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I partner, le etichette: Materiali Sonori

«Il nome Materiali Sonori fu usato per la prima volta nel 1977, quando venne pubblicato il vinile ‘maso 001’. Il gruppo musicale fondato da Giampiero (Bigazzi ndr) aveva lavorato a un progetto con una scuola elementare. Giampiero e Luciano Morini avevano formato il Canzoniere del Valdarno, conoscevano un bel po’ di gente che suonava e così partì l’avventura della casa discografica. Sulle prime pubblicavamo progetti che altri musicisti ci proponevano, senza una logica precisa. Solo nella prima metà degli anni ’80 si concretizzò la consapevolezza di produrre artisticamente ed economicamente quei dischi che avremmo poi realizzato e tentato di distribuire. Insomma, solo più tardi ci rendemmo conto di cosa stavamo facendo». «Il metodo di lavoro, per quanto riguarda Materiali Sonori non credo sia cambiato molto, anche perché abbiamo sempre lavorato su più fronti: progettazione del disco, realizzazione, diffusione, concerti, promozione. Cercare sinergie, distribuire dischi non prodotti da noi». «Il fatto curioso è che, quando iniziammo a lavorare nel settore discografico, già si parlava della crisi del disco. Per quanto mi riguarda, ritengo colpevoli quei manager aridi e avidi all’interno dell’industria. Si è totalmente perso il senso artistico del prodotto discografico. Una volta venivano fatti incidere dischi anche a Miles Davis, perché l’industria – benché non lo comprendesse fino in fondo – si doveva in qualche modo lavare la coscienza. Commercializzava un’arte arricchendosi e in qualche modo sentiva di dover pagare pegno. Oggi non ha neppure questo senso di colpa». «Materiali Sonori decide di produrre un disco piuttosto che un altro in modo casuale. Non credo che ci sia mai capitato di collaborare con un musicista attraverso i provini che ci venivano inviati. Inizialmente ci vuole un passaggio di conoscenze, poi l’artista ci deve far simpatia e pensarlo come una persona curiosa. Se poi sopraggiungono unità d’intenti nasce il disco». «Penso che oggi, chi ha voglia di intraprendere la carriera di musicista da palco abbia di fronte due scelte. Tentare la fortuna seguendo l’iter dei vari format televisivi o cercare di far diventare la propria passione un lavoro che duri nel tempo. Nel primo caso spero che il nostro artista abbia la coscienza che – se gli va bene – è semplicemente una saponetta che sarà venduta in un supermercato. In attesa che l’industria se ne inventi un’altra ‘che lava più bianco’. Se avrà saggezza, saprà far tesoro dei propri guadagni e dei propri successi. Chi vuole intraprendere l’altra strada, cioè comunicare con gli altri in maniera sincera e senza facili successi può tentare di viverci per tutta la vita. Può ritagliarsi uno spazio decoroso e andare avanti, mettendo da parte le invidie e cercando sinergie costruttive. Oggi non c’è più la necessità di avere alle spalle una casa discografica. La tecnologia permette di realizzare buoni lavori anche in cameretta. Se mai ci vogliono buone idee». «Il fatto che Materiali Sonori sia probabilmente la più vecchia etichetta indipendente e tra le poche che hanno venduto i propri prodotti all’estero, non fa piacere. A mio avviso significa che noi vecchi operatori del settore, per le nuove generazioni, abbiamo costruito ben poco. Insomma: siamo profonda provincia e tale siamo rimasti».
Non mi piace molto guardare indietro, quindi come disco più importante per Materiali Sonori dico “Alabastro Euforico”. Però, questo progetto, unisce il passato con le nuove esperienze. Attraverso la proposta di brani inediti e l’interpretazione di altri autori, mescola generi che, seppur amalgamati nel suono e nello stile, spaziano dal minimalismo, al post-punk, alla tradizione popolare. Ha una combinazione di strumenti musicali che vanno dal classico quartetto d’archi, a strumenti dell’aria folk, a inserti elettronici e ambient. È tra le ultime produzioni, realizzata con un gruppo di musicisti che partecipano anche ad altri progetti dell’etichetta.
I valutatori: intervista a Carlo Bertotti
Autore, produttore e musicista, Carlo Bertotti inizia la propria attività nei primi anni ’90 come compositore di musiche per cortometraggi e pubblicità. Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi), e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le peuple de l’herbe), Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).
