I Live di Sonda visti da voi: May Gray
MAY GRAY
Off 19/12/2014 – main guest Go!Zilla
Prima volta sul palco dell’OFF per i May Gray, formazione rock concittadina del locale live modenese, ritrovatisi ad aprire le danze per i fiorentini Go!Zilla in un neanche troppo freddo giovedì di dicembre. “L’OFF per noi è una sorta di seconda casa”, racconta il frontman Paolo Rossi, “L’abbiamo visto nascere, evolversi e affermarsi, e lo frequentiamo spesso durante il weekend. Per noi è stata comunque la prima volta, speriamo di una lunga serie”. Una serata che si è rivelata nel complesso positiva per il quartetto, a prescindere dall’affluenza di pubblico: “Si trattava di un giovedì sera e non si può pretendere lo stesso pubblico del weekend, ma i nostri amici e quelli che ci vogliono bene sono venuti, ci hanno sostenuto e per noi è già tanto”. Un risultato ottenuto, confessa Paolo, unendo le forze con i gestori del locale per promuovere il più possibile la serata, riuscitissima nonostante le due band non fossero propriamente in linea come sonorità, più pop e classic rock americane per i May Gray e più psichedeliche per il power duo Go!Zilla. “Sinceramente li avevamo soltanto sentiti nominare, ma sono stati una piacevolissima scoperta. Ora siamo in contatto con loro, li seguiamo sui social ed averli conosciuti è stato un modo per confrontarci, raccontarci le nostre esperienze e discutere su come gira il mondo della musica dal vivo, in Italia e non solo”. Una possibilità di confronto, offerta da Sonda, a cui altrimenti sarebbe difficile poter accedere, e a cui — parole del Rossi – “un gruppo emergente non può che prendere parte; è gratuita, ti dà visibilità, organizza incontri con gente esperta nel settore, permette alle band iscritte di esibirsi. Non so in quante altre regioni italiane esista qualcosa di simile”. Proprio da Sonda è nata anche la collaborazione tra i May Gray e il produttore Marco Bertoni, con la cui produzione artistica la band sta per pubblicare il suo primo disco.
I Live di Sonda visti da voi: Divanofobia
DIVANOFOBIA
Calamita, 29/03/2014 – main guest Maria Antonietta
I bolognesi Divanofobia sono stati catapultati sul palco del Calamita per aprire un concerto della cantautrice pesarese Maria Antonietta. “Conoscevamo di nome il Calamita ma non ci eravamo mai stati, come conoscevamo la musica di Maria Antonietta e considerando la peculiarità della nostra musica, il suo progetto artistico tutto sommato era in linea con il nostro stile, testi in italiano e ambiente cantautorale. Al nostro arrivo i gestori del Calamita ci hanno accolto e mostrato i camerini. Con Maria Antonietta e i suoi musicisti ci siamo confrontati sulle nostre realtà musicali sia durante il soundcheck e la cena sia dopo il concerto. Aprire a un artista più affermato è sempre una circostanza particolare. Le persone vengono soprattutto per l’artista headliner. Questo però non ci ha penalizzato: siamo stati molto applauditi e siamo rimasti soddisfatti. L’iniziativa creata da Sonda è sicuramente lodevole e utile per una band emergente. Il confronto con il pubblico e con gli altri artisti permette di fare alcune riflessioni importanti all’interno della band, per quel che riguarda l’arrivare al pubblico con le proprie canzoni e anche per riflettere sulla propria resa live. In sé l’iniziativa non crediamo sia propriamente migliorabile, è importante che essa sia inserita, come il Centro Musica già fa, all’interno di un progetto più ampio, che veda la band confrontarsi anche con gli aspetti produttivi artistici e di promozione. Un aneddoto memorabile legato alla serata non c’è. Però i momenti in cui abbiamo caricato gli strumenti nel montacarichi del locale e quello del brindisi nel backstage con gli altri musicisti rimangono sicuramente nella nostra memoria”.
Davide Zilli: E la vita la vita
A distanza di un anno dal videoclip di Mezza fidanzata torna Davide Zilli con una cover del celebre pezzo E la vita, la vita di Cochi e Renato.
Il singolo e il video sono stati presentati al Milano Film Festival e poi in anteprima sul sito del Corriere della Sera.
Il video, realizzato dal regista Francesco Collinelli, è un inno d’amore a Milano e alle sue atmosfere, nell’anno in cui la città è sotto i riflettori internazionali di Expo.
