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Le scelte dei valutatori: Carlo Bertotti

Carlo Bertotti segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Oscar di Mondogemello
Ivan e Oscar sono la stessa persona, e sarebbe sbagliato considerare la prima come un’emanazione della seconda. E’ un progetto mono. Monoalbero, monoasse, monoblocco. L’evoluzione di un ex batterista che dopo una vita trascorsa dietro ai tamburi ha imbracciato una chitarra e, accompagnato dalle sue basi e dalla sua drum machine ha dato vita a questa forma particolare, monolitica appunto.
E’ una strada difficile questa, ma così interessante che vale la pena essere percorsa fino in fondo: testi affilati, arrangiamenti essenziali, doppie voci in evidenza e metriche inaspettate. Il tutto in poco più di due minuti, un colpo secco, qualcosa che non ti aspetti. E’ roba ruvida, poco comoda all’apparenza ma con testi mai banali, e chitarre “strappate” sempre in bilico su armonie minimali.
“Il tempo che vuoi” è una delle cose più originali che io abbia ascoltato qui su questo portale.

Marae
A Sonda ascolti gente diversa, chi rimane ancorato al passato, chi si divincola e prova a percorrere strade diverse, chi non sa dove vuole andare ma intanto comincia a muoversi.
E questa è la cosa che preferisco: fare musica nel 2017 è roba per coraggiosi, riuscire a farlo bene è qualcosa che comunque merita rispetto. A prescindere.
Io Gabriele (la voce di Marae) l’ho conosciuto ad uno degli incontri di Sonda, non era nella lista assegnatami da Andrea e Paolo. Ho sentito un suo pezzo, Hangover, e mi ha subito incuriosito. Melodie non convenzionali, arrangiamenti essenziali e soprattutto una voce particolare che non ti aspetteresti mai da uno della sua età: un timbro profondo e poco disciplinato, una forma grezza che meriterebbe attenzioni e cure per poter esprimersi in pieno e al meglio. Ci vorrebbe un produttore, ma di quelli con la frusta. Perché il cavallo in questione è sì di razza ma morde il freno come pochi e per fare questo lavoro oltre al talento servono applicazione e metodo.

Cedar Wyes – Give Vent – Iza Grau
The kids are alright. Sì, i ragazzi, questi ragazzi, stanno bene ma cantano in inglese…
Non amo chi ragiona per partito preso e penso che in musica ci debba essere un’apertura mentale il più ampia possibile ma…
Ma mi chiedo: perché cantare nella lingua di Roger Daltrey quando al 99% sai già che non farai mai un biglietto di sola andata per Londra o le Midlands?
Che poi quando ti confronti con chi usa l’inglese alla fine la motivazione è quasi sempre la stessa: una metrica più accessibile, un suono più addomesticabile…
Ed è un peccato. Perché questi ragazzi ad esempio il loro lavoro lo sanno fare bene.
Cedar Wyes, Iza Grau e Give Vent sono tre progetti molto interessanti e che possiedono senza dubbio buone basi per i rispettivi percorsi artistici.

Cedar Wyes è il progetto di Cedric, sound FM, un timbro originale e una cifra riconoscibile con atmosfere seventies e richiami di french touch.
Un impianto più tradizionale, ma non per questo scontato, è quello dei Give Vent. Di loro mi piace l’uso delle chitarre e lo sviluppo armonico dei brani che ho ascoltato. Un suono compatto ma non invadente con degli echi 90’s che però non suonano datati.

Iza Grau sono invece una band New Wave 2.0 direttamente catapultata nel 2017: una voce potente e suoni super dark a tessere atmosfere che ti fa venir voglia di riascoltare tutti i vinili che avevo comprato da ragazzino.