Hai iniziato la tua carriera come musicista, proseguendo poi anche come produttore, a metà degli anni ’90. Per quanto siano passati (relativamente) pochi anni, il mercato discografico è radicalmente cambiato: qual è stato secondo te il cambiamento più importante?
“Sicuramente la trasformazione più profonda è stata quella digitale, con la conseguenza che la musica online ha decretato la morte del sistema musicale, almeno in Italia. La realtà purtroppo è che il download selvaggio ha ammazzato soprattutto gli artisti più giovani, che fanno più fatica a emergere perché non c’è modo di investire su di loro ma si punta su personaggi più consolidati e quindi economicamente sicuri”.
Quindi non credi che la diffusione delle nuove tecnologie abbia avuto anche degli influssi positivi sulla scena musicale?
“Certamente è anche vero che con la tecnologia che abbiamo a disposizione ora c’è più ‘democrazia’, quella degli ultimi anni è stata una sorta di piccola rivoluzione digitale. Ci sono meno possibilità economiche ma contemporaneamente ci può esprimere più velocemente e con poche risorse”.
Quindi se dovessi consigliare un artista su come muoversi per pubblicare un album o approcciare un’etichetta discografica, nel mercato di oggi, cosa gli diresti?
“Difficile rispondere. Molto dipende dal tipo di repertorio dell’artista. Fondamentalmente però a chiunque consiglierei, anche se sembra vecchio stile, di lavorare tantissimo sul live: suonare ovunque e il più sovente possibile, farsi conoscere, far crescere il proprio pubblico e acquistare solidità sul palco. Nonostante il web e i social network, il live conta ancora molto”.
Un approccio molto legato alla “realtà”, piuttosto che ai media e alla promozione.
“Il fatto è che negli artisti che mi capita di incontrare, sia in Sonda che altrove, vedo spesso ottime intuizioni ma poca forza di volontà. Il problema dei nostri giorni, in Italia come altrove, è che la televisione e il sistema dei talent show hanno bloccato il mercato, sia per i musicisti che per le major discografiche. Sembra che la gavetta sia sostituibile con una partecipazione a X Factor o Amici, ma ovviamente non è così”.
Quali sono le cose che ti colpiscono di più, quando ti trovi davanti un brano da valutare?
“Scrittura testi e composizione musica. Questa è la base da cui bisogna partire, quello che ci deve per forza essere, altrimenti manca il materiale. Poi le eventuali intuizioni sugli arrangiamenti”.
E hai mai sbagliato, qualche volta nel fare le tue valutazioni. Che ne so, qualcuno che hai bocciato come incapace e poi si è rivelato essere un successo.
“No, che io ricordi no. Nessun caso eclatante, almeno. Certo degli errori ne ho fatti anche io: per esempio ho fatto un errore di valutazione durante la promozione del primo album dei Delta V. Una cosa apparentemente piccola ma che alla fine ha influito pesantemente sulla carriera del gruppo. A volte capita…”.
Negli anni hai avuto modo di lavorare sia con indipendenti che major. Quali credi siano le differenze e i punti di forza (o anche di debolezza) delle une rispetto alle altre?
“Ognuna ha le sue peculiarità. La promozione delle major aiuta tantissimo in settori come radio e televisione, ed elargisce chiaramente dei budget per il recording cost molto più interessanti. Le indipendenti invece lavorano meglio sulla stampa specializzata, e hanno (o comunque avevano) persone più libere mentalmente ma per questo forse troppo poco inserite nel contesto e nella realtà di una musica italiana non al passo con le realtà estere”.
Spesso si parla di estero come a indicare qualcosa di migliore, di più “avanti” rispetto a noi: ma è veramente così? Tu che hai collaborato anche con molti artisti stranieri ci puoi raccontare quali sono le differenze nell’approccio alla musica.
“Delle differenze ci sono certamente, ma almeno per la mia esperienza posso dire che dipende dalle persone e non dalla nazionalità. Parlando di distinzioni nazionali quello che posso dire è che in Italia purtroppo le collaborazioni ultimamente sono diventate omologate, poco spontanee, se ne fanno troppe e a sproposito. Sembra quasi sia diventato l’unico modo per vendere qualche copia in più”.
