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EL V AND THE GARDENHOUSE: Manana serà tarde

El V and The GardenhouselowAscoltare il nuovo album di El V And The Gardenhouse in questo periodo storico è una boccata d’ossigeno. In “Manana serà tarde” si sente l’esperienza di un combo che non ha mai mollato la presa, sono in attività da più o meno trent’anni e credono fermamente che la musica possa aiutarci a superare le barriere che ultimamente si stanno erigendo un po’ dovunque. Ska, reggae, world music e soul sono le musiche nelle quali El V ci sguazza come un bambino, insieme a tanti amici che hanno prestato la loro presenza come Sergent Garcia, Tweneboa, Hueso Negro o La Franci. “El doctor” è un tributo al calciatore brasiliano Socrates, passato alla storia anche per la sua idea che essere campioni è solo un dettaglio, riuscì a mettere al centro del campo di calcio e della sua vita non i soldi degli sponsor ma le persone, quelle di una squadra di football e quelle dei suoi concittadini. Ascoltare un album di El V è un calcio di rigore. Impossibile sbagliare. Amanti dei suoni calienti fatevi avanti, qui c’è pane per le vostre orecchie. Qui si abbattono i muri (“Non ci sono confini, ma solo orizzonti”), dispiace per muratori e capomastri, che però potrebbero essere impiegati nella costruzione di ponti. Ponti che uniscono.

(DeepOut Records) CD

EARTHSET: Popism

earthsetlowNasce da un gioco compositivo, da un’idea di sfida con sé stessi, questo secondo album dei bolognesi Earthset. Infatti, rispetto all’esordio “In a State of Altered Unconsciousness”, i quattro hanno deciso di cercare una via più leggera, lasciandosi portare verso il pop: da questo atteggiamento nasce il titolo, “Popism”, riferimento a quella corrente della critica musicale che riconosce dignità alla musica più commerciale. Il risultato sono quattro brani da cui traspare l’amore incondizionato della band per il rock anni ’90, fra chitarre elettriche nervose e costruzioni melodiche che ricordano a tratti i Radiohead dei tempi di “The Bends”, che in chiusura cambiano direzione con i sette minuti dal sapore post rock della quinta traccia “Ghosts and Afterthoughts”. Al momento non è dato sapere se “Popism” rimarrà un episodio isolato nella produzione degli Earthset, o se segnerà la rotta dei prossimi lavori del gruppo. In ogni caso possiamo dire che la scommessa di risultare credibilmente pop, per il momento, è vinta.

(Autoprodotto) CD

CIRI 5 QUARTI: Poser EP

ciri5quartilowBasandosi solo su quello che si trova online è difficile capire chi sia questo Ciri 5 Quarti: ex batterista, votato al rap dai 21 anni, per cui “rappare era un’urgenza, ora è un dovere”. L’unico modo per scoprire di più è questo “Poser EP”, soprattutto la opener “Generazione senza nome”, in cui C5Q si racconta: è un bolzanese trapiantato a Bologna, dove frequenta l’Università, che racconta la sua quotidianità di studente, fra esami, feste, tipe, i bar, gli amici, descritta in “Belmeloro Struggle”. Il suo modo di rappare morbido e tranquillo ricorda quello di un altro naturalizzato bolognese (Neffa) sorretto dai beat old school e anni ’90 di diversi produttori (Apoc, Esa, Beatzunami, Freshbeat, Dequantiside). Che poi pensandoci non è vero che Ciri 5 Quarti online non dice nulla di sé. Cercando un po’ si trova una sua definizione di “poser”: una condizione dello spirito da cui ogni rapper deve passare se vuoi aspirare alla “realness”, stato in cui l’individuo pensa, parla e interagisce con l’ambiente che lo circonda, lontano da ogni teatralità, con naturalezza.

