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I pensieri dei valutatori: Carlo Bertotti

La pandemia ha inferto un duro colpo alla musica, intesa non solo come arte ma anche nelle sue vestigie commerciali. Abbiamo chiesto ai nostri valutatori una riflessione sulle criticità nate in conseguenza a questo stato eccezionale. Uno sguardo che passa attraverso gli occhi di produttori, discografici, direttori artistici, musicisti.

Venti-venti.
Come una guerra, probabilmente più di una guerra.
E non ho mai creduto a chi diceva che tutto questo ci avrebbe reso migliori. Perché quella solidarietà e quel senso di smarrimento che tutti abbiamo provato nelle settimane del primo lockdown si è via via trasformato nella stagione successiva in sorda rabbia, cecità ed egoismo.
Non può esistere un dualismo salute-economia semplicemente perché senza la prima la seconda non ha motivo di esistere. E se alcune categorie lavorative si sono viste travolgere dalla caduta di richieste, dalla mancanza di ordini, dalla chiusura di aziende e uffici, chi lavorava nell’industria musicale aveva da tempo già raggiunto una zona di disagio assoluto che la pandemia ha solo contribuito a mettere definitivamente in luce.
Gli artisti non hanno smesso di scrivere canzoni, certi produttori sanno ancora come dar forma ad un album, alcuni talent scout avrebbero ancora le capacità di individuare chi ha stoffa. Il problema è che però non esiste definitivamente più nulla di assimilabile ad un’industria discografica che possa gestire quello che per anni è stato anche un mercato fiorente che creava carriere e generava profitti.
Il CEO di Spotify Daniel Ek si è rivolto recentemente ai musicisti chiedendo di “produrre di più e più in fretta perché le esigenze del mercato pretendono quello”.
Potremmo chiuderla qui, perché questa frase dice tutto.

Per il Covid un giorno si troverà un vaccino, si perfezioneranno cure. Per la musica non può esistere un futuro se non si ammette a noi stessi per primi che il passato è definitivamente alle spalle, marcio, inerte, defunto senza possibilità di resurrezione alcuna.
La novità è che chi faceva parte del sistema associato alla discografia e che in qualche modo continuava a vivacchiare con musica, spettacoli e affini oggi dovrà fare i conti con un’economia di scala evidentemente non più sostenibile.
Chi scrive, suona e produce musica semplicemente non ha più margini (in questi ultimi anni i bassi costi di produzione con le realizzazioni homemade di trapper e simili o i produttori che fanno dischi in serie con suoni tutti uguali manco fossimo alla catena di montaggio, hanno semplicemente mascherato questo coma del sistema).
Adesso però anche basta: la decenza ha fatto il paio con il resto, la curva è piatta, il genio è altrove, il talento è annegato nella mediocrità.
A voler indicare i colpevoli non si farebbe un grammo di danno nell’indicare in ordine sparso lo streaming, il download selvaggio, i talent, i network radiofonici, le logiche colonialiste delle grandi case discografiche ma poi come si fa a dimenticare l’imbarbarimento sociale sempre più generalizzato? Una decadenza sempre più marcata nei costumi? Una coscienza civile sempre più latitante?
Veramente non ci rendiamo conto di quello che viene scritto, prodotto e messo in circolazione? Davvero non ci accorgiamo di quanto si sia oltrepassata la soglia del buongusto? Vogliamo parlare della qualità delle canzoni che imperversavano in radio quest’estate, quando ancora le cicatrici della prima ondata erano fresche ma si potevano ascoltare refrain imbarazzanti figli di menti sciatte e assolutamente privi di classe, misura e talento?
Ma sono discorsi che abbiamo già fatto in questi anni, logiche che ormai conosciamo alla perfezione. Con una piccola, semplice novità che il Covid ha portato in emersione: i soldi sono definitivamente finiti. Per tutti.
E’ vero, la sensazione per cui la musica sia stata vissuta in quest’ultimo periodo come qualcosa di non essenziale, di non rilevante sia economicamente che culturalmente è purtroppo un dato di fatto. E allora davvero qualcuno dotato di senno si aspetta ancora che si tornino a vendere album o a fare tour come prima?
Oppure c’è qualcuno lì fuori che pensa che mettersi in fila per farsi giudicare da “giudici” improbabili possa essere una soluzione?
O che ci possa essere la reale possibilità di credere ad un “sistema-musica” che ormai da anni ha smesso di svolgere la sua funzione?
Sarà banale, sarà sconcertante e paradossale ma l’unica soluzione che possa intuire per chi vorrà continuare a fare musica è quella di armarsi di tenace pazienza e coltivare il proprio talento facendo anche altro in modo da rendersi economicamente indipendente, continuando a pubblicare autonomamente i propri brani online, o a promuovere le proprie canzoni suonando ovunque sia possibile. Senza aspettarsi nulla se non la gratificazione e il compiacimento di essere coerentemente attaccati ad una parte vitale della propria esistenza.
Il disincanto, il pragmatismo, un po’ di sano cinico realismo ci salveranno.
Perché forse qualcuno tra la gente un giorno comincerà a rendersi conto che di nuove canzoni ci sarà reale necessità, perché il ricordo di quelle passate non sarà sufficiente a chi dovrà costruire un proprio personale bagaglio di esperienze ed emozioni legate anche alle note o alle parole di un ritornello o di una strofa. E allora si formerà spontaneamente un nuovo pubblico, qualcuno che esigerà un patrimonio inedito di canzoni che andranno a comporne i gusti e l’attitudine e in quel preciso momento nascerà spontaneamente un nuovo mercato e si riavvierà quel meccanismo virtuoso che renderà economicamente sostenibile una ripartenza.
Chi vorrà continuare a fare musica dovrà farlo come l’ultimo dei cavalieri jedi, superstite di un mondo che non esiste più ma testimone di una passione che non si riesce ad estinguere.
In ostinata, consapevole attesa.

