domande reciproche era: “Ma tu che musica ascolti?” Era la fine degli anni 70, ma così anche negli anni 80 e primi 90, anni nei quali si dava per scontato che la musica si ascoltasse con attenzione, come la lettura di libri o la visione di film d’essai. E in effetti era così, la musica era l’argomento per conoscersi e per partire ad elencare gli ultimi dischi comprati, le cassettine registrate dalla radio e i concerti vissuti. Ci si scambiava la musica, prestandosi vinili sperando di riaverli indietro in buono stato. Ricordo che si parlava ore ed ore di ogni genere e specie musicale, senza esporre trofei o scoperte, ma parlando di emozioni e della qualità di canzoni, di artisti e di musicisti. Oggi se non ascolti musica sei considerato come minimo un retrogrado, un pirla, ma se devi dire cosa ascolti diventi in un attimo la Treccani delle sigle, dei nomi, di canzoni orfane di album, ossia di singoli e singoli che sono come zattere per artisti in mezzo all’oceano della musica globale.
Poi fatto l’elenco di sigle e di nomi della musica di oggi, ti accorgi che nessuno approfondisce, nessuno dà un valore emozionale ai brani o agli artisti, tutto perché le stesse piattaforme di streaming ci portano a sentire di tutto senza sosta e senza chiederci altro, se non di seguirli all’infinito, nel loro algoritmo ipnotico, amico e trappola. Una volta il mondo era “finito”, ossia aveva confini e c’erano le aree protette, dove si faceva musica, dove si viveva in musica, dalla cantina allo stadio, ma tutto questo ricordare a cosa serve? L’oggi si racconta con l’oggi, mentre l’altro ieri a mio parere si racconta con gli artisti e le canzoni che sono arrivati fino ad oggi, nonostante l’oggi. Ed ecco che se ti incontro oggi e siamo negli anni 70 ti rispondo che ascolto le canzoni facili come “Ramaya” e “Yuppi du” ma anche Beatles, Stones, Deep Purple, Ac/Dc, Queen, Pink Floyd, Carosone, Dalla, De Gregori, Daniele, Battiato, Bennato, Janis Joplin, Genesis, ossia tutta la musica che si ascoltava in casa Balestra e dintorni, ma ti direi che le mie canzoni preferite erano quelle orecchiabili, quelle che canticchiavo e fischiettavo.
Poi a cavallo degli anni 80 ti direi della passione per il cantautorato italiano, per Dylan, Peter Gabriel, U2, Dire Straits, Prince, Neil Young, Brian Eno, che hanno preso il sopravvento, ma sempre e principalmente per le loro canzoni o musiche più facili. Poi nell’83 nelle vesti di improbabile dj estivo ho preso gusto per la dance fine 70 e inizio anni 80, impazzivo per il funky e poi per la musica di Michael Jackson. Da lì ho iniziato a scegliere e a infilarmi anche in brani secondari, in quelli che devono dire qualcosa anche senza essere tanto pop o top. Salvo eccezioni ho sempre amato più le canzoni che gli artisti, credendo che un racconto vale più del narratore, anche se il narratore fa la differenza con il suo stile e lo riconosci in eterno tra milioni.
Quindi “mi sono fatto juke box” di migliaia di brani senza sposare album, salvo alcuni album che ho vissuto e consumato completamente ancora prima di iniziare a lavorare con Lucio Dalla e sono: “Foxtrot” dei Genesis, “Purple rain” e seguenti di Prince, “Off the wall” e seguenti di Michael Jackson, e “So” di Peter Gabriel, “Terra mia” di Pino Daniele, “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci, “Zenyatta Mondatta” dei Police, “Making movies” dei Dire Straits, “Come è profondo il mare”, “Lucio Dalla”, “Dalla” e “Qdisc” di Dalla, tutti gli album di Mike Oldfield e dei Pink Floyd. Poi iniziando a lavorare nella musica a metà anni 80 ho approfondito la mia attenzione verso il repertorio italiano, sia pop che alternativo. Leggevo ogni rivista musicale e ascoltavo tutte le radio, ma non ho mai colto una tendenza o una linea editoriale, il mio interesse era per l’ascolto di canzoni e artisti. Ho assistito a concerti di ogni genere, ma quello che mi ha cambiato la vita e che ricordo con gioia e memoria palpitante è quello di Prince del 1987 a Milano. Da quel concerto che vidi insieme a Dalla, capii tante cose. La musica che ascolti è tutta utile alla crescita umana ed eventualmente professionale, ma le persone capaci di farti entrare nelle canzoni e nella musica che stanno vivendo, nel mood trascinante e definitivo dell’estasi che stanno provando e che puoi vivere attraverso la musica suonata e cantata con l’anima e il genio talentuoso che gli è stato donato, sono le uniche per le quali ho nel tempo capito e deciso che vale la pena di essere fan o discepolo. Da quel momento avendo a fianco, anzi essendo io a fianco di un mostro sacro come Dalla non facevo certo fatica ad accettare la straordinarietà del suo genio artistico, a subirne il carisma, come quello dei veri grandi della musica mondiale. Il problema era distinguere tra la bellezza e qualità tecnica del miglior repertorio di successo nazionale ed internazionale e la visceralità e la verità di canzoni e artisti di ogni genere e paese.
