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Le scelte dei valutatori: Marcello Balestra

Marcello Balestra segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Iritmo
“Come se”
Il suono iniziale cattura e trasporta e appena arriva il testo insieme alla voce, il tutto prende una dimensione calda, colloquiale, essenziale. Un solo concetto, un momento di tensione emotiva da esprimere e poi tutto si ferma e forse lascia immaginare che ci sia un seguito, una risposta, un altro viaggio. Non importa se ci sarà o meno, l’importante pare sia lasciare il dubbio e la sensazione.
Per far arrivare il testo prima e in modo chiaro converrebbe tenere la voce “all’italiana”, per cui molto più fuori, in quanto in diversi momenti l’arrangiamento prevale e si perde l’intensità di ciò che si sta raccontando.

“Mi sento bene”
Brano che avvicina l’ascoltatore per poi tenerlo a distanza, sia per l’ermetismo del testo che, a parole appare semplice e chiaro, ma a mio parere lo è solo per chi lo scrive, nel senso che non riesce a catturare fino in fondo con un significato tangibile o trascinante. La parte melodica e la struttura aiutano, ma è come se tutto fosse costruito per fare arrivare l’inciso, che però non basta, in quanto l’inciso a mio parere è solo l’inizio di una canzone . Mancano troppi elementi utili per rendere il brano apprezzabile, mentre è apprezzabile lo sforzo di scrivere e di provare a dire qualcosa e a coinvolgere chi ascolta, in una storia ancora tutta da chiarire.
In definitiva lo stile del progetto è chiaro, fatto di brani che sembra lascino la curiosità di riascoltare, ma che rischiano di rimanere troppo poco chiari e non facili da vivere, per cui occorre fare uno sforzo creativo e trovare il modo di rendere più efficace il segnale e il modo di confezionarlo. Occorre fare un lavoro di identità della band, per poi esprimere al meglio ciò che risulti essere.

Roberto Aucello
“Parlami di te”
Brano che parte con convinzione e dolcezza. Ha un sapore apparentemente locale, periferico, non per i riferimenti citati, ma per lo stile di scrittura paesana, sana. Una bella sincerità di scrittura quindi, piena di semplicità, sia in voce che nel testo. L’efficacia della canzone è tutta nella sua natura onesta.

“Bella così”
Una canzone che sa di buono, di “canto quello che mi esce vivendo”, non si sente la scrittura cercata, anche se può sembrarlo, proprio per lo stile già “sentito”. Ci sono frasi forti a livello comunicativo, in un linguaggio elementare ma efficace. La vocalità e l’interpretazione fanno immaginare un bisogno di comunicare storie evidenti, dirette e dolci, senza timore di apparire sdolcinato.

Il suono dei brani e della voce, anche il modo di cantare ricordano tanto una scrittura di altri cantautori leggeri italiani, ma proprio per questo rendono l’ascolto più intrigante, ossia predisposto ad essere sorpresi.
Nell’insieme si percepisce come un progetto frutto di un autore cantante dalla buona sensibilità, rivolta però ad un solo argomento. Da capire come può essere il racconto di altri temi o di altre storie, non per forza d’amore o sentimentali. Comunque buona la costruzione in generale, alla quale può aggiungersi qualche arrotondamento in alcuni punti o qualche accorgimento autorale, utile ad aggiungere un po’ di mistero e di fascino.
Se ci fosse altro da sentire, lo ascolto volentieri.

Animarma
“Nell’Ade”
Una ruvidità di impatto piacevole e solida mi sorprende e mi coinvolge. Un testo che sicuramente vuole urlare ancora di più dell’interpretazione già molto intensa e densa di intenzione e di bisogno di raggiungere le persone e chi non ascolta quello che abbiamo attorno, almeno secondo chi scrive la canzone. Una grinta credibile, trascinante su suoni e affiatamento musicale doc.

“Invisibile”
Brano ancora più evocativo, più trasversale e cantabile nelle sue parole lapidarie e dirette. Buon equilibrio tra voce e ambiente sonoro. Energia da vendere dal primo all’ultimo secondo, trascinante e avvolgente, nonostante sia parte di espressività artistiche forse lontane dalla gente comune italiana.

La vocalità e il canto sono molto convincenti e portatori di messaggi chiari e ben espressi. Testi comunque alti e ambiziosi. Il mondo musicale ha il pregio di essere masticabile trasversalmente uscendo in parte dal genere, per andare verso chi non lo vive tutti i giorni o chi lo ignora. Un buon compromesso tra passato e realtà, con un unico consiglio di provare a rendere ancora più compatto il suono della base sonora, per dare ancora più libertà alla vocalità in ogni fase delle canzoni.
Complimenti e buona musica!!!

Kirayel
“Postcard”
Un fascino che subito coinvolge grazie alla vocalità intrigante, il brano si rende piacevole fino circa a metà percorso, ossia fino a che non rivela la mancanza di una meta narrativa melodica condivisibile o comunque chiara e appassionante. Il brano rischia di addormentarsi su se stesso, non per struttura o per elementi d’arrangiamento, ma per vaghezza probabilmente scambiata per libertà istintiva ed espressiva.

“Sunflower”
In questo brano si apprezza maggiormente la voglia di raccontare con ogni parte del suono , della voce e della melodia, intensità quindi narrativa che coinvolge maggiormente senza diventare lagnosa o troppo ambiziosa. C’è comunque un comunicare leggermente lamentoso, ma che fa genere e fa intensità e ricerca spirituale.