(Autoprodotto) CD

ANDREA CARRI & FRANCESCO CAMMINATI: Shadows

Andrea CarrilowNon conosco Andrea Carri (perché mai dovrei conoscerlo) ed ho capito, guardando il suo sito, che sono arrivato decisamente lungo. Mi sono perso diversi album prima di “Shadows”, diversi progetti paralleli di questo pianista dalla provincia di Reggio Emilia che suona con il cuore in mano. Non lo dico perché ascoltando il suo ultimo album ho pianto come un vitello, ma perché ho cominciato a leggere le sue cose mentre “Shadows” continuava a produrre note dopo note. Ho letto di concerti in Polonia, di live in Germania, ho visto T-Shirt con le date di lunghi tour, ho osservato foto di lui mentre suona un pianoforte pedalando per le strade, ho letto di rifare un brano di Ligabue, piuttosto di un altro, motivando la scelta fatta, ho visto passione come non mi capitava da tempo. Andrea Carri è un pianista, il suo è un album strumentale che scorre leggiadro. Tristezza e malinconia vanno a braccetto. Note delicate sembrano accarezzarti la pelle. Sono arrivato lungo. Chiedo venia.

(Autoprodotto) CD

CABRERA: Una montagna in casa

cabreralowSecondo album per i Cabrera, band emocore nata in terra modenese qualche anno fa, e nota ormai agli amanti del genere in tutta Italia. “Una montagna in casa” fa da seguito a “Da qui si vede tutto” del 2014, e se già nel primo LP i presupposti erano buoni, con questo nuovo lavoro la band fa un bel salto in avanti sia in termini di scrittura – miscelata spesso con influenze math e post rock – che di suono, molto più solido e definito. Particolarmente riuscita la più sperimentale “Sei diversa”, che a tratti accarezza melodie vicine a quelle dei Verdena. Intensi e a fuoco i testi, per un concept che i quattro descrivono come “un disco che parla di rinascita. E’ una scelta da difendere a denti stretti, il bisogno di tornare a stare bene, dopo aver preso coscienza che è impossibile salvare tutti. La cosa più giusta da fare è scalare la propria montagna per arrivare in cima e vedere di nuovo il mondo”. Una buona prova che conferma i Cabrera fra le band più interessanti della loro scena di riferimento, ma che potrebbe sicuramente piacere ad un pubblico più ampio.

(Out Stack/Dreamingorilla/Stay Home/Screamore/V4V) CD

BOMBAY: Abatjour

Bombay abatjourlowAttivi dal 2015 nella provincia di Bologna (Medicina), i Bombay sono un quintetto che spazia dal grunge al post-grunge, passando per le fauci dell’alt-rock e del rock sperimentale. Testi in italiano sofferti e rock arcigno sono le carte messe sul tavolo con i brani del loro ep di debutto. Registrato in parte alla Front Of House, “Abatjour” è un sali e scendi di emozioni, si passa, infatti, da momenti di furore cosmico (“Pessimi eroi”) a momenti di pace interiore (“Sospesi”), per poi farsi largo a colpi di rock nella giungla della musica moderna (“Animale”) e raccontare la storia di “Johnny”. I Bombay sono cattivi al punto giusto, suonano duro e puro, hanno realizzato un paio di videoclip (se vi capita dateci un occhio) ed hanno suonato per la festa di apertura di Radio 1909 (i tifosi di calcio hanno già capito). Verdena, Afterhours, Marlene Kuntz e tanto sudore. Queste sono le coordinate di movimento dei Bombay che sembra non vogliano fare nessun prigioniero. Ultima cosa, “Track #2” spacca di brutto.