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I partner, le etichette: Trovarobato

La Trovarobato è nata attorno al 2002 /2003 dalla volontà dei Mariposa (gruppo di cui faccio parte) di gestire personalmente la propria attività discografica e la promozione delle proprie musiche. Dopo poco però abbiamo iniziato a ricevere interessamento e proposte anche da altri artisti e l’attività si è allargata. I primi artisti prodotti (oltre ai Mariposa) sono stati Transgender (band nella quale hanno militato Luca Cavina, ora bassista dei Calibro 35 e Paolo Mongardi attualmente bassista di Zeus! e Ronin). Inizialmente abbiamo scelto le produzioni che ci interessavano basandoci soprattutto su artisti conosciuti durante l’attività live dei Mariposa: successivamente siamo passati a una vera e propria attività di ricerca. Non esiste una “musica Trovarobato”: gli album che abbiamo prodotto sono molto eterogenei. Siamo interessati alla “ricerca”, in ogni ambito anche se specialmente nell’ambito della “forma canzone”. Il lavoro dell’etichetta da alcuni anni si è concentrato particolarmente sui meccanismi di promozione online tramite social network e sulla distribuzione digitale: su quest’ultima stiamo puntando molto e stiamo sperimentando una strategia, assieme alla fiorentina A Buzz Supreme, col progetto Digitalea (www.digitalea.it). Se dovessi dare un consiglio a un giovane artista che intende pubblicare il proprio lavoro (specialmente se per la prima volta) direi di guardarsi molto attorno, di essere curiosi, di capire come si muovono le cose, di non concentrarsi esclusivamente sull’attività esecutiva e “di palco”, ma di cercare di sviscerare i meccanismi che risiedono dietro alla produzione di un disco, alla sua promozione, all’organizzazione di concerti. E’ tramite una curiosità di questo tipo che è nata Trovarobato. Conoscere questi meccanismi è molto utile, permette una comprensione ad ampio spettro dei fenomeni, permette di capirli all’interno della loro complessità: e questo vale anche nel caso in cui non si pensi a un’autoproduzione e si consegni poi il proprio album nelle mani di un’etichetta e di un ufficio stampa. Sul nome dato all’etichetta, posso dire che Trovarobato è il titolo di una canzone dei Mariposa, tratta dal primo album “Portobello Illusioni” (2000) e poi ripresa in “Pròffiti Now!” (2005). E’ inoltre “l’insieme degli oggetti necessari all’arredamento di una scena teatrale, cinematografica o televisiva.”. E contemporaneamente identifica il luogo fisico dove contenerli. E’ una buona metafora per un’etichetta discografica, no? Perché ascoltare un disco targato Trovarobato? Per essere piacevolmente sorpresi, ogni volta, a ogni ascolto, a ogni canzone.
Sono molto legato a “Suzuki Bazuki”, un EP dei Mariposa considerato la prima uscita della Trovarobato. è importante perché è uno dei primi esempi in Italia di album interamente scaricabile da Internet (anno 2003). Abbiamo curato tutto internamente, dalla grafica alle strategie di promozione. è inoltre un album importante musicalmente all’interno della storia dei Mariposa, per la presenza di brani strumentali molto articolati e “sperimentali” e canzoni particolarmente diverse dal resto della nostra produzione del periodo.
I valutatori: intervista a Daniele Rumori
Nato ad Ancona il 25 ottobre 1977, Daniele Rumori si occupa di musica indipendente da circa 15 anni. Vive a Bologna dal 1995, città dove ha fondato Homesleep Music (proclamata dalla stampa italiana migliore etichetta discografica indipendente del nostro Paese), di cui è stato direttore artistico fino al 2009 e per la quale hanno inciso gruppi come Giardini Di Mirò, Yuppie Flu, Julie’s Haircut, Fuck, Cut e Midwest. Da circa 10 anni è uno dei gestori, nonché responsabile della programmazione, del Covo Club di Bologna.
Raccontaci un po’ la tua storia: perché hai deciso di lavorare nella musica?
“Tutto è iniziato per caso. Quando avevo 17 anni alcuni miei amici avevano una band, gli Yuppie Flu, e andavo in giro con loro ai concerti dalle parti di Ancona, la nostra città. Quando sono arrivate le prime offerte discografiche abbiamo pensato di fondare un’etichetta per non lasciare la loro carriera in mani ‘sconosciute’. Ora mi sembra quasi impossibile essere ancora in questo mondo 15 anni dopo, anche se non più in ambito discografico”.