Oltre al cantautore, persi nelle vie di una metropoli poetica e sognante troviamo numerosi attori e cabarettisti, tra i quali vari membri del “Terzo Segreto di Satira”, i cui autori hanno contribuito al soggetto.
Il video e il singolo anticipano la riedizione del secondo album del cantautore, Il congiuntivo se ne va.
Le Parole dei Valutatori: Daniele Rumori
Parliamo della tua esperienza al Covo Club. Cosa significa oggi, fare il direttore artistico?
“Di base significa provare ad interpretare i gusti del pubblico e cercare di essere sempre aggiornati su quello che succede nel mondo musicale. Credo sia necessario essere molto curiosi e vogliosi di scoprire musica nuova. Nel mio caso, essendo il Covo un locale storico, significa anche rispettare un’importante tradizione e provare a dettare la linea, cercare cioè di arrivare prima degli altri su quelle che saranno le nuove sensazioni del nostro micro mondo”.
Di solito come entri in contatto con gli artisti con cui poi scegli di collaborare?
“Il nostro rapporto è soprattutto con le agenzie. Abbiamo la fortuna di lavorare con tutte le principali, e di poter selezionare tra la parecchie proposte che ci vengono fatte. Spesso, inoltre, siamo noi a chiedere alle agenzie stesse di provare a lavorare con alcuni gruppi che ci piacciono e che crediamo possano funzionare. Infine a volte c’è anche il contatto diretto con le band, soprattutto quando non hanno agenzie di riferimento. Da questo punto di vista i social network sono stati utilissimi”.
Immagino che nel tuo lavoro entrerai spesso in contatto anche con realtà estere: che differenze noti tra il nostro Paese e l’estero?
“Naturalmente anche il nostro settore, quello della musica live, paga quelli che sono i difetti di questo Paese in generale: una burocrazia mostruosa, e regole poco chiare o di diversa interpretazione a seconda dei casi. Ma la nostra arretratezza è soprattutto culturale. I festival musicali, i locali che organizzano concerti o dove ci si diverte la sera, qui da noi sono ancora visti con sospetto, non si fa nulla per sostenerli, in diversi casi si cerca di eliminarli. Altrove si è capito da tempo che, al di là della sua importanza culturale, la musica è anche fonte di turismo ed indotto. Qui siamo ancora fermi al concetto di fenomeno giovanile o comunque culturale di serie B. Per nostra fortuna Bologna rimane un’isola felice, ma basta girare un po’ in Europa e vedere come funzionano le cose in città delle stesse dimensioni per capire che siamo comunque molto indietro”.
Perché il mercato discografico si è così contratto, e come vedi il futuro della musica?
“Bisogna considerare che il motore del mercato musicale è sempre stato rappresentato dai giovani. Chi oggi ha 20 anni da bambino già scaricava musica gratis, ed ora la ascolta dal computer o dall’iPhone, probabilmente in streaming. Quindi quello che una volta era il target principale di questo mercato ora è probabilmente l’acquirente meno probabile di supporti fonografici. E non credo che in futuro le cose cambieranno molto, nel senso che si continuerà a creare supporti principalmente per gli appassionati. Per il resto il modello Spotify mi sembra quello vincente, anche se sono molto curioso di vedere cosa farà in questo campo la Apple ora che ha comprato Beats”.
Molti artisti al giorno d’oggi decidono di regalare la propria musica gratuitamente, e puntare principalmente sul live: è un modello sostenibile, secondo te?
“Sicuramente la crisi del mercato discografico, di cui parlavamo prima, ha fatto aumentare di molto i cachet degli artisti, anche quelli più piccoli. Di conseguenza si è drasticamente ridotto il margine di chi organizza concerti, che in questo modo fa sempre più fatica a starci dentro e a poter rischiare puntando su gruppi emergenti. Il sistema è sempre meno sostenibile, e qualcosa dovrà cambiare per forza. Il rischio economico non può più rimanere solo del promoter, ma deve iniziare ad essere condiviso con gli artisti. In altri paesi è già così: negli Stati Uniti sono anni che, in locali della dimensione del Covo, i gruppi anziché un cachet prendono solo una percentuale dei soldi che il locale incassa. È brutto da dire ma la dura legge del mercato è che se vali e quindi porti gente, guadagni. Altrimenti no”.
Dunque c’è sempre meno spazio, nel circuito live italiano, per gli emergenti.