(Autoprodotto) CD EP

BABEL FISH: Follow Me When I Leave

babelfishlowPassato un anno dall’esordio omonimo, i Babel Fish tornano con un nuovo album che marca un nuovo passo nel percorso di questa band modenese. Un passo in avanti o di lato, a seconda dei gusti, perché se da una parte troviamo quartetto persino migliorato a livello di qualità di scrittura, che già colpiva per maturità nell’episodio precedente, dall’altra le quattro tracce di questo “Follow Me When I Leave” risultano fin troppo prodotte, e dove le stratificazioni sonore diventano quasi eccessive si finisce per rimpiangere la semplicità (passateci il termine) delle registrazioni live dell’EP d’esordio. Al netto di queste considerazioni quello che rimane è la consapevolezza che questi quattro ragazzi modenesi abbiano stoffa da vendere: la prova è che in pochissimo tempo si sono già creati una seguito notevole, forti di un approccio personale alla musica che riesce a rendere il post rock appetibile anche ai meno avvezzi al genere, ibridandolo con la psichedelia e con l’indie à la Radiohead.

(Autoprodotto) CD/Digitale

Le scelte dei valutatori: Marcello Balestra

Marcello Balestra segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Iritmo
“Come se”
Il suono iniziale cattura e trasporta e appena arriva il testo insieme alla voce, il tutto prende una dimensione calda, colloquiale, essenziale. Un solo concetto, un momento di tensione emotiva da esprimere e poi tutto si ferma e forse lascia immaginare che ci sia un seguito, una risposta, un altro viaggio. Non importa se ci sarà o meno, l’importante pare sia lasciare il dubbio e la sensazione.
Per far arrivare il testo prima e in modo chiaro converrebbe tenere la voce “all’italiana”, per cui molto più fuori, in quanto in diversi momenti l’arrangiamento prevale e si perde l’intensità di ciò che si sta raccontando.

“Mi sento bene”
Brano che avvicina l’ascoltatore per poi tenerlo a distanza, sia per l’ermetismo del testo che, a parole appare semplice e chiaro, ma a mio parere lo è solo per chi lo scrive, nel senso che non riesce a catturare fino in fondo con un significato tangibile o trascinante. La parte melodica e la struttura aiutano, ma è come se tutto fosse costruito per fare arrivare l’inciso, che però non basta, in quanto l’inciso a mio parere è solo l’inizio di una canzone . Mancano troppi elementi utili per rendere il brano apprezzabile, mentre è apprezzabile lo sforzo di scrivere e di provare a dire qualcosa e a coinvolgere chi ascolta, in una storia ancora tutta da chiarire.
In definitiva lo stile del progetto è chiaro, fatto di brani che sembra lascino la curiosità di riascoltare, ma che rischiano di rimanere troppo poco chiari e non facili da vivere, per cui occorre fare uno sforzo creativo e trovare il modo di rendere più efficace il segnale e il modo di confezionarlo. Occorre fare un lavoro di identità della band, per poi esprimere al meglio ciò che risulti essere.

Roberto Aucello
“Parlami di te”
Brano che parte con convinzione e dolcezza. Ha un sapore apparentemente locale, periferico, non per i riferimenti citati, ma per lo stile di scrittura paesana, sana. Una bella sincerità di scrittura quindi, piena di semplicità, sia in voce che nel testo. L’efficacia della canzone è tutta nella sua natura onesta.

“Bella così”
Una canzone che sa di buono, di “canto quello che mi esce vivendo”, non si sente la scrittura cercata, anche se può sembrarlo, proprio per lo stile già “sentito”. Ci sono frasi forti a livello comunicativo, in un linguaggio elementare ma efficace. La vocalità e l’interpretazione fanno immaginare un bisogno di comunicare storie evidenti, dirette e dolci, senza timore di apparire sdolcinato.

Il suono dei brani e della voce, anche il modo di cantare ricordano tanto una scrittura di altri cantautori leggeri italiani, ma proprio per questo rendono l’ascolto più intrigante, ossia predisposto ad essere sorpresi.
Nell’insieme si percepisce come un progetto frutto di un autore cantante dalla buona sensibilità, rivolta però ad un solo argomento. Da capire come può essere il racconto di altri temi o di altre storie, non per forza d’amore o sentimentali. Comunque buona la costruzione in generale, alla quale può aggiungersi qualche arrotondamento in alcuni punti o qualche accorgimento autorale, utile ad aggiungere un po’ di mistero e di fascino.
Se ci fosse altro da sentire, lo ascolto volentieri.

