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Intervista doppia: Emidio Clementi e Jonathan Clancy

EMIDIO CLEMENTI

Massimo-Volume_01Emidio Clementi è da sempre la voce e il basso dei Massimo Volume. Un’esperienza artistica che negli anni 90 ha dato al panorama del rock italiano una nuova spinta propulsiva. Da quel periodo i Massimo Volume ne sono usciti decisamente vincitori, continuando a sfornare dischi e progetti. Emidio non si è mai adagiato sugli allori, prendendo di volta in volta nuove sembianze, da scrittore ai Sorge (ultima creatura musicale). Parlare con lui è sempre un piacere.

 

 

Ti ricordi il giorno in cui hai deciso di suonare pensando magari di farla diventare una vera e propria occupazione a tempo pieno?

“No, non c’è un giorno preciso nel quale ho pensato che suonare sarebbe diventata la mia professione. All’inizio era una situazione a livello amatoriale, poi mi sono reso conto che suonare, andare in studio e provare, riempiva le mie giornate ed ho capito che stava diventando la mia vita. Non c’è mai stata una voce che dentro di me mi diceva che sarei diventato un musicista, piuttosto sono state una serie di circostanze e di momenti che l’hanno fatto succedere”.

Quindi a un certo punto hai pensato che tutta la tua vita sarebbe ruotata attorno alla musica.

“Il mio non è un lavoro fino in fondo. Riesco a vivere di musica nel momento in cui esce un disco e faccio concerti. Per esempio, in questo momento che stiamo scrivendo il nuovo album, devo trovare altre soluzioni per guadagnare da vivere. Il mio è sempre stato un lavoro temporaneo. Insieme alla musica ho sempre fatto anche altro”.

Perché sei arrivato a Bologna?

“Sono giunto a Bologna perché c’ero già stato un paio di volte per vedere dei concerti e avevo un paio di amici che vivevano in città e per me era il centro del mondo che nel 1985 potevo raggiungere. C’era una scena, mi piaceva molto come città ed era viva. È vero che c’erano anche New York, Berlino o Londra ma per me era decisamente più difficoltoso raggiungerle e viverci. Bologna era quello che volevo e quello che cercavo”.

Quando ti sei stabilito in città sei rimasto contento della tua scelta?

“Ho avuto un periodo piuttosto lungo d’ambientamento. Dopo circa un anno dal mio arrivo avevo già il mio giro di amici e cominciavo a sentirmi a mio agio”.

In questi anni Bologna com’è cambiata?

“Innanzitutto sono cambiato io, quindi il mio sguardo nei confronti di Bologna è cambiato di conseguenza. Non posso fare un paragone sulle diversità rispetto al passato. Ogni città vive delle stagioni in cui si percepisce più energia rispetto ad altri momenti e questo è un mio pensiero abbastanza fatalista. Bologna, comunque, rimane una città molto vivace, io non la cambierei con Milano o Roma perché alla fine non credo che queste metropoli diano più opportunità”.

Quando hai letto la prima recensione del demotape dei Massimo Volume cosa hai provato?

“Esattamente non me lo ricordo. Se ci penso mi viene in mente l’emozione di leggere qualcosa sul lavoro che avevamo fatto. Leggere una opinione esterna sui nostri brani ci ha fatto sentire più adulti”.

Una band è costruita sui rapporti personali di ogni componente che a volte possono sfociare nell’amore o nell’odio. Come si sopravvive a una band?

“Non lo so’ proprio. L’altro giorno stavamo provando e a un certo punto, tra un pezzo e l’altro, ho detto che è quasi contro natura stare insieme per 25 anni, pensando che non ci riesce l’amore e non ci riescono le coppie. Alla fine, al di là di un grosso affetto che c’è tra di noi, credo che ognuno dei Massimo Volume ci tenga in maniera particolare a quello che facciamo e al nostro suono. Questo ci ha fatto superare i momenti di incomprensione che abbiamo avuto”.

Se pensi a “Stanze”, il vostro primo lp del 1993, cosa provi?

“Provo mille emozioni. È un disco che per alcuni versi sento distante, però rappresenta la mia e la nostra giovinezza. Ricordo una grande insicurezza e una grande presunzione. Da una parte, il fatto che non eravamo un gruppo di genere, ci rendeva particolare ma ci faceva sentire un poco isolati, quindi una sorta di insicurezza unita alla presunzione che pensavamo di cambiare la musica non solo in Italia ma nel mondo”.

Fermo restando che non essendo un gruppo di genere avete poi creato un genere.

“Sì è vero, anche noi abbiamo creato molti mostri”.

C’è un brano di cui vai particolarmente fiero?

“Non voglio essere presuntuoso, ci sono diversi brani cui sono particolarmente affezionato. Potrei dirti “Le nostre ore contate” da “Cattive abitudini”, una canzone che ogni volta che riascolto mi piace molto e credo che tutti quanti abbiamo lavorato per renderlo un brano speciale. Però, per le stesse ragioni, potrei anche dirti “Il primo Dio” da “Lungo i bordi” del 1995”.