Le basi, come già detto, ci sono per tutti e tre i progetti. Ora servirebbe solo un piccolo sforzo per cantare nella lingua in cui parliamo tutti i giorni alla gente lì fuori. Che alla fine credo ci capirebbero anche meglio…

Incontri con i valutatori 2018

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri, rivolti principalmente e musicisti e gruppi musicali, sono aperti a tutti.
Si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; tutti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

• sabato 24 febbraio 2018, dalle 14 alle 18
Incontro con Roberto Trinci (direttore artistico Sony/Emi Music Publishing); Luca Fantacone (direttore marketing Sony Music); Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); Marcello Balestra (produttore-editore musicale).


• sabato 24 marzo 2018, dalle 14 alle 18
Incontro con Giampiero Bigazzi (produttore discografico, musicista); Marco Bertoni (produttore, musicista); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia); Carlo Bertotti (produttore, autore).

Gli incontri si terranno presso l’Off all’interno del polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

Un’età di mezzo – Carlo Bertotti

1525R-89014Vivo un’età di mezzo. E non è solamente una questione anagrafica ma qualcosa che ha più a che fare con il senso di provvisorietà, con il non ritrovarsi più con i tuoi luoghi, le tue sicurezze.
È una cosa che è successa a poco a poco. E se all’inizio la identifichi con un momento di crisi, poi la riconosci dal fatto che come te la vedono in tanti. E in tanti non riescono a trovare più le coordinate di sempre.
Di musica ho vissuto per anni, una passione irrazionale che poi è diventata anche lavoro. Un periodo in cui ho capito che qualsiasi cosa avessi fatto di differente nella vita non sarebbe stato lo stesso.
Poi quella stessa vita ti cambia le carte in tavola e arriva il giorno in cui capisci che devi comunque fare una scelta che ti porta altrove. Spesso è una questione economica, altre volte la fine di un sodalizio. Ma sempre più spesso ad un certo punto ti accorgi che vivere di musica nel terzo millennio è diventata cosa difficile, per certi versi impossibile.
Amici, musicisti, fonici, produttori. Una e più generazioni di addetti ai lavori falciata dagli eventi degli ultimi anni, arata da globalizzazione, internet e rivoluzione digitale.
La musica più di altro ha pagato. E pochi là fuori realmente hanno afferrato questo evento nella sua gravità. Perché quando si perdono per strada le idee, la progettualità, l’istinto e la grazia, una parte di noi si congela e non vive più.
La gente ormai pensa che la musica sia qualcosa di dovuto, un arredo, un contorno. Perché pagare per vedere un film? Per leggere un libro? Per ascoltare musica? In Rete c’è tutto e non costa nulla. Io ricordo librerie e negozi di dischi pieni di gente che sfogliavano avidamente copertine e booklet. Album che riunivano gente diversa tra loro o che diventavano bandiere di un movimento. Una cosa probabilmente incomprensibile per tanti, troppi millennials.
Perché oggi i ventenni aspettano spazientiti il loro turno, che per altro ai trentenni è regolarmente già stato negato e ai quarantenni è già sfuggito di mano.
Si vive di apparenza (che non è quella degli anni 80, si badi), la socializzazione pialla ogni forma di contrasto e originalità mentre una comunicazione smisuratamente veloce ci toglie capacità di reazione intima, autonoma, viscerale.
Pretendiamo qualcosa che non sappiamo neanche che forma abbia e non ci accontentiamo più del poco perché troppo poco pensiamo di aver fino a qui ricevuto.
Siamo prede di noi stessi, perché anch’io in questo momento scrivo su un Mac mentre controllo la posta elettronica o l’ultima asta su Ebay.
Un’età di mezzo. Perché quella musica che ben ricordo mi manca tanto. E non parlo dei concerti vissuti su un palco o delle sessioni di registrazioni in sala quando suonare era una professione . Ma di quelle note che ascoltavo nei solchi dei vinili che faticosamente ma regolarmente riuscivo a comprare ogni settimana da New Kary o da Buscemi qui a Milano.
Probabilmente bisognava farci una rivoluzione per questa cosa.
Si è scesi in piazza per nazioni lontane o per come facciamo l’amore, si è protestato per torti subiti da dissidenti e si sono fatte barricate per negare l’altrui esistenza.
Ma mai nessuno ha reagito con tutta la rabbia che sarebbe stata necessaria per rivendicare quella parte così importante che ci è stata portata via pezzo a pezzo.
Un giorno, durante un incontro con i ragazzi del Centro Musica a Modena ho detto loro che mi sembravano dei guerriglieri, soldati giapponesi che si nascondono nella giungla perché la loro guerra non è ancora finita. Ecco, se ce ne fosse qualche centinaio in più di questi Jedi della Stratocaster o del Minimoog allora certi orizzonti sembrerebbero meno opachi. O quantomeno ascolterei musica migliore alla radio.