“Come dicevo, lo spazio si è ridotto ed è sempre più difficile proporre gruppi emergenti. Chi gestisce un locale alla fine deve far quadrare i conti, cosa impossibile se si fanno suonare artisti sconosciuti e che quindi non hanno ancora un seguito. Bisogna chiedersi però di chi sia la colpa di questa situazione. Mi sembra che il pubblico, soprattutto quello più giovane, non abbia più nessuna curiosità, o che almeno sia davvero poco incline ad andare a vedere cose che non conosce già attraverso altri canali. Ed è una cosa che vale anche per i concerti gratuiti, non solo per quelli a pagamento. Oltre a questo c’è anche un grosso problema di tipo culturale, un problema che riguarda gli stessi gruppi: quanti artisti emergenti vanno a vedere i loro colleghi suonare o frequentano i locali della propria città? Da quello che vedo io, pochi”.
Da promoter, quale consiglio ti sentiresti di dare ad un emergente che vuole organizzarsi un tour, o arrivare a suonare in un locale del livello del Covo?
“L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di non avere fretta. Con le nuove tecnologie si è persa la cara vecchia abitudine di conquistarsi le cose piano piano: mettere i soldi da parte per anni prima di riuscire ad entrare in uno studio di registrazione, risparmiare per settimane per riuscire a comprare un disco. Oggi con un click hai tutto e subito. Per meritarsi di suonare in locali importanti bisogna ancora fare molta gavetta, mangiare tanti bocconi amari e superare mille difficoltà. Bisogna farsi conoscere, iniziando a suonare in posti minuscoli e crearsi un pubblico che parli di te e ti aiuti a farti conoscere. Non è facile, lo so. Ma chi vale, alla fine, di solito ce la fa”.
Nato ad Ancona il 25 ottobre 1977, Daniele Rumori si occupa di musica indipendente da circa 15 anni. Vive a Bologna dal 1995, città dove ha fondato Homesleep Music (proclamata dalla stampa italiana migliore etichetta discografica indipendente del nostro Paese), di cui è stato direttore artistico fino al 2009 e per la quale hanno inciso gruppi come Giardini Di Mirò, Yuppie Flu, Julie’s Haircut, Fuck, Cut e Midwest. Da circa 10 anni è uno dei gestori, nonché responsabile della programmazione, del Covo Club di Bologna.
I Live di Sonda visti da voi: Ashman
ASHMAN
Bronson, 16/03/2014 – main guest Piers Faccini
Diagonal Loft Club, 09/04/2014 – main guest Quilt
“Non avevamo mai avuto l’occasione di suonare né al Bronson, né al Diagonal ma li conoscevamo per fama, essendo due bellissimi locali. Da parte nostra abbiamo apprezzato entrambi (Faccini, Quilt), sia professionalmente sia umanamente. Una nota particolare va sicuramente per Faccini, un’artista di enorme spessore. È stato un vero onore aprire il suo live. La sua musica e il suo pubblico sono stati una cornice perfetta anche per la nostra esibizione. Ottima platea, attenta e davvero recettiva, ottimo locale, con gestori precisi e accoglienti. Dei Quilt ricordiamo una bellissima cena prima del concerto in cui abbiamo esibito il nostro sgangherato inglese. Metti degli americani e degli italiani a tavola assieme e di sicuro ne verrà fuori qualcosa di divertente. Sono dei ragazzi molto amichevoli e davvero talentuosi. Da segnalare anche l’accoglienza dei gestori del Diagonal, decisamente “romagnola” e quindi ottima, ci siamo sentiti a casa. Questa iniziativa legata a Sonda è molto importante. Misurarsi con situazioni live professionali e artisti che fanno di questa passione un mestiere consente di toccare con mano l’impegno che suonare dal vivo richiede, in termini sia di passione sia di competenze tecniche. Non ultimo, pone di fronte alle aspettative di un pubblico pagante che desidera uno spettacolo all’altezza e consente di mettersi in gioco per dare il meglio e non disattenderle. Come migliorarlo? Forse dandogli maggiore continuità e aumentando il numero di date per ogni band ma ci rendiamo conto che non è semplice. In chiusura un aneddoto legato alla cena con Faccini. Abbiamo mangiato dei piatti a base di cozze, non esattamente l’ideale per arrivare leggeri sul palco! Dei Quilt ricordiamo una bellissima cena prima del concerto in cui abbiamo esibito il nostro sgangherato inglese. Metti degli americani e degli italiani a tavola assieme e di sicuro ne verrà fuori qualcosa di divertente”.