Nell’insieme apprezzo l’intenzione di dare il proprio tempo alla propria musica, al proprio sentire con un fascino di fondo curioso e intrigante, ma suggerisco di essere comunque più concreti in struttura e racconto, asciugando echi e reverberi in eccesso, senza eccedere in partenze e ripartenze, che possono far passare le canzoni di ricerca in genere e canzoni da sottofondo.

Hikari
Ripeto a tutti che non guardo le biografie per rimanere fedele all’ascolto dei brani proposti.

“Above the ground”
Un mondo cupo e ruvido, che alterna intensità volitiva a musica aspra, senza regola e senza curarsi troppo di chi ascolta, l’importante è dire e suonare ciò che si sente. Un brano crudo, non pastorizzato, vero e indomabile, senza targa e senza sosta, di quelli che li rimetti in loop perché non capirai mai se sia un episodio serio o solo un episodio di espressione onesta ma naif, con colori scuri, quasi neri. Il perché essere così elementari in un mondo fatto di ingegneria musicale e strumentale, non è certo facile capirlo se non immaginando che chi si esprime, con testo voce musica e strumenti non si chieda il perché, ma il perché no?

“Selfish”
In questo brano l’essenzialità procede tra accenni a mondi e stili ben precisi e riconoscibili, atti a comporre un disegno nuovo, sia sonoricamente che concettualmente. La sensazione di seguire un filo che non sai dove potrà portarti, troppe le indicazioni per direzioni anche opposte tra loro, ma che alla fine coincidono in un’unica realtà, quella della inconsapevolezza cosciente, di chi esprime senza tempo e senza regole, mondi imprendibili e rarefatti, dove può mancare solo la furbizia, la ricerca spasmodica di qualcosa che potrebbe piacere, che lascerebbe all’ascoltatore il nulla, ma che invece qui è sostituito dal “semplice e curioso”.

La piacevolezza e l’apparente patina ruspante, non nasconde i pregi di questo suonare e cantare quasi a caso, al quale può solo aggiungersi un po’ di facilità melodica e di qualche parola memorizzabile, del resto vale la pena proseguire con pochi compromessi, dando al proprio credo musicale, la precedenza e la profondità necessaria.
Buona divagazione musicale!

Safari Surround
“Migrazioni innaturali”
Parlare di energia può sembrare retorico e banale, ma è proprio l’energia che tiene alta l’attenzione sul significato del brano, che ha voglia di dire tante cose, di denunciare posizioni scomode, realtà forzate, condizioni innaturali, ma presenti. L’insistenza ritmica e ciclica del brano crea quasi un’ossessione, un vortice dentro al quale o si cade o si viene sputati fuori, come oggetti indesiderati, non previsti o non in grado di comprendere la missione o il problema. Tutto è parola e poi infine diventa slogan e melodia, poco spazio per chi ascolta, anche il tempo dall’inizio alla fine è lungo, fino a diventare un piccolo peso da non far ripartire, salvo tagliare qualcosa in coda.

“S.p.e.s.a.”
(Sotto pressione e stress ansia)
Brano coinvolgente dall’inizio alla fine, lo standard delle divisioni e del linguaggio tengono fino in fondo con decisione, ma senza inutili arroganze. Buono il binomio rock rap, la ferocia mansueta di entrambi, ma determinazione massima nel non lasciare il minimo spazio all’incertezza, al ripensamento, al vorrei dire ma dico, bella vocalità e buono l’ensemble. Di sicuro impatto live, con possibili interazioni con media vicini ai linguaggi decisi e qualitativi. Il titolo forse non è ciò che aiuta a memorizzare il brano.
Progetto attuale con l’onere di provare a creare sintesi e melodie di conforto per l’ascoltatore medio, mentre il fan di nicchia vorrà ancora più estremismo.

Le scelte dei valutatori: Marco Bertoni

Marco Bertoni segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Vorrei innanzitutto osservare con vero piacere come il progetto SONDA ha continuato a crescere in questi anni. Evidentemente lavora bene, in una direzione utile ai giovani musicisti e si conferma come l’Emilia sia terra fertile, parlando di giovane musica. Un’altra cosa a mio avviso molto interessante è che a differenza di tre anni fa (dove segnalavo la necessità di una forte dose di autarchia per i giovani che volevano iniziare e provare un percorso nel panorama musicale italiano), alcune cose sono cambiate.
In sintesi, le praterie nel mercato musicale lasciate parecchio libere dalle major (ritiratesi a gestire cataloghi per lo più con titoli stranieri o a gestire gli artisti annuali dei talent shows) finalmente sono utilizzate da etichette indipendenti, ed ecco che il termine indie (cioè indipendente) oggi vuole dire non più una attitudine musicale (con i suoi suoni ecc ecc) ma piuttosto definisce progetti con possibile valenza pop e possibile attitudine al mainstream che sorgono da situazioni non major (e quindi indie).
é giustamente indie la Sugar di C Caselli, e via andando.
Finalmente tornano i tormentoni estivi, finalmente gli spazi di promozione radiofonica vengono aperti anche a progetti, appunto, indie.
E così (che è quello che interessa poi a me) si ri apre la possibilità di uno spazio dove occuparsi di “musica alternativa”, e cioè di quella musica che nasce e cresce non per andare in classifica, ma per esprimere esigenze esistenziali ed artistiche, e che per sua natura si contrappone al mainstream (ne è appunto alternativa).
Poi potrebbe e dovrebbe succedere che dall’alternativo qualcosa venga pescato (molto spesso copiato) e finisca poi sulle tavole imbandite del mainstream. Anche se qui si aprirebbe un discorso sul provincialismo italico e…oddio, sto divagando…dovrei scrivere di artisti che ho valutato nel corso di questi ultimi tre anni di percorso SONDA. Eccoci.