Quindi ti succede di riascoltare i vostri dischi?

“Tutto insieme non così spesso, però un brano ogni tanto mi capita di sovente. Quando lavori a del nuovo materiale è utile capire se ci siamo lasciati qualcosa alle spalle, qualcosa che abbiamo dimenticato e che adesso potrebbe servire. È utile riascoltare il passato. Se i brani non li riascolti magari anche tu ti fai una idea basata sui luoghi comuni che è sbagliata. È un esercizio perfino gratificante, perché se penso a questi anni vedo sempre un grande momento di impasse in cui non riesco mai a trovare la frase giusta, mentre riascoltare i dischi e sfogliare i miei libri mi porta a pensare che in fondo qualcosa di buono l’ho fatto anch’io”.

Negli anni è cambiato il tuo metodo di scrittura?

“Difficile dirlo, forse c’è un pizzico in più di comprensione e di sentirsi meno isolati nel mondo, in un scrittura che rimane comunque drammatica. Negli anni avverto sempre meno disagio rispetto agli inizi”.

Ci si accorge quando un brano che può diventare un successo?

“Sì, quando lo riascolti tra una prova e l’altra. Per noi i brani che hanno funzionato di più sono stati proprio quelli che ognuno di noi, in solitudine, riascoltava prima ancora di finirli. Un campanello che ci diceva che quel pezzo avrebbe funzionato”.

Emidio Clementi è un musicista, scrittore, cantante, insomma diverse sfaccettature della stessa persona. Però alla fine tu chi sei?

“Credo di avere una certa sensibilità e poca tecnica. Penso di essere un artista che ha trasformato i suoi limiti in opportunità. Creando uno stile personale”.

Tu cosa ne pensi dei talent musicali?

Non ho niente contro i talent. Quest’anno che a X Factor c’era Manuel (Agnelli N.d.R.) l’ho anche visto con curiosità. Non credo che lo scopo di questi format sia quello di formare dei nuovi artisti. Mi sembra che alla fine i partecipanti siano un po’ abbandonati a se stessi. Forse per essere più sincero dovrebbe essere più spietato. Sbagli una nota, ti cade addosso un secchio di vernice”.

Tu faresti il giudice?

“No, non credo, non mi ci vedo in quel ruolo. Dovrei pensarci”.

Un tuo consiglio per chi oggi decide di cantare o suonare?

“Deve avere lo scopo di creare qualcosa che gli piaccia, senza preoccuparsi di chi ascolterà le sue canzoni. In pratica essere se stessi e originali. Ti accorgi sempre quando hai tra le mani qualcosa che può funzionare e che potrebbe avere un pubblico”.

Artisticamente parlando c’è una cosa che ti sei pentito di aver fatto?

“No, direi di no. Forse avrei riscritto dei pezzi e qualche disco è sicuramente meno riuscito di altri, però è giusto che in una carriera ci siano anche dei passi falsi, la rende più umana. Servono anche gli sbagli”.

Qual è il disco meno riuscito dei Massimo Volume?

“Credo che sia “Club privè”, perché le mie linee vocali non funzionano e perché cercavamo una strada che non era la nostra. Sentivamo l’esigenza di cambiare ma lo abbiamo fatto in maniera troppo impulsiva. Col senno di poi è stato anche un passo utile, perché abbiamo capito che c’erano sentieri che non dovevamo percorrere. Rimane comunque un disco incostante”.

JONATHAN CLANCY

His-Calncyness2Partiamo dall’inizio: cosa ti ha fatto avvicinare alla musica, come hai iniziato a suonare e cosa ti ha spinto a continuare?

Sono stato fortunato, in casa sin da piccolo giravano dischi di Marvin Gaye, Neil Young, Al Green, Louis Armstrong, David Bowie, Leon Russell e Van Morrison… Direi che è tutto partito da lì, grazie agli ascolti di mia mamma. Sin da subito ho provato un’attrazione fortissima per la musica, soprattutto a livello live, e così a 16 anni è partito il primo gruppo del liceo che poi son diventati i Settlefish. Sono spinto a suonare ancora dalle stesse cose che provavo da ragazzino, mi rende felice e tramite la musica posso viaggiare tantissimo non da “turista”.

Come vivi la scena bolognese, e quanto credi che questo abbia influenzato la tua musica? Quanto c’è del Canada e quanto di Emilia nella tua musica, secondo te?

Sicuramente gli anni dell’adolescenza in Canada hanno cementificato la mia passione per il rock: in quegli anni usciva il grunge, l’alternative americano… Bologna è stato però il punto di contatto con tutto quello che era underground, i concerti al vecchio Link, tutte le band viste al Covo, all’Atlantide, al TPO. Ho avuto la possibilità di vedere qualsiasi cosa e soprattutto saltare da un ambito all’altro.

Come è cambiato se è cambiato, il tuo rapporto con la musica prima della notorietà con Settlefish e A Classic Education? E come ha influenzato il tuo modo di lavorare come His Clancyness?