Animarma
“Nell’Ade”
Una ruvidità di impatto piacevole e solida mi sorprende e mi coinvolge. Un testo che sicuramente vuole urlare ancora di più dell’interpretazione già molto intensa e densa di intenzione e di bisogno di raggiungere le persone e chi non ascolta quello che abbiamo attorno, almeno secondo chi scrive la canzone. Una grinta credibile, trascinante su suoni e affiatamento musicale doc.

“Invisibile”
Brano ancora più evocativo, più trasversale e cantabile nelle sue parole lapidarie e dirette. Buon equilibrio tra voce e ambiente sonoro. Energia da vendere dal primo all’ultimo secondo, trascinante e avvolgente, nonostante sia parte di espressività artistiche forse lontane dalla gente comune italiana.

La vocalità e il canto sono molto convincenti e portatori di messaggi chiari e ben espressi. Testi comunque alti e ambiziosi. Il mondo musicale ha il pregio di essere masticabile trasversalmente uscendo in parte dal genere, per andare verso chi non lo vive tutti i giorni o chi lo ignora. Un buon compromesso tra passato e realtà, con un unico consiglio di provare a rendere ancora più compatto il suono della base sonora, per dare ancora più libertà alla vocalità in ogni fase delle canzoni.
Complimenti e buona musica!!!

Kirayel
“Postcard”
Un fascino che subito coinvolge grazie alla vocalità intrigante, il brano si rende piacevole fino circa a metà percorso, ossia fino a che non rivela la mancanza di una meta narrativa melodica condivisibile o comunque chiara e appassionante. Il brano rischia di addormentarsi su se stesso, non per struttura o per elementi d’arrangiamento, ma per vaghezza probabilmente scambiata per libertà istintiva ed espressiva.

“Sunflower”
In questo brano si apprezza maggiormente la voglia di raccontare con ogni parte del suono , della voce e della melodia, intensità quindi narrativa che coinvolge maggiormente senza diventare lagnosa o troppo ambiziosa. C’è comunque un comunicare leggermente lamentoso, ma che fa genere e fa intensità e ricerca spirituale.

Nell’insieme apprezzo l’intenzione di dare il proprio tempo alla propria musica, al proprio sentire con un fascino di fondo curioso e intrigante, ma suggerisco di essere comunque più concreti in struttura e racconto, asciugando echi e reverberi in eccesso, senza eccedere in partenze e ripartenze, che possono far passare le canzoni di ricerca in genere e canzoni da sottofondo.

Hikari
Ripeto a tutti che non guardo le biografie per rimanere fedele all’ascolto dei brani proposti.

“Above the ground”
Un mondo cupo e ruvido, che alterna intensità volitiva a musica aspra, senza regola e senza curarsi troppo di chi ascolta, l’importante è dire e suonare ciò che si sente. Un brano crudo, non pastorizzato, vero e indomabile, senza targa e senza sosta, di quelli che li rimetti in loop perché non capirai mai se sia un episodio serio o solo un episodio di espressione onesta ma naif, con colori scuri, quasi neri. Il perché essere così elementari in un mondo fatto di ingegneria musicale e strumentale, non è certo facile capirlo se non immaginando che chi si esprime, con testo voce musica e strumenti non si chieda il perché, ma il perché no?

“Selfish”
In questo brano l’essenzialità procede tra accenni a mondi e stili ben precisi e riconoscibili, atti a comporre un disegno nuovo, sia sonoricamente che concettualmente. La sensazione di seguire un filo che non sai dove potrà portarti, troppe le indicazioni per direzioni anche opposte tra loro, ma che alla fine coincidono in un’unica realtà, quella della inconsapevolezza cosciente, di chi esprime senza tempo e senza regole, mondi imprendibili e rarefatti, dove può mancare solo la furbizia, la ricerca spasmodica di qualcosa che potrebbe piacere, che lascerebbe all’ascoltatore il nulla, ma che invece qui è sostituito dal “semplice e curioso”.