Gran parte di questa tua carriera l’hai passata però a Bologna, città in cui lavori tuttora: come hai visto modificarsi la scena negli anni?
“La scena musicale bolognese è sempre stata molto viva, ci sono tanti gruppi fantastici: penso agli A Classic Education, ai miei amati Cut ma anche a Forty Winks, The Tunas, Laser Geyser o The Valentines. Il problema è che si tratta di gruppi composti quasi esclusivamente da gente che ormai ha trenta o più anni… Ecco, mi sembra che stiamo vivendo un periodo di stasi. Dei nuovi, a parte Altre di B e Legless non ci sono molte altre band giovani che stia facendo parlare di sé, e Bologna ha davvero bisogno di qualche ventenne di talento che riesca a fare un po’ da traino”.
L’etichetta di cui parlavi all’inizio era Homesleep Music, che da qualche anno ha chiuso. Come mai?
“Quando abbiamo dato vita ad Homesleep in Italia, predicavamo nel deserto, siamo stati la prima etichetta indipendente con un accordo di distribuzione che prevedesse il pagamento dei dischi. Grazie a un computer e alle mail che mandavo siamo riusciti a diventare internazionali, distribuiti in 17 paesi. Poi nel dicembre 2009 abbiamo deciso di chiudere perché a causa del filesharing il mercato discografico tradizionale stava entrando in crisi, e per sopravvivere bisognava cambiare l’idea di fondo dell’etichetta. E noi non avevamo abbastanza stimoli per farlo. Siamo comunque la dimostrazione che la tecnologia offre delle possibilità enormi a chi ha le idee giuste e la capacità di muoversi attraverso i nuovi media, e che si va verso un mondo in cui molto probabilmente le major sono destinate a scomparire, mentre le indies prolifereranno grazie alla capacità di adattarsi”.
Da direttore artistico, dai un consiglio a un musicista che vuole approcciare una label.
“Gli direi di provare a mettersi nei panni del direttore artistico, a affinare al massimo il proprio materiale prima di proporlo. Il fatto è che le band non dovrebbero darsi come primo obiettivo quello di fare un disco e avere un’etichetta. Spesso infatti la cosa che mi colpisce di più, in negativo, quando ascolto del materiale, è la fretta con cui è stato registrato: una volta, visto che entrare in studio costava come comprare un’auto, prima di registrare i primi brani una band li affinava per almeno un paio di anni. Oggi dopo 3 giorni di prove registra e dopo nemmeno una settimana inizia a divulgare il materiale. E’ raro ascoltare un demo in cui si sente che il gruppo è affiatato e che ha lavorato a lungo per trasformare delle semplici idee in qualcosa di più sostanzioso”.
E di errori di valutazione ne hai mai fatti, rifiutando qualcuno che poi hai avuto successo?
“Come discografico c’è stato qualcuno che ho rifiutato e che ha invece avuto fortuna, ma sono cose che continuano comunque a non piacermi. Da promoter qualche errore l’ho fatto, tipo la volta che non me la sono sentita di fare i Kooks al loro esordio e poi fecero sold out all’Estragon, oppure quando un paio di anni fa ho preferito non fare la sconosciuta Anna Calvi per un cachet davvero molto basso. Capita. Però se penso che ho fatto suonare al Covo gruppi come Franz Ferdinand, Mumford & Sons, Gossip, Animal Collective, The XX, Broken Social Scene o The Decemberists allora credo che, facendo un bilancio, siano di più le volte che ci ho preso”.
Sono anni che collabori con il progetto Sonda. Come cambia il tuo approccio lavorativo rispetto a quello con artisti che ti contattano utilizzando altri canali?
“In generale sono una persona molto istintiva, quindi quando mi capita di ascoltare artisti nuovi di solito la mia reazione è sempre molto netta: mi piace/non mi piace. Con Sonda devo sempre fare il passo successivo, ovvero cercare di capire perché il materiale che sto ascoltando mi sembra buono oppure pessimo. È un processo davvero molto stimolante”.