Non è cambiato in nessun modo. Ogni volta cerco, anzi cerchiamo visto che dipendo anche dalle altre persone della band, di fare qualcosa che sia il più possibile personale. Sicuramente crescendo lasci da parte molte influenze, le mastichi meglio, ti senti più sicuro di rischiare e fare qualcosa di diverso.

Con gli His Clancyness avete pubblicato da poco un nuovo LP “Isolation Culture”: qual è secondo te il maggiore passo avanti in questo album rispetto a “Vicious”, e come mai avete aspettato tanto tempo prima di fare un nuovo album?

Abbiamo aspettato tanto tempo semplicemente perché per due anni siamo stati costantemente in tour e difficilmente riusciamo a scrivere durante i concerti. Abbiamo bisogno di staccare completamente, trovare nuovi stimoli. Il nuovo disco penso sia molto diverso, soprattutto perché è l’unione di 4 persone, Giulia, Nico, Jacopo e Jonathan. Ci siamo influenzati a vicenda, abbiamo discusso sugli arrangiamenti e soprattutto suonato oltre 160 concerti assieme. Lo sento come un album più a fuoco, più denso.

Cosa ti ispira nello scrivere le tue canzoni, in generale? E quali sono state le tue maggiori ispirazioni per i brani di “Isolation Culture”?

Viaggiare, quasi sempre è quello il primo stimolo. Spesso guardando dal finestrino del furgone mi vengono in mente pezzi di testi, idee, riflessioni sulla serata prima… Isolation Culture nasce da lì, dalla banalissima osservazione di dove va a finire tutto il sapere che accumuliamo, tutte quelle nozioni che poi non condividiamo… Il vivere la cultura in maniera isolata e solitaria, condividere magari solo la parte banale e superficiale. Volevamo che fosse un disco senza pause, da immersione completa.

Sei riuscito a ottenere ottimi risultati proponendo un genere musicale e uno stile che sicuramente non è facile in Italia, anche perché in inglese. Quali pensi siano stati i tuoi punti di forza?

Sicuramente il fatto di aver viaggiato così tanto, e di aver visto tantissime situazioni diverse. Lavoriamo tantissimo, scartiamo tante cose e dobbiamo essere tutti molto convinti per pubblicare qualcosa. Forse anche il fatto di non guardare ai confini… Non ci interessa fare distinzione tra suonare a Catania, Monaco, Belgrado o Austin. Pensiamo siano tutti posti importanti e vogliamo che la nostra musica ci arrivi, per quanto possibile.

Dal momento che vivi da un po’ di tempo nella scena indipendente italiana: com’è la situazione? Migliore o peggiore di quando hai iniziato a suonare? Qual è lo “stato di salute” della musica indipendente in Italia?

In superficie, abbastanza “terribile”. Ai concerti va sempre meno gente e se ci va, è per le cose grosse, sicure, confortanti, in “italiano”, senza pensare troppo. Questo ha creato secondo me un divario gigantesco, il pubblico si è decisamente “assopito” e non ha troppa curiosità. Detto ciò, forse proprio in contrapposizione c’è una scena underground viva come non mai, gruppi e artisti che letteralmente spaccano e girano il mondo e hanno anche qualche piccolo riconoscimento fuori dai confini. Non ho mai ascoltato così tanta musica Italiana come nel 2016!

Con tutti i tuoi progetti hai sempre ottenuto buoni riscontri all’estero: quali differenze, nel bene o nel male, hai potuto vedere tra il modo di vivere la musica e la discografia dentro e fuori dall’Italia?

Non so… Potrei risponderti con tutte le banalità del caso, che spesso sono vere: “fuori è più facile”, “il pubblico è più caldo”, “si vendono più dischi”, “i promoter sono più attenti”, “ti senti trattato veramente come un musicista”. Però poi alla fine che senso ha? Io abito qua, in Italia, e comunque suono tantissimo e cerco costantemente di portare il mio contributo organizzando concerti, festival e via dicendo. Penso sia meglio fare delle cose in contrapposizione che lamentarsi. Non c’è quello che vorresti, prova in piccolo a crearlo.

Cosa ti colpisce quando ascolti una canzone che ti piace?

Sicuramente l’aspetto emotivo.

Qual è per te la tua canzone più bella, o a cui ti senti più legato, e quale la più brutta?

Al momento “Pale Fear”, dall’ultimo album. Più brutta… mmm… ce ne sono tante (eh eh)! Sicuramente alcune delle prime cose, non amo troppo risentire “Slash The Night” da Vicious ma agli altri nella band piace molto.

Un consiglio per un musicista emergente che vuole fare musica in Italia nel 2016?

Per quanto possibile fare qualcosa di personale, farsi veramente una analisi profonda… “sto facendo qualcosa che non è 100% uguale all’ennesima band di Brooklyn o Londra? Posso portare dentro la mia musica, anche se è un genere distante, qualcosa delle mie radici?”.

E un consiglio per un musicista che punta all’estero per far conoscere la propria musica?

Confrontarsi subito con realtà piccole fuori dal proprio paese, non pensare che la musica possa diventare un lavoro.