La piacevolezza e l’apparente patina ruspante, non nasconde i pregi di questo suonare e cantare quasi a caso, al quale può solo aggiungersi un po’ di facilità melodica e di qualche parola memorizzabile, del resto vale la pena proseguire con pochi compromessi, dando al proprio credo musicale, la precedenza e la profondità necessaria.
Buona divagazione musicale!

Safari Surround
“Migrazioni innaturali”
Parlare di energia può sembrare retorico e banale, ma è proprio l’energia che tiene alta l’attenzione sul significato del brano, che ha voglia di dire tante cose, di denunciare posizioni scomode, realtà forzate, condizioni innaturali, ma presenti. L’insistenza ritmica e ciclica del brano crea quasi un’ossessione, un vortice dentro al quale o si cade o si viene sputati fuori, come oggetti indesiderati, non previsti o non in grado di comprendere la missione o il problema. Tutto è parola e poi infine diventa slogan e melodia, poco spazio per chi ascolta, anche il tempo dall’inizio alla fine è lungo, fino a diventare un piccolo peso da non far ripartire, salvo tagliare qualcosa in coda.

“S.p.e.s.a.”
(Sotto pressione e stress ansia)
Brano coinvolgente dall’inizio alla fine, lo standard delle divisioni e del linguaggio tengono fino in fondo con decisione, ma senza inutili arroganze. Buono il binomio rock rap, la ferocia mansueta di entrambi, ma determinazione massima nel non lasciare il minimo spazio all’incertezza, al ripensamento, al vorrei dire ma dico, bella vocalità e buono l’ensemble. Di sicuro impatto live, con possibili interazioni con media vicini ai linguaggi decisi e qualitativi. Il titolo forse non è ciò che aiuta a memorizzare il brano.
Progetto attuale con l’onere di provare a creare sintesi e melodie di conforto per l’ascoltatore medio, mentre il fan di nicchia vorrà ancora più estremismo.

Le scelte dei valutatori: Marco Bertoni

Marco Bertoni segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Vorrei innanzitutto osservare con vero piacere come il progetto SONDA ha continuato a crescere in questi anni. Evidentemente lavora bene, in una direzione utile ai giovani musicisti e si conferma come l’Emilia sia terra fertile, parlando di giovane musica. Un’altra cosa a mio avviso molto interessante è che a differenza di tre anni fa (dove segnalavo la necessità di una forte dose di autarchia per i giovani che volevano iniziare e provare un percorso nel panorama musicale italiano), alcune cose sono cambiate.
In sintesi, le praterie nel mercato musicale lasciate parecchio libere dalle major (ritiratesi a gestire cataloghi per lo più con titoli stranieri o a gestire gli artisti annuali dei talent shows) finalmente sono utilizzate da etichette indipendenti, ed ecco che il termine indie (cioè indipendente) oggi vuole dire non più una attitudine musicale (con i suoi suoni ecc ecc) ma piuttosto definisce progetti con possibile valenza pop e possibile attitudine al mainstream che sorgono da situazioni non major (e quindi indie).
é giustamente indie la Sugar di C Caselli, e via andando.
Finalmente tornano i tormentoni estivi, finalmente gli spazi di promozione radiofonica vengono aperti anche a progetti, appunto, indie.
E così (che è quello che interessa poi a me) si ri apre la possibilità di uno spazio dove occuparsi di “musica alternativa”, e cioè di quella musica che nasce e cresce non per andare in classifica, ma per esprimere esigenze esistenziali ed artistiche, e che per sua natura si contrappone al mainstream (ne è appunto alternativa).
Poi potrebbe e dovrebbe succedere che dall’alternativo qualcosa venga pescato (molto spesso copiato) e finisca poi sulle tavole imbandite del mainstream. Anche se qui si aprirebbe un discorso sul provincialismo italico e…oddio, sto divagando…dovrei scrivere di artisti che ho valutato nel corso di questi ultimi tre anni di percorso SONDA. Eccoci.