Incontri con i valutatori 2017

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri, rivolti principalmente e musicisti e gruppi musicali, sono aperti a tutti.
Si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; tutti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

• sabato 18 marzo 2017, dalle 14 alle 18

Incontro con Carlo Bertotti (produttore e autore); Giampiero Bigazzi (produttore discografico, musicista); Luca Fantacone (direttore marketing Sony Music).

• sabato 25 febbraio 2017, dalle 14 alle 18

Incontro con Marcello Balestra (produttore-editore musicale); Marco Bertoni (produttore, musicista);  Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia).

Gli incontri si terranno presso l’Off all’interno del nuovo polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

Il produttore artistico devo proprio chiamarlo? #2 (C.Bertotti)

INGCHYSS0290“C’era una volta il produttore artistico. Così come c’era l’arrangiatore, il paroliere e i cosiddetti “turnisti”… Poi sono comparsi Linn 9000, Atari e il magico protocollo MIDI: da allora, per chi voleva fare musica, tutto è diventato più democratico e accessibile. Una mezza rivoluzione, che come tale, ha purtroppo lasciato sul terreno anche un patrimonio ineguagliabile di esperienze e professionalità.

Molti figli dei giacobini di allora, oggi fanno musica senza sapere granchè di musica, arrangiano a orecchio un tanto al chilo e sulla carta d’identità hanno scritto ‘produttori’. Tanto quando vai in comune a farla, la carta d’identità, alla voce professione puoi dire qualsiasi cosa. È gratis. Oggi è difficile spiegare cosa dovrebbe essere un produttore artistico, è un ruolo come l’ala destra: di Causio o Sala in giro non ce ne sono più da tempo… Però conosco artisti che con il tempo sono diventati produttori di sé stessi. Gente con i controcoglioni che però, una volta conclusi i mix, si è spesso tormentata per un risultato che, in qualche modo, non rispettava le esigenti aspettative del proprio ego oppure più banalmente, faceva imprecare per le quantità smisurate di Malox assunte durante la lavorazione di un progetto troppo ‘sentito’, indispensabile e imprescindibile.

Quando devi elaborare o mettere a fuoco delle canzoni dandogli forma e identità è molto difficile riuscire a farlo su materiale che hai pensato tu fin dalla prima stesura. Sei condizionato, magari ti innamori di un arrangiamento che in realtà penalizza il brano in questione, non sei imparziale e questo pregiudica la visione obiettiva che più occorrerebbe in questa fase del lavoro. Il produttore ascolta delle canzoni, conosce chi le ha scritte, cerca di comprendere quali siano le coordinate attorno cui muoversi, le interpreta e immagina una forma e un indirizzo da dare all’intero progetto.