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Nicoletta Noè – SONDAinONDA
Nicoletta Noè si avvicina al mondo delle arti all’età di 15 anni quando scopre che con teatro e la danza è possibile giocare. Entra a far parte della compagnia teatrale “Bottega Dei Mestieri Teatrali”, col regista Giulio Cavalli, con cui rappresenta “E’ Arrivato Godot”, spettacolo scritto e diretto dallo stesso Cavalli. La prima chitarra di Nicoletta entra in rotta di collisione con i compiti e le versioni di greco. Hendrix, Jonh Martyn, The Jayhawks… non possono essere messi a tacere, ed è così difficile spergnere lo stereo! A 20 anni, nel bel mezzo degli studi universitari, riceve una borsa di studio per studiare alla Nam di Milano, dove si diploma in canto. Lo studio le apre le porte della percezione. Il pianoforte. La musica è un linguaggio raffinatissimo che ciascuno sente come può.
Nell’Ottobre del 2012 viene pubblicato Il Folle Volo, il suo album di debutto, un’esordio dal carattere forte in cui sono concentrate tutte le sue passioni musicali e di cui potete avere un assaggio ascoltando la versione acustica del brano Dovecomequando che ci ha regalato a fine intervista in esclusiva per il nostro canale Youtube.
Blackie Drago – SONDAinONDA
Le Blackie Drago iniziano a suonare nel maggio 2011 a Bologna come trio composto da Margot (voce e basso), Twiggy VonHammers (chitarra) e Coco Jones (batteria). Registrano un demo che include quattro canzoni originali che oscillano tra sonorità shoegaze e dream pop. Le influenze spaziano da gruppi storici come Beat happening, Velvet Underground, Raincoats e Slowdive e gruppi della nuova scena americana come Best Coast, Diiv e Zola Jesus.
In questa intervista ci raccontano com’è nato il gruppo e come, da subito, abbiano avuto le idee chiare sull’obiettivo album (in arrivo) registrando il più possibile per raggiungere visibilità e nuovi fan. Potete inoltre ascoltare la versione acustica della canzone Blue Girl che ci hanno regalato a fine intervista.
I partner, i locali: Locomotiv Club
Il Locomotiv è un live club che si pone l’obiettivo di arricchire l’offerta culturale della città di Bologna, portando in nel capoluogo alcune tra le band e gli artisti più importanti e attivi sulla scena contemporanea, oltre a coltivare quella delle band locali. Aperto dal 2007, il Locomotiv ha prodotto più di 500 concerti, tra cui: Autechre, The Jesus Lizard, Pan Sonic, Lali Puna, The Pop Group, Caribou, Four Tet, Swans, Iron & Wine, Verdena, Deerhunter, Anna Calvi, The Melvins, St Vincent, Tune Yards, The Jon Spencer Blues Explosion, !!!, Codeine, Apparat, Peaches e molti altri.
L’avventura del Locomotiv Club di Bologna inizia nel 2007 per mano di Gabriele Ciampichetti e Michele Giuliani, a cui poi si sono aggiunti Massimiliano Galli e Giovanni Gandolfi, entrato a tempo pieno nel 2009. “Nel mio caso è stato finalmente il trovare un luogo stabile invece che continuare ad organizzare eventi in location sempre diverse”, spiega Giovanni, “Per gli altri credo sia stata una scelta assai azzardata, dato che Bologna già offriva molto in termini di luoghi per la musica live”. Un azzardo che si è poi rivelato invece azzeccato, data la crescita che il locale ha avuto in termini di spessore, di presenze e di credibilità, tanto da rendere necessario per gli organizzatori espandersi con produzioni esterne in teatri, piazze o altri club. “Cerchiamo di mantenere sempre alta la qualità, e di spaziare tra i generi musicali più svariati. Dobbiamo tenere sempre presente la fattibilità economica della cosa, anche se i problemi più grandi in tal senso ce li ha dati (sembra incredibile) il vicinato: nonostante ci si trovi all’interno di un parco, con le prime abitazioni veramente molto distanti da noi, ci hanno fatto chiudere e abbiamo potuto riaprire solo dopo aver fatto dei lavori di insonorizzazione molto onerosi”. Problemi burocratici a parte, che hanno anche intaccato la rassegna estiva del locale in Piazza Verdi, l’acustica ottimale del locale e la sua dimensione ideale per la fruizione di concerti hanno reso il Locomotiv uno dei club più appetibili per le band nazionali e internazionali di passaggio nel nostro Paese.