District Line, band
Nel tempo mi sono specializzato nel lavoro con gli artisti (anche se le ultime cose che ho fatto sono poi degli spot commerciali) giovani ed esordienti. Mi trovo bene a svezzare virgulti che se poi crescono come ad esempio è successo con i Bloody Beetroots, possono comunicare anche a tutto il pianeta.
I District Line sono un perfetto esempio di potenziale: tanta inconsapevolezza, giovinezza, disponibilità, una voce interessante e un apporccio alla musica da bravi emiliani, dove mettersi sotto e lavorare non spaventa più di tanto, anzi ci piace. Questi ragazzi mi hanno colpito perchè, nonostante la scarsa qualità delle prime demo, comunque si intravedeva una seria possibilità di crescita sia a livello di scrittura di canzoni che di progetto.
Frequentano (vincendo o arrivando sempre in fondo) vari contest nazionali, a conferma della attitudine positiva. Iniziamo a collaborare e dò una mano alla “confezione” di nuovi brani, il risultato mi sembra assai positivo, e soprattutto sottolineo loro come a livello testuale sia necessario imparare ed utilizzare un PROPRIO linguaggio, dove il loro quotidiano sia cantabile anche da tanta gente.
E la cosa cresce, e se tutto va come deve il 2018 sarà il loro anno.

Mirko Colombari, cantautore
Anche nel caso di Mirko, un elegante e intimo cantautore dall’impronta tipicamente emiliana, mi piace segnalare l’impegno e la costanza che mette nel proprio lavoro. Dai primi provini ascoltati dove a mio parere c’era parecchio da fare, parecchio da mettere a fuoco, si è passati a un nuovo pezzo intitolato “Amsterdam” e si è sentito che qualcosa è successo, che la messa a fuoco era nella direzione giusta e che il lato comunicativo era di molto aumentato. A mio avviso Mirko ha ancora tanto da fare, soprattutto (ed è lì che si combatte e che si vince la “guerra”) dal punto di vista testuale, ma ha messo a punto alcuni aspetti (chitarristici e vocali e melodici) che lo possono portare a un buon livello artistico.

Ylenia Siniscalchi, musicista
Ecco per ultima vorrei citare questa ragazza che è proprio l’ultima (al momento in cui scrivo queste righe) a cui ho fatto il report per Sonda. Mi piace molto parlarvi di Ylenia perchè è una ragazza che , per passione, per fare qualcosa che le piace, ogni tanto si mette lì, smanetta con computer e tastiere, e registra delle sue musiche. Non canzoni, o tracce techno, musiche (con un sapore elettronico essendo musiche che nascono da un lap top). Bene e brava, e per capire il valore e la utilità che io attribuisco al progetto Sonda lascio a lei la parola, dalla sua bio:
Mi chiamo Ylenia, ho 22 anni, sono nata a Crotone e mi trovo a Modena da circa tre mesi. Faccio musica per hobby/sfogo dall’età di 13 anni ma non ho mai studiato o avuto i giusti mezzi, perciò sono autodidatta e ho sempre usato un semplice programma per pc. E’ sempre stata una “cosa mia”, condivisa con pochi o nessuno. Ora però vorrei consiglio sul se e cosa possa fare per sfruttare ciò; non tanto riferendomi alle tracce a cui mi son dedicata fin ora in totale libertà, ma in generale alla minima capacità compositiva che ho, e se quindi possa inserirmi in qualche modo in qualche ambiente.

Le scelte dei valutatori: Carlo Bertotti

Carlo Bertotti segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Oscar di Mondogemello
Ivan e Oscar sono la stessa persona, e sarebbe sbagliato considerare la prima come un’emanazione della seconda. E’ un progetto mono. Monoalbero, monoasse, monoblocco. L’evoluzione di un ex batterista che dopo una vita trascorsa dietro ai tamburi ha imbracciato una chitarra e, accompagnato dalle sue basi e dalla sua drum machine ha dato vita a questa forma particolare, monolitica appunto.
E’ una strada difficile questa, ma così interessante che vale la pena essere percorsa fino in fondo: testi affilati, arrangiamenti essenziali, doppie voci in evidenza e metriche inaspettate. Il tutto in poco più di due minuti, un colpo secco, qualcosa che non ti aspetti. E’ roba ruvida, poco comoda all’apparenza ma con testi mai banali, e chitarre “strappate” sempre in bilico su armonie minimali.
“Il tempo che vuoi” è una delle cose più originali che io abbia ascoltato qui su questo portale.

Marae
A Sonda ascolti gente diversa, chi rimane ancorato al passato, chi si divincola e prova a percorrere strade diverse, chi non sa dove vuole andare ma intanto comincia a muoversi.
E questa è la cosa che preferisco: fare musica nel 2017 è roba per coraggiosi, riuscire a farlo bene è qualcosa che comunque merita rispetto. A prescindere.
Io Gabriele (la voce di Marae) l’ho conosciuto ad uno degli incontri di Sonda, non era nella lista assegnatami da Andrea e Paolo. Ho sentito un suo pezzo, Hangover, e mi ha subito incuriosito. Melodie non convenzionali, arrangiamenti essenziali e soprattutto una voce particolare che non ti aspetteresti mai da uno della sua età: un timbro profondo e poco disciplinato, una forma grezza che meriterebbe attenzioni e cure per poter esprimersi in pieno e al meglio. Ci vorrebbe un produttore, ma di quelli con la frusta. Perché il cavallo in questione è sì di razza ma morde il freno come pochi e per fare questo lavoro oltre al talento servono applicazione e metodo.