Anche a causa dell’avvicinarsi al successo di tanti artisti mediamente veri (mio parere), ho deciso di seguire solo le “persone” che facevano capire al pubblico il loro bisogno irrinunciabile di utilizzare le canzoni per raccontarsi per quello che erano, nonostante il business chiedesse loro di mantenere un livello di bellezza commerciale superiore alla verità da raccontare. Questo spiega la mia mancata vicinanza ad artisti intransigenti e puristi, alla ricerca dell’espressione dell’arte assoluta, ma spiega anche il mio amore assoluto per le persone-artisti che utilizzano o hanno utilizzato il linguaggio musicale, testuale, vocale, viscerale, fisico, emotivo, melodico ed umano per far arrivare al pubblico ciò che erano o sono veramente, utilizzando il mezzo musica o canzone per esprimere la loro costante e inarrestabile umanità, densa di tensioni e di intuizioni captate con le antenne di chi è collegato all’universo, ai segnali che arrivano a chi è in ascolto e quindi non solo per esigenze di status, di mercato e di popolarità. In fondo sono sempre stato il fan di nessuno, se non umile ascoltatore di musica e canzoni di chi ha le sembianze di donatore di umanità, di energia, di umiltà e di estro espressi per bisogno e per natura, ad ogni concerto e in ogni momento della loro esistenza. Sì, per lavoro ho ovviamente prodotto anche tanto pop di artisti “normali”, ma un conto è innamorarsi, altra cosa è scegliere per il pubblico, del quale per fortuna faccio parte e grazie a questo sono riuscito a parlare di musica con tutto il pubblico del mondo. Ho comunque imparato ad ascoltare fino all’ultima traccia di tutti, senza avere preferenze o pregiudizi, con l’ambizione di lasciarmi sorprendere dalla normalità e dalla genialità musicale comprensibile a tutti e non quella per pochi eletti in grado di decifrare codici e mondi musicali segreti.

Buona verità musicale a tutti.

I pensieri dei valutatori: Marco Bertoni

Se nella tua vita sei diventato un produttore, musicista, direttore artistico, editore, discografico, talent scout, manager qual è stata la tua formazione musicale negli anni dell’adolescenza?
Una semplice domanda che nasconde una profonda risposta. Scopriamo insieme cosa ascoltavano e cosa leggevano i valutatori di Sonda.

Radio, dischi, riviste, concerti. Ho iniziato a suonare intorno agli 11 anni, spinto da curiosità per questi organi Farfisa che avevano due tastiere, la pedaliera dei bassi e una batteria elettronica con ritmi ed accompagnamenti preprogrammati su diversi generi musicali: samba. cha cha. swing…
Mio padre me ne regalò uno e questo fu il primo strumento della lunga serie che invase la mia camera da allora in poi.
Poi il pianoforte, le lezioni di pianoforte, poi l’Istituto Nazionale di Studi sul Jazz a Parma con Franco D’Andrea (istituto gratuito e pubblico) per imparare armonia. Quindi un percorso fatto di hardware (gli strumenti) e software (la passione, l’interesse, il piacere).
Sicuramente elementi che hanno supportato e alimentato questo amore per la musica, prima come ascoltatore poi come musicista compositore e produttore
sono stati appunto la radio, i dischi, le riviste, e i concerti.
