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Intervista doppia: Afterhours e Lo Stato Sociale

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AFTERHOURS

Gli Afterhours fanno parte della scena rock italiana da tanti anni. Il loro successo è palpabile, nei concerti e nei dischi venduti. Manuel Agnelli è da sempre il motore principale della band. Per capire una storia artistica così importante gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Perché sono nati gli Afterhours e come avete affrontato gli inizi di carriera?

“Sono nati da un’esigenza. Tutti noi volevamo suonare perché era l’unico linguaggio con il quale potevamo parlare. Suonando ci sentivamo noi stessi. Non è stato un progetto nato a tavolino pensando a una carriera. All’inizio abbiamo cercato, anche stentando, una nostra personalità, che quando abbiamo trovato è diventata irrinunciabile. Non c’era una volontà professionale, perché altrimenti non saremmo andati avanti per così tanto tempo. I primi veri guadagni sono arrivati dopo sette/otto anni di gavetta. Non consiglierei mai a nessuno di mettere in piedi un progetto con il puro scopo di crearsi una carriera suonando musica come la nostra”.

Che cosa è cambiato dagli inizi a oggi?

“Sono cambiate tante cose. Sia dal punto di vista di line-up sia dal punto di vista di una crescita personale. Adesso a livello professionale le cose sono molto più gratificanti e semplici, avendo una squadra di persone che lavora con e per noi. Siamo arrivati al punto che suoniamo per il piacere di suonare senza pensare al resto. Con questo non dico che non ci siano, ogni tanto, dei problemi, perché non siamo i Rolling Stones. Però mi ricordo che all’inizio dormivamo per terra dentro i sacchi a pelo e ripensandoci si suonava in situazioni che oggi nessuno affronterebbe neanche all’inizio di carriera”.

Quando vi siete resi conto che era arrivato il successo?

“Dopo l’uscita di “Hai paura del buio?” c’è stata una svolta. Il nostro pubblico è passato da 100 a 1000 persone a concerto, com’è aumentato il numero dei live, da una dozzina all’anno a più di 60, per poi continuare a crescere in maniera costante. Nel 2006 i concerti sono stati ben 120 tra Italia, Stati Uniti ed Europa”.

Come avete gestito il successo a livello mentale?

“Fortunatamente le cose attorno a noi non sono cambiate da un giorno all’altro, il successo è arrivato dopo tanti anni di gavetta che ci hanno permesso di tenere i piedi ben saldi per terra. Con questo non voglio dire che gli Afterhours erano immuni da problematiche interne. Avevano visioni e opinioni diverse su come continuare a fare musica, perché più aumenta la diffusione della tua musica, più diventa difficile gestire tutti i dettagli. Oggi è impensabile, come vent’anni fa, dedicare lo stesso tempo a 300 persone che vogliono parlarti dopo un concerto”.

Come si superano le crisi all’interno di una band?

“Con l’esperienza e con l’intelligenza. Non ci sono delle regole da applicare. Dipende dalle persone coinvolte. Bisogna capire quali sono le cose importanti da salvaguardare. Il mondo della musica non è un mondo di geni, ci sono troppe velleità in ballo. Se manca l’intelligenza prima o poi una band è destinata a rompersi, perché è un compromesso troppo grande da sopportare. Mediamente un gruppo dura intorno ai 4/5 anni. Una band è galvanizzante ma è anche un forte compromesso di personalità diverse”.

Tu ti sei prodigato per far crescere il rock italiano. Però la scena non è mai esplosa. Perché?

“Credo che sia colpa di una mancata informazione. È colpa dei giornalisti che hanno minimizzato quello che stava accadendo rispetto, invece, a quello che succede in Paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, dove la stampa sostiene anche fenomeni musicali del tutto marginali. Forse c’è stata una sorta di paura di sostenere degli artisti che si sarebbero sgonfiati di lì a poco. La stampa specializzata ha aiutato la scena rock nostrana facendolo però con un paternalismo dannoso. Si è persa una grossa occasione per cambiare anche le strutture che stavano intorno alla musica, mi riferisco ai fonici, produttori, tecnici ecc. Non è stata colpa del pubblico e nemmeno degli artisti”.

Per una band calata nell’oggi quanto è importante l’utilizzo dei new media?

“Oggi per una band già avviata è indispensabile avere una forte comunicazione sul web. Per gli esordienti non credo che sia così efficace, in tutto il mondo saranno una decina, le band che sono riuscite a farsi conoscere attraverso la Rete. Troppa informazione crea un corto circuito”.