Cedar Wyes – Give Vent – Iza Grau
The kids are alright. Sì, i ragazzi, questi ragazzi, stanno bene ma cantano in inglese…
Non amo chi ragiona per partito preso e penso che in musica ci debba essere un’apertura mentale il più ampia possibile ma…
Ma mi chiedo: perché cantare nella lingua di Roger Daltrey quando al 99% sai già che non farai mai un biglietto di sola andata per Londra o le Midlands?
Che poi quando ti confronti con chi usa l’inglese alla fine la motivazione è quasi sempre la stessa: una metrica più accessibile, un suono più addomesticabile…
Ed è un peccato. Perché questi ragazzi ad esempio il loro lavoro lo sanno fare bene.
Cedar Wyes, Iza Grau e Give Vent sono tre progetti molto interessanti e che possiedono senza dubbio buone basi per i rispettivi percorsi artistici.

Cedar Wyes è il progetto di Cedric, sound FM, un timbro originale e una cifra riconoscibile con atmosfere seventies e richiami di french touch.
Un impianto più tradizionale, ma non per questo scontato, è quello dei Give Vent. Di loro mi piace l’uso delle chitarre e lo sviluppo armonico dei brani che ho ascoltato. Un suono compatto ma non invadente con degli echi 90’s che però non suonano datati.

Iza Grau sono invece una band New Wave 2.0 direttamente catapultata nel 2017: una voce potente e suoni super dark a tessere atmosfere che ti fa venir voglia di riascoltare tutti i vinili che avevo comprato da ragazzino.

Le basi, come già detto, ci sono per tutti e tre i progetti. Ora servirebbe solo un piccolo sforzo per cantare nella lingua in cui parliamo tutti i giorni alla gente lì fuori. Che alla fine credo ci capirebbero anche meglio…

Le scelte dei valutatori: Giampiero Bigazzi

Giampiero Bigazzi segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Una delle tante cose che mi piacciono del progetto Sonda è la buona qualità delle proposte musicali. I selezionatori iniziali del Centro Musica, mi attribuiscono, di solito, progetti “di confine”: cantautori “irregolari” e post-rock, profumi di prog e di ambient, world quando capita e spesso musiche strumentali. Il livello è molto buono. Veramente. Non è una frase di circostanza. Alcune volte manca l’intervento di un produttore, che probabilmente arriverà se l’operazione avrà le gambe per andare avanti. Molte altre volte la musica è attraente, ma destinata a faticare se vuol trovare un qualche circuito di diffusione. Ma è in ogni modo confortante che ci siano tanti giovani artisti che ci provano e che lo facciano con positivi elementi di talento e, soprattutto, convinzione.
Faccio questa iniziale considerazione (affettuosa ma un po’ scontata), da anziano operatore della musica, per alleviare l’angoscia di dover selezionare solo tre o quattro band o solisti “(particolarmente interessanti) tra quelli che ti sono stati attribuiti negli ultimi anni”. Cioè: se avessi spazio mi piacerebbe parlare di tutti e non escludere nessuno…

E allora. Riccardo Lolli. Non è proprio un “emergente”, ha alle spalle la collaborazione con Central Unit e di quell’esperienza ha mantenuto i colori dei suoni scelti e un’elettronica minimale e giusta. Ma le sue proposte sono spiazzanti… Sono andato a cercare altri pezzi dal vivo con titoli che già promettono: “Me ne frega”, “Tracotanz”, “Telefonati da solo”, “Apericena”. Testi arguti. “Telefonati da solo” è una specie di manifesto sulla prigionia contemporanea in cui siamo tutti più o meno ridotti. Una certa (voluta) incertezza nel cantare li fanno ancora più forti. Dal vivo poi ha una nonchalance nel cantare le sue canzoni che rende l’operazione ancora più importante. Ci si diverte ad ascoltarlo, e l’ironia gioca con un impianto musicale che invece appare “serio”, contornato da un leggero low-fi. E’ una bella alternativa alle canzoni fotocopia oggi in circolazione.

Chameleon Mime. La curiosità è venuta subito fuori… e già vederli così tanti è una bella cosa. La musica è un mix di tante contaminazioni. C’è il sapore trascinante dello swing, ma poi si sentono molte influenze. Il camaleonte, appunto. Coinvolgente è il ritmo che sprizza energia e gioia. Funzionano il canto a due voci (femminile e maschile) e anche i cori. Accrescono l’idea della banda, del lavoro collettivo, ed è una bella impressione. Piacevole anche il miscuglio di lingue differenti. Dal vivo hanno la forza che ti dà una situazione di divertimento come una strada piena di gente che li ascolta. Quindi la scommessa è mantenere la stessa energia, lo stesso “tiro”, gli stessi sentimenti nella registrazione. Continuando a suonare insieme si porrà poi il problema di trovare maggiore originalità rispetto a un “modo” che non dovrà essere un limite. Ma per il momento funziona.