La radio era una radiolina portatile a pile che ascoltavo in terrazza d’estate e i programmi erano solo quelli della RAI. Amavo le canzonette e ricordo “Crocodile Rock” di Elton John, “Sugar Baby Love” dei The Rubettes. Inutile dire che il tipo di selezione e di fruizione era completamente diverso da quello che hanno i giovani ora, vabbè l’ho detto…
I dischi erano proprio i dischi, cioè soprattutto i vinili lp che si compravano in 2/3 negozi a Bologna (negozi che non ci sono più: Nannucci, La coja, La casa del disco) anche se il primissimo 45giri l’ho comprato in un negozio di elettrodomestici sotto casa ed era ‘Come together’ dei Beatles, avevo 8 anni e alla radio avevo sentito questa musica con questi tamburi particolari…e poi ‘Venus’ degli Shocking Blue”, “Chirpy chirpy Cheep Cheep’ dei Middle of the road, ma questa era già del 71. Tutti vinili suonati rigorosamente dal mangiadischi Lesa bianco e rosso portatile e a pile.
Quindi, in ordine: la radio nelle trasmissioni di canzonette della RAI, i 45 giri, poi l’organo, la musica suonata in camera. Dopo andando alle superiori inizio a suonare in un gruppo, vado a vedere i concerti e leggo le riviste specializzate (CIAO2001 anche se più tardi arrivarono Musica 80 e Rockstar e Popster).
Crescendo gli episodi che vorrei fissare sono due. Due concerti gratuiti tenuti nel corso di una rassegna estiva presso il Parco della Montagnola di Bologna, non saprei dire che anno precisamente, ma sicuramente seconda metà degli anni ’70.
Ero proprio un ragazzino e mi meraviglio che mi fosse permesso di uscire così tardi per andare così a zonzo…ma insomma: Enrico Rava e la sua tromba in trio (o in quartetto) e poi un’altra sera Frederic Rzewski con un concerto per piano solo. Ricordo Rzewski suonò alcune variazioni di ‘El pueblo unido, jamás será vencido’ e un pezzo di (credo) Braxton. MERAVIGLIA E STUPORE: Non capivo niente, in fondo non mi interessava sapere niente, solamente ricordo che sentivo la magia che sprigionavano queste esecuzioni e queste musiche, decidendo proprio lì che la musica sarebbe stata dentro la mia vita.
Questo facilitò e confortò il naturale passaggio da ascoltatore a musicista.
Sentire dopo qualche anno la conferenza che Brian Eno tenne nella Sala dei 600 a Bologna fu per me una conferma. Sentire Eno che parlava della assoluta fondamentale importanza della registrazione multitraccia, e del “suonare lo studio di registrazione” era esattamente quello che in quei giorni con Gianni Gitti stavo facendo per registrare il mio disco “18/8/81”. Quella descritta da Eno era per noi una prassi creativa molto istintiva naturale e, insomma, c’eravamo anche noi ed era appunto il 1981 e avevo già 20 anni.
Già dal 1978 suonavo con il Confusional Quartet , a Bologna era tutto veloce in quello scorcio 1978/1981 (suonare in un gruppo e trovarsi adolescente davanti a migliaia di persone in Piazza Maggiore, alla Bussola a Camaiore, in vari palazzetti dello sport e locali in giro per l’Italia), sembrava tutto naturale e sequenzialmente normale.
Ma frequentavo la seconda superiore, anni prima, quando andai al primo concerto che vidi dal vivo: il Banco del Mutuo Soccorso al MAC2 tra Modena e Bologna. Nelle radio arrivarono anche le frequenze delle radio libere, e non si ascoltavano più canzonette, ma si ascoltavano gli Area de ‘La mela di Odessa’, i Suicide di ‘Cherie Cherie’, Vasco Rossi di ‘Albachiara’ e la nostra ‘Volare’ tutte mescolate insieme come se fosse normale.
Oltre le occasioni casuali, sono importanti anche i nomi e le persone. Mio padre che mi comprò i primi strumenti musicali, Stefano che mi fece innamorare nel 73 dei Genesis (disco basilare nei miei ascolti di allora “The lamb lies down on Broadway), e Luca che mi consigliò di ascoltare gli Area e i Suicide. Bang.