LO-STATO-SOCIALE-Foto-di-Luca-Reggiani-0099-okLO STATO SOCIALE

E’ praticamente dal giorno della pubblicazione di “Turisti della democrazia” nell’ormai quasi lontano 2012, o forse ancora meglio da qualche tempo prima con gli EP “Welfare Pop” e “Amore ai tempi dell’Ikea”, che i ragazzi de Lo Stato Sociale in qualche modo dividono gli animi: da una parte il pubblico spesso giovane (o giovanissimo) che li ha eletti a portavoce generazionale e nuovo fenomeno del cosiddetto “indie” italico, dall’altra la critica che a sua volta si scinde tra gli elogi degli avanguardisti del pop e il biasimo della vecchia guardia, la quale li considera più o meno come la bufala del secolo. Tuttavia, visto che (citando uno che di Pop se ne intendeva) “non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità”, in questi due anni Lo Stato Sociale ha comunque macinato palchi su palchi, conquistandosi con sudore e chilometri un posto di diritto nel panorama musicale italiano e mettendo sullo scaffale un nuovo lavoro: “L’Italia peggiore”, accolto sorprendentemente con prime posizioni in classifica e compagnia bella, e definitiva consacrazione di questi cinque ragazzi di Bologna. Quale miglior esempio di gruppo emergente (o ormai emerso) per questa intervista doppia? A sopportare le nostre domande è stato Alberto Cazzola, bassista e fondatore del gruppo.

Quando è stato il momento in cui vi siete accorti di essere diventati un gruppo di successo?

“Non so bene cosa sia il successo, forse non esiste. Sicuramente non si può misurare nella dicotomia successo / non successo. Pensa se fossimo diventati un gruppo di insuccesso, per noi è già una battaglia vinta essere un gruppo e basta. Un collettivo che si fa forza e va avanti grazie al supporto di tutti. Per rispondere comunque alla domanda, credo di aver capito definitivamente che non si sarebbe più tornati indietro quando Bebo ha lasciato il suo lavoro per suonare”.

Come è cambiata la vostra vita dopo “Turisti della democrazia”?

“Più che altro abbiamo iniziato ad avere molto meno tempo libero. E adesso, spesso, anche il tempo libero lo si passa a pensare allo spettacolo, ad una canzone, ad una parola”.

Ci sono stati dei momenti difficili? L’impatto con la notorietà, le critiche, i lunghi tour?

“Per uno come me i momenti difficili sono quelli di mancanza di fiducia interna. Certo, il tour alla lunga diventa estenuante e ti succhia il sangue, ma questo lo immaginavamo già da prima, era una cosa messa in conto, difficile da quantificare ma preventivata. Quando a volte invece non funziona qualcosa all’interno è una spiacevole sorpresa per tutti. Quelli sono i momenti più difficili da superare per un collettivo. Per fortuna siamo capaci di psicanalizzarci abbastanza bene tra di noi, guardarci in faccia e andare avanti a volte superando le divergenze, a volte mettendole da parte”.

Come è stato scrivere “L’Italia peggiore” dopo il successo di “Turisti della democrazia”?

“C’è stata un po’ di ansia da prestazione e tante ore di lavoro e discussione. Non per tutto il disco però. Alcuni pezzi si sono scritti e composti praticamente da soli. Altri hanno visto una gestazione al limite della sopportazione umana di tutti, Matteo di Garrincha Dischi compreso”.

Potendo viaggiare nel tempo fino a 20 anni fa, quale esordiente italiano avreste voluto essere?

“Ligabue o Jovanotti, che adesso riempiono gli stadi. Riuscire a fare lo stesso percorso da indipendenti sarebbe un risultato incredibile e inedito… Ma sono tempi diversi e, sebbene possiamo definirci pop, difficilmente potremmo raggiungere quel livello di penetrazione e consenso. Da un certo punto di vista siamo forse anche un po’ troppo estremi per raggiungere un livello del genere”.

Un consiglio per una band giovane che inizia adesso a suonare?

“Consiglio di non pensare solo a suonare ma di dedicare molto tempo ad altro, scoprire cose, uscire di casa, parlare, godere, informarsi, ascoltare musica e parole”.

Dopo un anno di successo, vi siete rotti di…?

“Di rispondere a domande che contengono citazioni dei nostri pezzi”.