District Line, band
Nel tempo mi sono specializzato nel lavoro con gli artisti (anche se le ultime cose che ho fatto sono poi degli spot commerciali) giovani ed esordienti. Mi trovo bene a svezzare virgulti che se poi crescono come ad esempio è successo con i Bloody Beetroots, possono comunicare anche a tutto il pianeta.
I District Line sono un perfetto esempio di potenziale: tanta inconsapevolezza, giovinezza, disponibilità, una voce interessante e un apporccio alla musica da bravi emiliani, dove mettersi sotto e lavorare non spaventa più di tanto, anzi ci piace. Questi ragazzi mi hanno colpito perchè, nonostante la scarsa qualità delle prime demo, comunque si intravedeva una seria possibilità di crescita sia a livello di scrittura di canzoni che di progetto.
Frequentano (vincendo o arrivando sempre in fondo) vari contest nazionali, a conferma della attitudine positiva. Iniziamo a collaborare e dò una mano alla “confezione” di nuovi brani, il risultato mi sembra assai positivo, e soprattutto sottolineo loro come a livello testuale sia necessario imparare ed utilizzare un PROPRIO linguaggio, dove il loro quotidiano sia cantabile anche da tanta gente.
E la cosa cresce, e se tutto va come deve il 2018 sarà il loro anno.

Mirko Colombari, cantautore
Anche nel caso di Mirko, un elegante e intimo cantautore dall’impronta tipicamente emiliana, mi piace segnalare l’impegno e la costanza che mette nel proprio lavoro. Dai primi provini ascoltati dove a mio parere c’era parecchio da fare, parecchio da mettere a fuoco, si è passati a un nuovo pezzo intitolato “Amsterdam” e si è sentito che qualcosa è successo, che la messa a fuoco era nella direzione giusta e che il lato comunicativo era di molto aumentato. A mio avviso Mirko ha ancora tanto da fare, soprattutto (ed è lì che si combatte e che si vince la “guerra”) dal punto di vista testuale, ma ha messo a punto alcuni aspetti (chitarristici e vocali e melodici) che lo possono portare a un buon livello artistico.

Ylenia Siniscalchi, musicista
Ecco per ultima vorrei citare questa ragazza che è proprio l’ultima (al momento in cui scrivo queste righe) a cui ho fatto il report per Sonda. Mi piace molto parlarvi di Ylenia perchè è una ragazza che , per passione, per fare qualcosa che le piace, ogni tanto si mette lì, smanetta con computer e tastiere, e registra delle sue musiche. Non canzoni, o tracce techno, musiche (con un sapore elettronico essendo musiche che nascono da un lap top). Bene e brava, e per capire il valore e la utilità che io attribuisco al progetto Sonda lascio a lei la parola, dalla sua bio:
Mi chiamo Ylenia, ho 22 anni, sono nata a Crotone e mi trovo a Modena da circa tre mesi. Faccio musica per hobby/sfogo dall’età di 13 anni ma non ho mai studiato o avuto i giusti mezzi, perciò sono autodidatta e ho sempre usato un semplice programma per pc. E’ sempre stata una “cosa mia”, condivisa con pochi o nessuno. Ora però vorrei consiglio sul se e cosa possa fare per sfruttare ciò; non tanto riferendomi alle tracce a cui mi son dedicata fin ora in totale libertà, ma in generale alla minima capacità compositiva che ho, e se quindi possa inserirmi in qualche modo in qualche ambiente.