Infine (e mi spiace finire…), Il Conte Trio. La formazione è già in partenza intrigante: un trio messo bene. C’è una effettiva ricerca sull’originalità dei suoni (aspetto molto rilevante che spesso viene sottovalutato).
Qualche melodia mi ricorda un po’ qualcosa di Bandabardò, ma non è un male… il “già sentito” in questi casi aiuta. Tecnicamente giusti, si sente che ci sono esperienza e capacità. Gli arrangiamenti (cioè il ruolo e la tessitura degli strumenti) sono messi bene e le strutture sono interessanti.
Lavorandoci, forse, ci sarà bisogno di qualche approfondimento: quella che si chiama “produzione”. Anche negli arrangiamenti. Ma si sente che si divertono a suonare. Buoni anche i testi. Raccontano cose che si fanno ascoltare.

Finisco qui?… no, dài, ho ancora un po’ di spazio. E quindi transigo alle ferree indicazioni e vi segnalo brevemente un po’ di altra bella gente, fra quella che mi è capitato ascoltare.

E allora… Moorder (tuba, trombone e basso insieme sono una bella – e coraggiosa – scelta.); Babel Fish (impostazione post e alternative-rock, strano effetto: mi ricordano cose di Durutti Column); Axe & Eugene (minimalismo, positiva sintesi, nell’affollamento sonoro che ci circonda); Le Foto Di Zeno (folk, o nu-folk, che gira bene); Hard Weather (sulla via Emilia come stare in un pub a Dublino).
Due proposte “frizzanti” e ironiche: Macola E Vibronda (composizioni “leggere” ma con sapori originali) e Feat. Esserelà (primo premio per il nome e buon progressive). Elettronica valida e non scontata: Emmanuele Gattuso (scenari sintetici che confinano con il rumore); Fabio Zaccaria (efficaci colonne sonore senza film); Biasanot (belli scuri ed evocativi). Segnalo anche Supernovos e Canaja: classico prog e rock, rock, rock: e che poi non si dica che amo solo le musiche tranquille…
E per finire (e questa volta chiudo sul serio), all’opposto: Paolo Buconi (straordinario violino… diciamo che è un po’ una specie dei “fuori quota” in questo contesto); Francesco Trento (nell’eterno pianeta del pianoforte); Misticanza (musica di confine: mescolanze fatte con sapienza).

Ecco qui. Cercateli e ascoltateli.

Le scelte dei valutatori: Gabriele Minelli

Gabriele Minelli segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Un breve doveroso preambolo: stilare graduatorie non è esattamente il mio mestiere, né tantomeno una pratica che mi renda particolarmente felice esercitare. Ovviamente di tanto in tanto si rende necessario farlo; ma, soprattutto in questo caso, prevalgono comunque il piacere e la curiosità di avere a che fare con i ragazzi, tante piccole realtà che credono fermamente nella propria musica e che mi danno la possibilità di confrontarmi con il “paese reale” là fuori. Veniamo ora alle scelte.

Her Skin
Senza ombra di dubbio la cosa migliore ascoltata in questi anni di Sonda! Sara è una songwriter già formata, che non ha il timore di nascondere le influenze che guidano la propria scrittura. Il fatto che si ispiri a un repertorio, quello dell’indie folk soprattutto di matrice americana, e che è uno dei miei preferiti, è solo incidentalmente un altro plus. Con il nome d’arte di Her Skin Sara ha già alle spalle un piccolo catalogo di pubblicazioni indipendenti, che mette in mostra la capacità di scrivere piccoli solidi gioiellini che si reggono sui suoni acustici di chitarra ed ukulele e sulle carezze melodiche della sua voce. Sarei molto curioso, e lei già lo sa, di sentirla alla prova anche con l’italiano, per vedere “l’effetto che fa”; e mi piacerebbe anche che decidesse di esplorare altre strade a livello di arrangiamento, magari arricchendo i vestiti delle sue canzoni e sviluppando i frammenti melodici che emergono solo di tanto in tanto tra le loro pieghe. Decisamente una bellissima scoperta, che non vedo l’ora di gustarmi dal vivo e che mi auguro non resti “confinata” ai soli palati del pubblico più indie.

Barone Lamberto
Un’altra sorprendente realtà che sicuramente saprà trovare lo spazio che merita. Kheyre, con il suo progetto Barone Lamberto, è riuscito a sintetizzare una patchanka al tempo stesso tribale e urbana. Immaginatevi Vinicio Capossela che incontra Caparezza, alla fine di un percorso partito dall’elettronica fatta con macchine e pc e che arriva a un disco intriso di sudore e canzoni pensate per essere suonate sul palco. Barone Lamberto è un progetto solido, credibile e ispirato, già pronto per il test del pubblico: Kheyre è addirittura stato così bravo e lungimirante da pensarlo già in vesti differenti, dallo studio al live alla versione busking! L’ho già consigliato ad alcuni promoter, e per me resta una scommessa su cui investire per chi lavora in maniera capillare con la musica live. Il consiglio che tuttavia mi sento di dargli è di cercare costantemente una strada, soprattutto a livello di arrangiamenti, che sia contemporaneamente moderna e personale, al fine di evitare di sembrare il figliol prodigo (o derivativo) di altri artisti.

La Convalescenza
Una band di 5 elementi molto coesa e tecnicamente ineccepibile. Anche in questo caso i riferimenti e le ispirazioni sono molto definite, e collocano La Convalescenza a pieno diritto in quel panorama musicale di band italiane che hanno saputo mescolare il post punk con le derive del metal e talvolta del grunge, e che hanno dominato i nostri palcoscenici dalla seconda metà degli anni ’90 in avanti. Io spingerei ulteriormente, e senza remore, sul fronte del minimalismo, asciugando le liriche e allontanando qualche eco decadentista di troppo, che con queste sonorità rischia di suonare eccessivamente “già sentito” e anche un po’ datato. L’attività live è cruciale e deve sicuramente aiutare i ragazzi ad affinare il proprio linguaggio e la scrittura di brani, che hanno comunque di base una solidità e un’espressività a livello di performance già molto a fuoco. Il loro ultimo ‘singolo’ Zeno mi sembra già andare nella giusta direzione, e di sicuro altri ne arriveranno.