I pensieri dei valutatori: Giampiero Bigazzi

La pandemia ha inferto un duro colpo alla musica, intesa non solo come arte ma anche nelle sue vestigie commerciali. Abbiamo chiesto ai nostri valutatori una riflessione sulle criticità nate in conseguenza a questo stato eccezionale. Uno sguardo che passa attraverso gli occhi di produttori, discografici, direttori artistici, musicisti.

Ok. Pensieri in libertà… riflessioni d’inizio dicembre. Anno orribile 2020.
Cosa posso afferrare dai molti pensieri che in tutti questi mesi hanno affollato la mia mente? E che si condensano in questi fiacchi giorni invernali?
Mi sono stancato di fare e vedere le cose in streaming, on line, digitali, fondamentalmente finte. Meno male che per la second wave nessuno ha avuto il coraggio di affacciarsi da un balcone con la chitarra. Come invece ci siamo scatenati nei primi mesi del Covid. A parte i cori dalle terrazze (obbligatoriamente ripresti con i telefonini e subito affidati ai social), è stato tutto un prolificare di dirette (o quasi) digitali, zoom, skype…
La successiva seconda esplosione della pandemia ha istituzionalizzato questi sistemi di comunicazione (ora abbiamo anche webinar!), dopo un’estate di tiepida ripresa dello spettacolo dal vivo. In molti, mancando alternative lavorative, si sono dedicati a proporsi come improbabili maestri della diretta in streaming. Ormai siamo abituati, per non sparire del tutto, ad apparire per forza su un computer o simili. La cosa positiva è che, mentre nella prima fase si chiedeva l’intervento casalingo degli artisti, adesso ci sono situazioni, sempre più diffuse, che hanno accettato l’idea che è giusto pagare il lavoratore dello spettacolo e della cultura anche per la sua creazione digitale. E la qualità giustamente – anche se non sempre – se ne è avvantaggiata. Da questo punto di vista l’uso del web e dei social per esprimerci in modo compiuto e “vivo”, resterà un congegno espressivo e di diffusione che continueremo a usare. E, senza esagerare, sarà un bene.
Si diceva il lavoratore dello spettacolo… Nelle divisioni cromatiche delle norme anti virus, un colore rosso totale ha coperto spettacoli e cultura. Spesso non se ne è capito la necessità, visto la serietà con cui tutti noi in estate abbiamo gestito i nostri spazi rivolti al pubblico. Ancora oggi, mentre scrivo, riaprono il mercato settimanale sotto casa mia (migliaia di persone con minimi controlli), ma non il teatro. È una ferita che colpisce tutti i livelli dell’arte.
C’è stato e c’è ancora un alto livello di disperazione per la mancanza di lavoro per centinaia di migliaia di persone e soprattutto di frustrazione per non essere pienamente considerati una risorsa per il Paese. Questa sensazione e la conseguente frustrazione rimangono, ma – a parte un inizio catastrofico in cui la “cultura” sembrava, nel pensiero dominante, solo turismo e musei – di fronte a continue proteste, le istituzioni hanno cominciato a considerare anche questo settore di lavoro. Nonostante questo, permane la delusione per cui il nostro mondo arriva sempre in fondo ai pensieri e alle azioni di chi ci governa, non considerando i numeri che fanno della cultura e dello spettacolo non solo divertimento e “cibo per l’anima” (che non è poco), ma anche occupazione e “produzione” economicamente rilevante.
Ma, piano piano, qualcosa si è mosso. Forse una lieve scintilla si è accesa anche nelle stanze ministeriali. Si è aperto finalmente un tavolo tecnico permanente fra operatori e Ministero delle attività culturali.
Si è diffusa questa nuova parola: ristoro, vetusta terminologia burocratica a cui, alla fine, ci siamo affezionati. Abbiamo accolto, contenti, i vari ristori che soprattutto il Mibact ha messo, pur confusamente, in campo.
L’impressione però è che un complesso di creazione culturale, oltre l’emergenza, non può essere basato sull’assistenzialismo. Si è abbandonato il “niente sarà come prima” perché era soprattutto un’affermazione incerta, ma nel nostro caso bisognerebbe veramente che le cose non ritornassero a essere come sono adesso.
Necessitiamo di regole certe e consapevoli, di leggi apposite (soprattutto per quanto riguarda la musica), di spazi giusti, di coinvolgimento della scuola (perché la matematica e non la musica? perché la letteratura e non il teatro come drammaturgia, e il cinema? cioè il linguaggio che è sintesi di tutto…). E ancora: rivedere l’accesso al Fus (Fondo unico dello spettacolo), riformare il codice dello spettacolo dal vivo, semplificare, uniformare, rivedere i meccanismi previdenziali, abbassare l’iva per la musica e lo spettacolo. Mentre si prova a superare le criticità di questo terribile momento, si dovrebbe individuare un progetto complessivo di ampio respiro: il nostro non è un “passatempo” per gioiosi saltimbanchi. L’ossimoro è dietro l’angolo: non vogliamo uscirne più forti ma con le ossa completamente rotte…