Non si limita a ‘vestire’ una serie di canzoni ma ipotizza un universo di riferimento. Uno spazio che NON è solo sonoro, ma è anche e soprattutto una messa a fuoco, la ricerca di un’identità, una conferma di quella precedente o un sovvertimento totale. Ho lavorato con diversi professionisti in questo ambiente: tecnici esperti, specialisti di ogni genere musicale, geni del marketing, tutta gente comunque competente in materia di tendenze e suoni. Ma in realtà in vita mia ho lavorato soltanto con due veri e propri “produttori”: Carlo Rossi e Roberto Vernetti. Entrambi piemontesi, entrambi geniali, entrambi fermi e irriducibili nelle loro convinzioni. Due fuoriclasse della musica con un’attitudine e un talento fuori dal comune.

Sono stato fortunato. Con Roberto ho potuto sgrezzare e affinare la conoscenza del suono. Da Carlo ho imparato la sintesi e l’armonizzazione fra l’elemento umano e la musica. Ho lavorato con Carlo Rossi a Revigliasco nell’inverno del 2005. C’eravamo conosciuti qualche mese prima a Torino ed erano bastati pochi minuti per capire che era una persona con la quale volevo lavorare. Facevo musica da tanti anni e gli ultimi due album pubblicati con la Bmg Ricordi ce li eravamo prodotti da soli (come predico bene e razzolo male io, nessuno mai…). Carlo ha riportato le lancette dell’orologio a cinque anni prima. Abbiamo lavorato nella sua casa-studio per tre mesi passando dalle ultime giornate di fine estate alle prime nevicate di inizio dicembre. I brani che sembravano già praticamente pronti per la stesura definitiva sono stati destrutturati, spogliati e privati di tutto ciò che non fosse strettamente essenziale. La cosa non era prevista, inizialmente non capivo e osservavo fra l’inquieto e il sorpreso, ma quando abbiamo riascoltato il materiale in quella forma così scarna tutte le convinzioni maturate in fase di scrittura e pre-produzione si sono automaticamente dissolte.

Carlo ci aveva posto di fronte a una semplice questione: che canzoni avevamo scritto? Quali e soprattutto quanto ci piacevano? Non veniva messo in discussione il genere o la qualità degli arrangiamenti. Semplicemente si voleva concentrare sull’essenza del nostro lavoro: il significato di 4 minuti di parole e musica. La fase successiva è stata intensa, faticosa ma soprattutto gratificante. In due mesi abbiamo riscritto praticamente tutti gli arrangiamenti, dalle ritmiche alle parti di orchestra. Carlo era lì, in maniera discreta ma tremendamente efficace: la notte buttavamo giù materiale su materiale, al mattino lui arrivava, rifiniva, tagliava e il pomeriggio ci si confrontava assieme.

Oggi, a distanza di tempo, credo sia il disco che suoni meglio tra tutti quelli che ho avuto la fortuna di scrivere e pubblicare. Grazie di tutto Carlo, è stato un vero onore”.

Le parole dei valutatori: Carlo Bertotti

untitled“Tricarico qualche anno fa ha scritto che la musica lo aveva salvato.

Ecco, in qualche modo potrei dire la stessa cosa: negli anni in cui la politica era ancora un ideale, quando indossare certi capi di vestiario o frequentare un certo locale determinava la tua appartenenza ad una data “tribù” la musica mi ha salvato. Dalle botte, dalla noia, dalla famiglia, dal conformismo.

Il concetto di “fare musica” negli ultimi decenni è cambiato radicalmente. Fino alla fine degli anni ‘80 si scriveva musica e si suonava, con un gruppo o da soli, in sala prove o in cantine umide.

Amplificatori, chitarre e synth si avvicendavano a seconda dei generi e i punti di riferimento erano artisti che hanno fatto la storia della musica e non intuizioni da un album e via come spesso accade nel terzo millennio.

La musica si comprava, non si rubava. Un album in uscita di un artista di cui eri fan lo assaporavi settimane prima e quando lo avevi tra le mani consumavi la copertina rileggendoti i crediti e guardandoti le foto a loop.