Plastic Light Factory
Anche in questo caso parliamo di una band, di un trio per la precisione, che non solo non fa mistero delle proprie influenze, ma le sbandiera persino in biografia. Già dal primo ascolto si capisce immediatamente come ci si stia muovendo entro confini stilistici d’Albione, e specificamente quelli del paisley pop: PLF sono giovani ma per nulla sprovveduti, e l’estrema fedeltà ai canoni del genere, insieme a un songwriting già molto maturo e qualitativamente di alto livello, hanno attirato immediatamente le attenzioni dei media di settore, da Rockit a MTV che li ha premiati come Artisti del Mese del settembre 2016. A mio avviso la sfida è proprio nell’essere capaci, piano piano, di allontanarsi dai lidi sicuri del genere cui la band si ispira. La provocazione che ho lanciato ai ragazzi è stata proprio questa: a partire dalla scelta dell’inglese, che nel loro caso regge e gira sufficientemente bene ma che comunque li relega ad essere una band “di genere”, fino ad arrangiamenti e produzioni, la strada da intraprendere è quella del diventare il più possibile personali e identificabili, per imporre magari la definizione di sound “alla Plastic Light Factory” invece che di una band che “suona tipo un altro gruppo”.

Le scelte dei valutatori: Daniele Rumori

Daniele Rumori segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Non è stato molto semplice scegliere chi citare per “Le Scelte dei Valutatori”. Questo perchè, fortunatamente, il livello delle cose che ho ascoltato in questo triennio di Sonda mi è sembrato davvero molto alto. Ho avuto a che fare con tanti gruppi di buon livello, soprattutto per quello che riguarda la capacità di scrittura. Allo stesso tempo, però, quasi sempre ho notato dei problemi per quello che riguarda la qualità delle produzioni e delle registrazioni dei brani che mi sono stati sottoposti. Spesso si pensa che avere la possibilità di registrare tutto in casa sia un enorme vantaggio. Purtroppo, invece è esattamente il contrario. Ho ascoltato troppe cose che magari potevano avere un buon potenziale ma che sono state rovinate da registrazioni “fai da te” di bassissimo livello. Per questo vorrei ricordare a tutti, e soprattutto alle band composte da più elementi, che è sempre meglio non avere troppa fretta prima registrare, e di farlo preferibilmente in uno studio vero!
Comunque, tornando a noi, non ho avuto assolutamente dubbi nel voler citare per questa rubrica prima di tutti Davide Bosi. I suoi brani sono quelli che più mi hanno impressionato di tutti quelli che ho mai ascoltato a Sonda. Davide ha una capacità di scrittura davvero super, le sue canzoni sono originali, ben eseguite ed ottimamente registrare. Ballate catchy e sperimentazioni sempre azzeccate. Non solo, andatevi a vedere i suoi video: impeccabili come tutto il resto. Difficile, in generale, trovare prodotti italiani di questo livello, incredibile se si pensa che Davide ha solo 22 anni. Nonostante mi sia trovato di fronte a dei brani quasi perfetti, la sensazione è che Bosi non abbia per niente espresso tutto il suo potenziale.Talento vero. Spero davvero che i miei colleghi valutatori di Sonda, che nella vita sono produttori, discografici ed editori, gli diano una chance.
Un altro talento è sicuramente Giack Bazz. Anche lui singer/songwriter, anche lui capace di scrivere ottime canzoni e di eseguirle alla perfezione. Il tutto supportato da una voce fantastica che il ragazzo riesce a sfruttare al meglio. Si sente che ha qualcosa da dire, e riesce a farlo molto molto bene. Quando ho ascoltato per la prima volta la sua “Childhood dream” sono rimasto semplicemente folgorato. Un pezzo bellissimo ed emozionante, nella migliore tradizione dell’indie rock americano con cui sono cresciuto. Anche lui meriterebbe un’opportunità.
Un altro cantautore che mi ha impressionato è certamente A Tallboy. Il ragazzo ha un dono che hanno in pochi: riesce a scrivere ballate semplici ed essenziali, di quelle che rimangono in testa e non se ne vanno.
Ascoltatevi anche una sola volta la sua “Living in a Car” e vi ritroverete a fischiettarla senza accorgervene anche a giorni di distanza…
Infine, menzione per due bands. Prima di tutto Dea Dea, bravi a realizzare dei brani freschi e ben fatti in italiano, cercando di dire la loro nell’attuale scena musicale in modo originale e senza scimmiottare modelli troppo ingombranti. Tutto molto spontaneo e diretto, sia per quello che riguarda la musica che i testi. C’è davvero del buono. Se dobbiamo dirla tutta, il loro lavoro è, forse, un pochino acerbo. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una band molto giovane. La strada intrapresa è quella giusta.
Non sono acerbi, anzi danno l’impressione di aver ascoltato tanti dischi i Saint Lawrence Verge. Non si tratta di un gruppo che nasconde i propri riferimenti: la loro musica sembra un vero atto di amore verso la scena new wave/post-punk britannica degli anni 80. La loro “Wings of Oblivion” è una delle canzoni migliori che ho ascoltato attraverso Sonda. Ascoltatela, sono 5 minuti e mezzo strepitosi. E ve lo dice uno che di solito fa fatica ad ascoltare brani che durano più di 3 minuti…