Le scelte dei valutatori: Carlo Bertotti

Carlo Bertotti segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Oscar di Mondogemello
Ivan e Oscar sono la stessa persona, e sarebbe sbagliato considerare la prima come un’emanazione della seconda. E’ un progetto mono. Monoalbero, monoasse, monoblocco. L’evoluzione di un ex batterista che dopo una vita trascorsa dietro ai tamburi ha imbracciato una chitarra e, accompagnato dalle sue basi e dalla sua drum machine ha dato vita a questa forma particolare, monolitica appunto.
E’ una strada difficile questa, ma così interessante che vale la pena essere percorsa fino in fondo: testi affilati, arrangiamenti essenziali, doppie voci in evidenza e metriche inaspettate. Il tutto in poco più di due minuti, un colpo secco, qualcosa che non ti aspetti. E’ roba ruvida, poco comoda all’apparenza ma con testi mai banali, e chitarre “strappate” sempre in bilico su armonie minimali.
“Il tempo che vuoi” è una delle cose più originali che io abbia ascoltato qui su questo portale.

Marae
A Sonda ascolti gente diversa, chi rimane ancorato al passato, chi si divincola e prova a percorrere strade diverse, chi non sa dove vuole andare ma intanto comincia a muoversi.
E questa è la cosa che preferisco: fare musica nel 2017 è roba per coraggiosi, riuscire a farlo bene è qualcosa che comunque merita rispetto. A prescindere.
Io Gabriele (la voce di Marae) l’ho conosciuto ad uno degli incontri di Sonda, non era nella lista assegnatami da Andrea e Paolo. Ho sentito un suo pezzo, Hangover, e mi ha subito incuriosito. Melodie non convenzionali, arrangiamenti essenziali e soprattutto una voce particolare che non ti aspetteresti mai da uno della sua età: un timbro profondo e poco disciplinato, una forma grezza che meriterebbe attenzioni e cure per poter esprimersi in pieno e al meglio. Ci vorrebbe un produttore, ma di quelli con la frusta. Perché il cavallo in questione è sì di razza ma morde il freno come pochi e per fare questo lavoro oltre al talento servono applicazione e metodo.

Cedar Wyes – Give Vent – Iza Grau
The kids are alright. Sì, i ragazzi, questi ragazzi, stanno bene ma cantano in inglese…
Non amo chi ragiona per partito preso e penso che in musica ci debba essere un’apertura mentale il più ampia possibile ma…
Ma mi chiedo: perché cantare nella lingua di Roger Daltrey quando al 99% sai già che non farai mai un biglietto di sola andata per Londra o le Midlands?
Che poi quando ti confronti con chi usa l’inglese alla fine la motivazione è quasi sempre la stessa: una metrica più accessibile, un suono più addomesticabile…
Ed è un peccato. Perché questi ragazzi ad esempio il loro lavoro lo sanno fare bene.
Cedar Wyes, Iza Grau e Give Vent sono tre progetti molto interessanti e che possiedono senza dubbio buone basi per i rispettivi percorsi artistici.

Cedar Wyes è il progetto di Cedric, sound FM, un timbro originale e una cifra riconoscibile con atmosfere seventies e richiami di french touch.
Un impianto più tradizionale, ma non per questo scontato, è quello dei Give Vent. Di loro mi piace l’uso delle chitarre e lo sviluppo armonico dei brani che ho ascoltato. Un suono compatto ma non invadente con degli echi 90’s che però non suonano datati.

Iza Grau sono invece una band New Wave 2.0 direttamente catapultata nel 2017: una voce potente e suoni super dark a tessere atmosfere che ti fa venir voglia di riascoltare tutti i vinili che avevo comprato da ragazzino.

Le basi, come già detto, ci sono per tutti e tre i progetti. Ora servirebbe solo un piccolo sforzo per cantare nella lingua in cui parliamo tutti i giorni alla gente lì fuori. Che alla fine credo ci capirebbero anche meglio…