Ma come si pone la direzione artistica nei confronti degli emergenti? “Per quanto possibile ci piacerebbe dare spazio alla scena locale, ma siamo più orientati a nomi che abbiano un certo richiamo. In sostanza credo però che cercare di suonare al Locomotiv per un emergente sarebbe una perdita di tempo, e quindi un partire già col piede sbagliato, nel senso che prima di arrivare in club come il nostro bisogna comunque crescere in situazioni più piccole”. Nell’ottica di Gandolfi infatti suonare nel locali non è un diritto ma qualcosa che va conquistato, accettando (almeno all’inizio) ogni tipo di occasione senza trascurare l’aspetto della promozione della propria band. Sonda, di cui il locale è partner nel nuovo triennio del progetto, diventa quindi una via d’accesso privilegiata per i gruppi che vogliano calcare il palco del Locomotiv. “Ci sono sempre piaciute le iniziative ‘dal basso’, anche se raramente riusciamo a proporre gruppi esordienti se non in apertura a gruppi più rinomati”, spiega Giovanni, “Riceviamo una quantità infinita di proposte e per ascoltarle tutte dovremmo avere uno staff dedicato solo a questa mansione. Per cui ovviamente non riusciamo a farlo, ed un’iniziativa come Sonda aiuta a ‘scremare’ un po’ le proposte più meritevoli”.

“Effettivamente lavorando in un locale c’è un’aneddotica piuttosto vasta. Assurdità ce ne sono parecchie, la volta in cui ho temuto che un concerto non si potesse svolgere a pochi minuti dall’inizio fu quando il frontman si rese conto che la suola delle scarpe di scena si era rotta, e non voleva più fare il concerto. Si è chiuso in camerino in una sorta di crisi isterica e non usciva più, a quel punto sono entrato col nostro fonico che si è improvvisato calzolaio risolvendo in extremis la situazione”.
Nix Olimpica – SONDAinONDA
Da ben 17 anni i Nix Olimpica continuano ad evolversi nel loro sound carico e graffiante alternato a sonorità psichedeliche che ci riportano al Grunge dei Nirvana o degli Alice in Chains, ma sarebbe riduttivo rinchiuderli in un unico genere. Rock’n’roll, indie e stoner si uniscono a una scrittura introspettiva andando a creare un magma inarrestabile che è ormai garanzia di qualità.
Nel 2011 hanno pubblicato un nuovo album, “The Best Time“, progetto dal titolo ambizioso che non ha disatteso le aspettative, e al momento stanno scrivendo nuovi brani per il prossimo lavoro. Sentiamo cos’hanno avuto da dirci…
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Rev Rev Rev – SONDAinONDA
Nel giugno 2011 Emanuele, Sebastian e Laura (Normofobia) incontrano Alain (Vystheria) e decidono di dare vita ad un nuovo progetto di musica originale – i Rev Rev Rev – con radici affondate nel rock alternativo degli anni ’80 e marcati tratti onirici.
Nel suono generato dalla commistione dei loro background, l’impasto chitarristico e le melodie shoegaze, che riecheggiano di My bloody Valentine e Jesus and Mary Chain, si incastrano su una sezione ritmica nervosa, a tratti no-wave. Si alternano brani potenti e dissonanti ad aperture psichedeliche, senza però mai perdere di vista il formato canzone. Attraverso questo caleidoscopio di suoni filtra il lirismo dei testi di Emanuele, tanto minimali quanto icastici.
Il loro primo lavoro ufficiale “Hypnagogic Visions” è disponibile in free-download su Bandcamp.
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Gone – SONDAinONDA
Conosciamo Lorenzo Lugli in quanto chitarrista dei Vanamusae, ma non sapevamo che dal 2009 intraprende un proprio progetto solista con lo pseudonimo di Gone. Contemporaneamente, quindi, Lorenzo si ritrova a suonare in un gruppo rock dalle sonorità potenti e decise, mentre Gone procede per una strada diversa.
I suoi pezzi, nati quasi per gioco, hanno una connotazione più intima e confidenziale, molto privata. Due anime all’apparenza diverse, pronte ad unirsi, probabilmente, quando le sue canzoni usciranno da questa sfera ancora estremamente privata e personale per arrivare sui palchi ed offrirsi a tutti.
Quest’estate Gone la passerà in studio a registrare il suo primo album, che speriamo di sentire presto. Come attendiamo di vedere la proposta live di questo progetto. A voi Gone.
Guarda sul nostro canale youtube il video del brano che Gone ha suonato dopo l’intervista