Oyku Dogan: SONDAinONDA

Oyku Dogan è una cantante e pianista – oltre che songwriter – di origine turca che vive a Piacenza. Dal 2013 a oggi ha pubblicato due album e numerosi singoli, di chiara matrice pop e cantati in lingua inglese. Nel 2021 esce Mi ricordo, il primo brano in italiano. Contemporaneamente iniziano le collaborazioni con artisti stranieri in ambito deep house e r’n’b.

Iosonomoka: SONDAinONDA

Nicola, in arte Moka, suona dall’età di 14 anni e definisce la sua musica “intimistica”. E’ nata da un periodo di solitudine e ha alle spalle le canzoni che Nicola suonava in gioventù come artista di strada, in giro per l’Europa e il Sudamerica.
Dal 2016 suona principalmente con la sua band Moka Quartet con la quale ha prodotto 2 album. Il nuovo singolo E’ naturale uscirà nelle prossime settimane

 

Ascolta Musico Fallito che Moka ha suonato in acustico a fine intervista

SONDAHeart – Il podcast. Ep.22: Giargo in Arte

SONDAHeart, il podcast che raccoglie le interviste degli artisti iscritti a Sonda.
Già da diversi anni pubblichiamo brevi interviste registrate in formato video sul nostro canale Youtube; SONDAheart ci dà la possibilità di espandere le chiacchierate con gli artisti ospiti e di toccare diversi aspetti che, nei video di 3-4 minuti, finiscono per essere tralasciati.
SONDAHeart è distribuito sulle principali piattaforme: Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Amazon Music, Deezer, Google Podcast.

SONDAHeart ospita oggi Giargo in Arte

SONDAHeart – Il podcast. Ep.21: La Malcostume

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SONDAHeart ospita oggi La Malcostume

SONDAHeart – Il podcast. Ep.20: Phi Legacy

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SONDAHeart ospita oggi il collettivo Phi Legacy

Giargo in Arte: SONDAinONDA

Il progetto Giargo in Arte nasce a Bologna nel 2017 grazie all’incontro tra il rapper Giorgio Michele Longo, il chitarrista e produttore Federico Franciosi e il clarinettista Carlo Cocciardi.
Il genere proposto è una sorta di rap fortemente influenzato dal cantautorato italiano, contaminato da sonorità soul e bossanova.
L’ultima pubblicazione – dal titolo Gabbiano Mixtape – risale a pochi mesi fa.

Ascolta Quando Bevo che Giargo in Arte ha suonato per noi in acustico a fine intervista