Dai novanta in poi la tecnologia ha determinato una frattura: da una parte chi ha continuato a fare musica come prima, dall’altra chi ha cominciato a usare le infinite possibilità di computer e campionatori per emanciparsi e creare in autonomia il proprio progetto. Tutto normale: qualcuno direbbe evoluzione della specie anche perché questa nuova impostazione di lavoro ha permesso l’affermazione di artisti di caratura mondiale.

Peccato però che le derive di questa “democrazia tecnologica” abbiano portato alla nascita di una modalità di fare musica del tutto differente. Quando ho cominciato a sentir dire a giovincelli trendy che la sera andavano a “suonare” in un locale armati di una borsa piena di cd e un paio di vinili ho capito che c’era un problema.

Faccio un distinguo: i deejay non sono una categoria da mettere all’indice. Qualche pezzo che senti alla radio non è neanche malaccio, per carità. Ma non venitemi a dire che un cappellino da baseball calcato all’incontrario sulla capoccia, un paio di tatuaggi, un mixerino e la borsa di cd che ti porti a tracolla fanno di te un musicista. Perché non è così, la musica è altro, scrivere musica è altro. Caparezza ha scritto “più stratocaster e meno dj”. Ecco, appunto.

Un giorno, nei primi anni ‘90 un mio caro amico discografico mi raccontò che un membro di un importante gruppo della mia stessa etichetta (gente che vendeva ai tempi parecchi album) gli aveva detto che avrebbe voluto scrivere una colonna sonora. Figo. Peccato che non sapeva neanche cosa fosse una nota, il suo mestiere nel gruppo presso cui militava consisteva nel far girare cd su cui l’altro tipo rappava. Ha anche tentato in seguito una carriera solista durata lo spazio di una stagione, forse meno. Mi sono sempre chiesto perché qualcuno avesse tirato fuori soldi per una minchiata epocale come quella, ma in questo Paese funziona così, anzi funzionava così perché adesso hanno finito i soldi.

Ho cominciato a seguire giovani artisti quando ho smesso di stare su un palco, ci si scrive, si confrontano idee e si danno consigli. Poi ognuno segue il suo istinto.

Ma a chi vuole fare musica oggi, a chi crede che la cosa lo faccia stare bene suggerisco un’unica cosa: prendete quello che vi serve, vestiti, strumenti, un po’ di soldi. Salutate a casa e prendete il primo aereo con destinazione a piacere. Il nord Europa, l’Australia, gli Usa, dove c…. volete ma andatevene di qui.

In Italia non si può fare. Non esiste la benché minima possibilità che ce la possiate fare. Potete avere il talento più cristallino, le idee più innovative, un carisma monumentale ma nulla vi salverà dall’indifferenza e dalla frustrazione ma soprattutto dall’insipienza di chi la Musica la dovrebbe proteggere e far crescere. Guardatevi da discografici, manager, direttori “artistici”, impresari, da chi lavora nelle radio, dai pennivendoli e imbrattacarte di chi scrive di musica e non ne sa nulla.

Quelli bravi hanno smesso da tempo oppure hanno lasciato da parte entusiasmi e ideali e pensano che dopotutto c’è ancora un mutuo da pagare o una ex moglie da mantenere.

Io non credo in un Paese dove le etichette più importanti investono ormai quasi unicamente su chi esce da un talent show.

Non credo a promoter che propongono date a rimborsi spese ridicoli o spesso inesistenti.

Non credo alle radio che fatturano cifre da capogiro grazie alla pubblicità e trasmettono musica da rincoglioniti.

Non credo più ad un Paese che non protegge un bene fondamentale come la cultura.

Pochi giorni fa una mia amica mi ha detto che gli hipster sono i mod del nuovo millennio. Volevo ammazzarmi perché probabilmente aveva ragione e questo spiega tutto.

Ma per questa volta metto da parte i barbiturici e soprassiedo: ho un mutuo da pagare e una ex moglie da mantenere anche io.