Le Parole dei Valutatori: Marcello Balestra
Iniziamo parlando della tua storia personale: come hai iniziato a lavorare nella discografia?
“Conobbi Lucio Dalla nell’80 alle Isole Tremiti e successivamente incominciai ad andare in studio di registrazione a Bologna per curiosare durante la registrazione di album di artisti dell’area bolognese: Dalla, Stadio, Carboni ed altri. Nel frattempo facevo parte di una piccola band nella quale suonavo, cantavo e scrivevo canzoni. Dall’87 iniziai a lavorare in tour come road manager e così via fino all’89, e concluso il tour Dalla-Morandi ho iniziato ad occuparmi della discografia di Dalla e della Pressing. Ho vissuto in prima persona le trasformazioni del settore musicale, avendo passato gli ultimi 14 anni a Milano, in Warner, con incarichi di direzione artistica e produttiva. Ho visto venir meno il ruolo primario e storico del supporto come tale e il ruolo della musica come potentato di chi la produceva, passato quasi gratuitamente e ingenuamente prima a radio e tv e poi alla rete, quindi ho sempre lavorato su progetti che potessero sopravvivere al decadimento del settore e del supporto, cercando di privilegiare la qualità e l’importanza di canzoni e artisti, il lancio di personaggi con canzoni e talento, anche producendo o pubblicando artisti apparentemente fuori dal mercato istituzionale”.
Quale ruolo hanno, o dovrebbero avere, secondo te le major discografiche nel panorama italiano e internazionale?
“Se una volta aiutavano gli artisti a crescere, ora sembra più una cassa di risonanza per chi ha già successo, o per prodotti che arrivano da altri contesti. Le major raccolgono sempre più il successo di fenomeni artistici più o meno già visibili, provenienti dai talent o da altre vetrine, ma non potrebbe fare diversamente: hanno lentamente abbandonato la ricerca e la produzione interna, cancellando di fatto il ruolo di direzione artistica, di persone in grado di riconoscere il talento prima che si esprimesse da solo attraverso altri canali. Rinunciando alle persone che in realtà ‘facevano’ l’azienda con il proprio istinto e carisma produttivo, hanno dovuto ripiegare sull’attività di acquisizione di progetti già in parte portati avanti da produzioni televisive. Il ruolo delle major dovrebbe invece essere quello di creare spazi, canali reali e propri di promozione della nuova musica locale e internazionale, o almeno dovrebbero coltivare alcuni ‘ceppi creativi’, come ce ne sono in Italia e all’Estero: ad esempio XL Recordings è uno di questi, che con artisti come Adele ha dimostrato quanto sia fondamentale per le major ancora oggi individuarne di simili, per avere almeno un rapporto con la creatività vincente da finanziare”.
C’è stato un momento in cui i Talent Show sembravano l’unico appiglio di salvezza per le major discografiche. E’ ancora così, o la situazione è ulteriormente cambiata?
“I talent sono il serbatoio e il palco dei personaggi di ricambio. La discografia inizialmente li ha supportati, approfittando del possibile vantaggio economico dato dalla vendita immediata di prodotti di questi nuovi artisti. Poi è divenuta vittima dei contenitori e dei talent stessi. Tutti questi nomi nuovi infatti hanno creato un pubblico che li segue, partecipa attivamente sui social e li vota, ma che, salvo eccezioni, non compra e lascia che l’artista rimanga sospeso, senza un ruolo che non sia quello di partecipante ad un talent. Questo perché i talent sono solo apparentemente musicali, ma nascono e vivono per essere programmi televisivi: portano avanti il consenso di fan che rimangono legati al programma e ai giudici, ma non agli artisti, non c’è interesse per i giovani appena messi in evidenza, non c’è una struttura che li segua in futuro. Ecco perché chi esce da un talent è costretto a mostrare ancora più talento dei giovani che escono da altri canali, altrimenti è destinato a sparire. Con il risultato che la musica è sempre più appannaggio di chi esiste da prima, o di chi fa capire con talento al pubblico quanto sia vitale il proprio bisogno di comunicare attraverso la musica”.
Quindi, si può sperare almeno nel web come canale per far emergere nuovi artisti?