Le scelte dei valutatori: Roberto Trinci

Roberto Trinci segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

I Due Bugiardi
Ascoltando i brani risulta evidente che il progetto potrebbe avere buone possibilità di inserirsi nell’attuale mercato indipendente (penso a Picicca, Garrincha, Tempesta). L’originalità e l’approccio musicale al passo con i tempi sono senz’altro i punti di forza (e penso che il “live” possa essre coinvolgente e divertente). Un rischio che vedo è la ricerca della battuta a tutti i costi, il che è molto pericoloso perchè non c’è niente di peggio che un comico che non fa ridere. Come consiglio mi terrei più sull’ironia e sul surrealismo che sul battutismo vero e proprio. Comunque nel complesso una proposta interessante che lascia la curiosità di ascoltare altro materiale.

Na Isna
Fin dal primo ascolto devo dire che sono rimasto colpito molto favorevolmente.
L’incrocio tra canzone d’autore e rock è qui molto matura ed elegante.
Direi che questo progetto è certamente all’altezza dei migliori esponenti del genere e l’unica cosa necessaria è mantenersi fedele all’idea originaria senza cercare scorciatoie verso il mercato.
Il genere è ultimamente inflazionato ma chi ha le capacità di questa band ha il dovere di provarci. Gli inizi saranno magari un po’ duri ma continuando a crescere su questa strada penso che non mancheranno strutture interessate a lavorare con voi su questo progetto.

I Segreti Di Charlotte
Le due canzoni che ho ascoltato sono ben scritte. Sull’esecuzione si può senz’altro fare meglio in quanto è fin troppo minimale (ma va detto che questo spesso non rappresenta un problema).
Mi sembra di poter dire che ci sono tutte le possibilità di entrare in quella scena neo-cantautorale piuttosto attiva di cui si parla da tempo (dente, brunori, appino, dimartino)
La strada da seguire mi sembra quella della canzone Cecilia.
A questo punto il mio consiglio è di concentrarsi sul live, è solo così che ci si può procurare un reale pubblico. Poi etichette, editori e manager vengono dopo.
Una volta creato un repertorio che si mantenga su questi livelli il percorso potrebbe farsi interessante.

Giovanna Dazzi
Una cantautrice brava lontana dai difetti spesso riscontrabili nel cantautorato femminile (soprattutto una eccessiva concentrazione sul proprio ombelico). Giovanna scrive da tempo canzoni che in un mercato discografico normale troverebbero tranquillamente il loro posto nelle programmazioni radiofoniche. Solo l’attuale sovraffollamento di produzione e parallelamente il concentrarsi delle majors da una parte sui talent e dall’altra sui fenomeni indie o hip-hop già emersi fa sì che produzioni di questo tipo non abbiano la diffusione che meriterebbero.
Inoltre anche l’interpretazione è misurata e malgrado si tratti in fondo di pop italiano i richiami al mercato internazionale e alla tradizione rock e blues è sempre riscontrabile.
Certamente un nome da tenere d’occhio.

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band 50th anniversary

Dopo l’esperienza nel 2016 con “I Giardini del Duca (Bianco)”, concerto tributo a David Bowie nell’anno della sua scomparsa, anche nel 2017 il progetto Sonda è stato invitato a replicare con un nuovo tributo nella cornice dei Giardini Ducali di Modena, all’interno della rassegna I Giardini d’Estate 2017. Anche se per fortuna, anziché l’occasione di omaggiare un artista venuto a mancare, il pretesto è stato quello di festeggiare un compleanno: quello dei 50 anni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, album chiave della carriera dei The Beatles e pietra miliare della musica pop. Dei tantissimi artisti iscritti a Sonda che hanno risposto alla chiamata, sono quattro quelli che sono saliti sul palco il 22 Luglio per suonare i loro brani originali e una cover dal disco dei quattro baronetti.

giulia olivariBNlowGiulia Olivari, ha scelto “She’s Leaving Home”
Cantautrice nata e cresciuta a Bologna, nel 2015 avvia il suo progetto solista e con il brano “Riso & Sangria” raggiunge la finale nei premi Bianca d’Aponte e Pierangelo Bertoli. Accompagnandosi con la sua chitarra, si muove in equilibrio tra la canzone d’autore e cantautorato pop.

 

 

edspotifyfanlowEd ha scelto “When I’m Sixty-Four”
Creatura musicale e alter-ego del modenese Marco Rossi, ED fa musica da solo o come band dal 2008, e ha all’attivo 4 album e 2 EP, oltre a decine e decine di date in Italia e all’Estero. Il suo cantautorato pop venato da atmosfere dream pop si richiama alla musica britannica degli anni ’60 e alla scena musicale americana degli anni ’90.

 

 

giack bazzBNlowGiack Bazz ha scelto “With a Little Help From My Friends”
Cantante, autore, polistrumentista, il modenese classe ’94 Federico Giacobazzi è un vero e proprio vulcano musicale: oltre al suo progetto solista, con cui propone un indie rock di matrice americana e che ha dato alle stampe l’album “Childhood Dream”, milita infatti anche nelle band Peter Piper e ZiqqurHat.

 

 

marschbnMarsch hanno scelto “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”
Quartetto riminese formatosi nel 2012, portano sul palco un alternative rock italiano energico e dalle tinte cupe, fatto di chitarre ruvide e ritmiche potenti. Hanno all’attivo un EP omonimo e un album (“Sul fondo delle acque”, 2015), oltre a decine di concerti in tutta Italia.