Ps: rileggendo queste righe sembra abbia un conto aperto con rap e hip hop. Niente di più sbagliato. Dai De la Soul ai Beastie boys la lista di chi fa bene questo mestiere è lunga. Anche in Italia. Un esempio: Salmo.

Una spanna sopra tutti”.


Carlo Bertotti
Autore, produttore e musicista, inizia la propria attività nei primi anni ’90 come compositore di musiche per cortometraggi e pubblicità. Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi), e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le Peuple de l’Herbe), Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).

Le scelte dei valutatori: Carlo Bertotti

Carlo Bertotti

bertotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GRAZIA CINQUETTIcinquetti
Una curiosità. Nomen omen: Grazia Cinquetti, non poteva che chiamarsi così.
Il lavoro di Grazia è indubbiamente una delle cose migliori che mi è capitata di ascoltare su Sonda. In “Anima e Corpo”, uno dei brani che ho ascoltato, si intrasentono Sakamoto e certi accordi di “emersoniana” memoria. Credo che Grazia sia un’artista che dovrebbe insistere sulla strada della ricerca cercando di non cedere a richiami troppo pop. Se riuscisse a dimenticare di essere italiana nel suono, senza quindi cedere alla tentazione del bel canto fine a se stesso, se si accorgesse fino in fondo che nel suo caso la voce è solo uno strumento che deve imparare a gestire rompendola e manovrandola, allora credo possa veramente fare cose importanti.

 

 

SESTO PROJECT
sesto projectSesto Project è un progetto indubbiamente interessante, che se “miscelato” e sviluppato bene in futuro potrebbe regalare al gruppo diverse soddisfazioni. In particolare si sente una maniera differente di approcciarsi alla costruzione dei pezzi: un modo intelligente di pensare una musica adatta sia al dancefloor di un club che a live veri e propri. Ascoltandoli istintivamente richiamano echi di Fatboy Slim o di Underworld e già questo è un buon punto di partenza! Nei loro brani a volte sembra di essere di fronte ad un remix: è una caratteristica particolare che andrebbe sfruttata di più. Non ricercano a tutti i costi la forma-canzone classica e se dovessero riuscire a far convergere tutta l’energia e gli spunti che emergono dai provini ci sono le premesse per un progetto decisamente originale.

 

ANIMAL FARM PROJECT
animalUn gruppo con delle idee, e questa, guardandosi attorno nel panorama delle band italiane, è già una notizia!
Una scrittura dei brani con un respiro quasi internazionale con un lavoro originale sulle armonie e con delle linee melodiche mai scontate. Un immaginario sonoro che spazia dai Sigur Ros ai primi Morcheeba con ampi margini di miglioramento soprattutto se in futuro volessero cimentarsi con l’italiano. Un’unica considerazione su questo punto: in Svezia, Francia, Olanda e Belgio vengono scritti e prodotti pezzi in inglese con un sound simile. In Italia invece non conosco molti gruppi che abbiano uno stile e un suono così e che cantino in italiano. Che dite? Speriamo non si perda un’occasione…




Carlo Bertotti
bertottiAutore, produttore e musicista, inizia la propria attività nei 
primi anni '90 comecompositore di musiche per cortometraggi e pubblicità.
 Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui 
scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. 
Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani
 (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi),
 e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e 
Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le Peuple de l'Herbe),
Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).

 

 

 

I valutatori: intervista a Carlo Bertotti

Carlo BertottiAutore, produttore e musicista, Carlo Bertotti inizia la propria attività nei primi anni ’90 come compositore di musiche per cortometraggi e pubblicità. Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi), e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le peuple de l’herbe), Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).