“A mio parere la Rete ha sempre fatto finta di creare dei fenomeni di successo, ha piuttosto dato spazio per esprimersi ad alcuni personaggi dalla personalità non comune. La musica comunque non può nascere da Internet, o almeno non ancora, perché la Rete con la sua democraticità non ha la capacità e il potere di creare coesione, ma al contrario genera assoluta ed enorme distrazione. Il ruolo di comunicatore di successi è ancora delle radio ufficiali e più seguite sul territorio: la rete crea milioni di web-radio, di playlist, ma non un sistema autoritario o autorevole per far si che nascano successi da essa, perché questa libertà di scelta crea più che altro frammentazione e non uniformità di attenzione su una nuova proposta, salvo che già se ne parli altrove”.
Quale consiglio ti sentiresti quindi di dare ad un musicista emergente che vuole arrivare a pubblicare un album, con un’etichetta indipendente o con una major discografica?
“La major o l’indipendente non deve essere l’obiettivo fondamentale di chi scrive musica, ma di chi ha qualcosa da dire. Servono album di canzoni che racchiudano una ragione anomala, comprensibile e gustosa, perché possano essere lavorate anche da una major. Per essere anomali, gustosi e comprensibili serve un repertorio di che abbia tale stoffa e un comunicatore coerente, altrimenti difficilmente una major o il mercato si dimostreranno interessati”.
Autore e compositore, laureato in legge con una tesi sul Diritto d’autore. L’inizio della sua carriera nell’industria musicale è legato a Lucio Dalla: Balestra è stato tour manager del cantautore bolognese nel periodo ‘86-’88 poi nel tour mondiale Dalla-Morandi ‘88-’89. Nello stesso anno diventa responsabile editoriale, artistico e legale dell’etichetta Pressing, sempre con Dalla, e delle Edizioni Assist. Fino al 2000 è docente universitario in Diritto d’autore e Discografia ESE, poi inizia a collaborare con la casa discografica CGD. Dal 2004 al 2013 è in Warner Music Italia.
The Waiters – SONDAinONDA
I The Waiters nascono a Modena nel 2012 su iniziativa di tre ragazzi amici sin dall’infanzia: Gianluca Re (batteria), Andrea Addabbo (basso) e Gianmarco Marchetti (chitarra e voce). Per completare il sound della band l’anno successivo si unisce al trio Gabriele Ravera, da tempo amico dei tre, chitarrista e tastierista. I The Waiters hanno un suono profondamente influenzato da gruppi rock inglesi e scrivono i propri pezzi in italiano ed in inglese. Il loro EP di debutto uscirà prima della fine dell’anno e nel frattempo hanno registrato una versione acustica di “What you Need” in esclusiva per il nostro canale youtube.
Nuova Linfa: Man
Il video è stato montato e curato da Domino Ent.
INVIVO FAIA: Un mondo che finge
Gli Invivo FAIA (l’acronimo sta per Falange Amata per l’Integrazione Armonica) sono nati a Bologna nel 2008. Infatti, non per nulla tra le loro influenze citano alcuni generi musicali (rock, pop, funk, jazz, latin, punk e reggae) ma anche i tortellini, i pasticciotti, gli arrosticini e le cozze. Il loro debutto, “Un mondo che finge”, è figlio di tutto questo, tra testi in italiano ed un calore tipico del reggae. “Bau bau baby (in Babylon)” ci piace immaginare che sia una specie di omaggio a Freak Antoni (anche se non lo è noi siamo contenti ugualmente), mentre alcune parole in dialetto (abruzzese e salentino) appaiono in “Occhio furbo”. Il dialetto è anche il trade d’union di “Tengu N’amicu” e l’album si chiude con una atmosfera lounge e una frase in inglese. Insomma gli Invivo Faia sono una Babele di idiomi, di suoni e di colori. Gli Invivo Faia potrebbero essere considerati i Pollock della musica. Giganti tele esposte nei musei (pardon discoteche) del mondo.
(Autoprodotto) CD
I partner, i locali: ROCK PLANET CLUB
Il Rock Planet Club di Pinarella è uno dei locali storici per il live in Italia. Ospita band di livello nazionale e internazionale e offre un ampio ventaglio di scelta musicale dal vivo, dal rock al metal, passando per l’indie fino all’afro, goa ed elettronica. Alterna al live le serate con musica con dj.
Disposto su tre grandi sale invernali e due giardini estivi, il Rock Planet si caratterizza per il gran numero di concerti live ospitati.