I live di Sonda visti da voi: Aabu

Aabu

Festa della Musica, Modena – 24/6/17. Main guest Les Enfants

AabulowLa “Festa della Musica” è ormai un appuntamento consolidato nel tempo. Suonare in occasione di questa ricorrenza è sempre un punto d’arrivo e di partenza. Gli Aabu, band bolognese che fa parte della scena di giovani band con testi in italiano e rock nelle ossa è stata chiamata per esibirsi in occasione della “Festa della Musica” a Modena: “Suonare in piazza è come suonare in un NON locale. Il NON locale per eccellenza. Le persone ti vivono con leggerezza, magari di fretta, con un orecchio chiuso e la bocca piena di parole. Ma quando vedi che qualcuno si ferma… Ecco. Quella è una conquista!”. Alla “Festa della Musica” può capitare di non conoscere chi suonerà come nome di punta ma questo non deve scoraggiare nessuno, nemmeno gli Aabu: “Gli headliner li conoscevamo poco. Solo di nome. Solo perché un paio degli Aabu guardano X Factor. Non troppo in linea con il nostro approccio alla musica, ma sicuramente interessanti da ascoltare”. Alla “Festa della Musica” non c’è un gestore da convincere o da amicarsi ma una piazza da riempire di musica: “Suonando in piazza non abbiamo dovuto confrontarci con nessun gestore, se non i proprietari degli stand. Di certo hanno ascoltato il concerto, visti i complimenti, direi che gli è anche piaciuto. I fonici sono stati molto in gamba a starci dietro. Con i Les Enfants solo un sorridente “Ciao- Ciao”. Il “mestiere” dell’apripista è un duro lavoro, perché quasi tutti aspettano di vedere il nome di punta, però a volte può succedere quello che non ti aspetti: “Il pubblico è stato decisamente attento e partecipe. Suonando in piazza ci aspettavamo solo un viavai di gente intenta a mangiare… Invece siamo riusciti addirittura a vendere qualche cd dopo il concerto. Uno l’abbiamo regalato a un bambino che ha ballato tutta la sera e ha inventato coreografie meravigliose sui nostri pezzi”. Inoltre, da queste esperienze si ritorna a casa sempre con un episodio da ricordare e raccontare: “Un aneddoto memorabile c’è stato. Durante il soundchek il proprietario del ristorante dietro al palco è venuto a lamentarsi con noi per i volumi con cui stavamo provando. Erano circa le 18.30. Alla fine del concerto è venuto a farci i complimenti!”. In occasioni come la “Festa della Musica” l’importante è anche divertirsi magari rimanendo in zona per ascoltare chi si esibirà dopo: “Scesi dal palco siamo rimasti ad ascoltare gli headliner, bevendo una birra e passeggiando tra gli stand della manifestazione. Ci siamo poi spostati per le vie del centro per vedere anche gli altri artisti presenti”. Insomma, la “Festa della Musica” è tutto questo ed altro ancora e gli Aabu c’erano.

I Live di Sonda visti da voi: Beggars on Highway

Beggars On Higway

Freakout Club (Ass. Perpetual Stain) 3/3/17. Main guest The Freeks

beggarsonhighway1low“Non era la prima volta che aprivamo il concerto di una band piú grossa”, ci racconta Mattia, chitarrista dei Beggars On Highway: “Grazie al nostro ultimo album ‘Onion Eaters’ siamo riusciti ad aprire il concerto di Phil Campbell, chitarrista dei Motörhead e mio personale eroe. Abbiamo condiviso il palco anche con i Duel, dei texani veramente incredibili compagni di etichetta dei The Freeks”. Ed è proprio nel bolognese Freakout Club che la band hard rock di Parma ha incontrato la formazione losangelina capitanata da Ruben Romano (Fu Manchu, Nebula). “Personalmente non conoscevamo la band fino a quando non ci è stata proposta la data, ma dopo pochi ascolti abbiamo capito che la serata avrebbe funzionato. Il pubblico ha risposto bene, ricevere complimenti a fine concerto da gente sconosciuta ti rende sempre felice, riceverli poi da chi ha suonato nei Fu Manchu ancora di piú!”. Un’affinità che non si è fermata solo alla musica, forse aiutata anche da uno strano caso di somiglianza: “Siamo rimasti al locale a bere coi ragazzi dei Freeks fino alla chiusura del locale”, prosegue Mattia, “E ricordo Ruben Romano cercare sul suo telefono la foto di un certo Scott Votaw, a detta sua il mio sosia che aveva suonato con lui nei Fu Manchu agli albori. La somiglianza era effettivamente palese, solo che io ho 25 anni e quella foto era stata scattata una ventina di anni prima!”. Nati nel 2010, i Beggars On Highway hanno all’arrivo un EP (“Hard, Loud and Alcoholic”, del 2012), un full lenght (“Onion Eaters”, del 2015) e sono attualmente al lavoro su un nuovo album che contano di registrare nel corso dell’anno: nuovi brani molto rock ma molto meno “standard”, che uniscano un carattere fresco ai canoni tipici del rock’n’roll, con l’obiettivo di raggiungere un pubblico sempre più ampio. “Parlare di band underground è sempre lodevole, personalmente se leggendo queste righe anche solo 10 persone che non ci conoscono andassero ad ascoltare la nostra musica sarebbe tutto di guadagnato”. E voi cosa aspettate? Andatevi a cercare i Beggars On Highway su YouTube e Spotify!