 

Hai iniziato la tua carriera come musicista, proseguendo poi anche come produttore, a metà degli anni ’90. Per quanto siano passati (relativamente) pochi anni, il mercato discografico è radicalmente cambiato: qual è stato secondo te il cambiamento più importante?
“Sicuramente la trasformazione più profonda è stata quella digitale, con la conseguenza che la musica online ha decretato la morte del sistema musicale, almeno in Italia. La realtà purtroppo è che il download selvaggio ha ammazzato soprattutto gli artisti più giovani, che fanno più fatica a emergere perché non c’è modo di investire su di loro ma si punta su personaggi più consolidati e quindi economicamente sicuri”.

Quindi non credi che la diffusione delle nuove tecnologie abbia avuto anche degli influssi positivi sulla scena musicale?
“Certamente è anche vero che con la tecnologia che abbiamo a disposizione ora c’è più ‘democrazia’, quella degli ultimi anni è stata una sorta di piccola rivoluzione digitale. Ci sono meno possibilità economiche ma contemporaneamente ci può esprimere più velocemente e con poche risorse”.

Quindi se dovessi consigliare un artista su come muoversi per pubblicare un album o approcciare un’etichetta discografica, nel mercato di oggi, cosa gli diresti?
“Difficile rispondere. Molto dipende dal tipo di repertorio dell’artista. Fondamentalmente però a chiunque consiglierei, anche se sembra vecchio stile, di lavorare tantissimo sul live: suonare ovunque e il più sovente possibile, farsi conoscere, far crescere il proprio pubblico e acquistare solidità sul palco. Nonostante il web e i social network, il live conta ancora molto”.

Un approccio molto legato alla “realtà”, piuttosto che ai media e alla promozione.
“Il fatto è che negli artisti che mi capita di incontrare, sia in Sonda che altrove, vedo spesso ottime intuizioni ma poca forza di volontà. Il problema dei nostri giorni, in Italia come altrove, è che la televisione e il sistema dei talent show hanno bloccato il mercato, sia per i musicisti che per le major discografiche. Sembra che la gavetta sia sostituibile con una partecipazione a X Factor o Amici, ma ovviamente non è così”.

Quali sono le cose che ti colpiscono di più, quando ti trovi davanti un brano da valutare?
“Scrittura testi e composizione musica. Questa è la base da cui bisogna partire, quello che ci deve per forza essere, altrimenti manca il materiale. Poi le eventuali intuizioni sugli arrangiamenti”.

E hai mai sbagliato, qualche volta nel fare le tue valutazioni. Che ne so, qualcuno che hai bocciato come incapace e poi si è rivelato essere un successo.
“No, che io ricordi no. Nessun caso eclatante, almeno. Certo degli errori ne ho fatti anche io: per esempio ho fatto un errore di valutazione durante la promozione del primo album dei Delta V. Una cosa apparentemente piccola ma che alla fine ha influito pesantemente sulla carriera del gruppo. A volte capita…”.

Negli anni hai avuto modo di lavorare sia con indipendenti che major. Quali credi siano le differenze e i punti di forza (o anche di debolezza) delle une rispetto alle altre?
“Ognuna ha le sue peculiarità. La promozione delle major aiuta tantissimo in settori come radio e televisione, ed elargisce chiaramente dei budget per il recording cost molto più interessanti. Le indipendenti invece lavorano meglio sulla stampa specializzata, e hanno (o comunque avevano) persone più libere mentalmente ma per questo forse troppo poco inserite nel contesto e nella realtà di una musica italiana non al passo con le realtà estere”.

Spesso si parla di estero come a indicare qualcosa di migliore, di più “avanti” rispetto a noi: ma è veramente così? Tu che hai collaborato anche con molti artisti stranieri ci puoi raccontare quali sono le differenze nell’approccio alla musica.
“Delle differenze ci sono certamente, ma almeno per la mia esperienza posso dire che dipende dalle persone e non dalla nazionalità. Parlando di distinzioni nazionali quello che posso dire è che in Italia purtroppo le collaborazioni ultimamente sono diventate omologate, poco spontanee, se ne fanno troppe e a sproposito. Sembra quasi sia diventato l’unico modo per vendere qualche copia in più”.


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