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I valutatori: Nicola Manzan

Se nella tua vita sei diventato un produttore, musicista, direttore artistico, editore, discografico, talent scout, manager qual è stata la tua formazione musicale negli anni dell’adolescenza?
Una semplice domanda che nasconde una profonda risposta. Scopriamo insieme cosa ascoltavano e cosa leggevano i valutatori di Sonda.

Ho iniziato ad ascoltare musica molto presto.
Mio padre aveva un po’ di vinili in casa, tipo cantautori e simili, oltre ad alcuni “audiolibri”, come li chiameremmo ora. Aveva anche una collezione di 100 vinili di classica, credo recuperati in edicola.
A cinque anni mi ha insegnato ad usare il giradischi e mi ha dato la massima libertà di utilizzo e di ascolto. Penso sia iniziata lì la mia voglia di mischiare generi, di ascoltare un po’ di tutto senza distinzioni. Ricordo che facevo delle mie personali classifiche e facevo finta di essere il dj di una radio mettendo brani di Beethoven, Elvis, De Gregori uno dopo l’altro, in base alla suggestione che mi davano.
Quando ho iniziato a potermi permettere di acquistare i dischi che interessavano a me, era già arrivata l’epoca del Cd, ma ho continuato ad acquistare i vinili, quando erano disponibili. Allo stesso tempo mio padre prendeva mensilmente la rivista (di musica classica) Amadeus, con cd allegato che automaticamente finiva nel mio stereo. In pratica gli anni della mia adolescenza sono stati caratterizzati da doppi input: da un lato la musica classica che studiavo ed ascoltavo perché “fornita” direttamente da mio padre, dall’altro avevo i miei dischi metal e hardcore che compravo coi pochi soldi che avevo.
Allo stesso modo leggevo anche riviste musicali diversissime fra loro: sulla mia scrivania, sotto un numero di “Rumore”, ci poteva essere un numero di Amadeus con Bernstein in copertina (con tanto di pubblicità della Rolex al suo interno).
Credo che a livello di ascolti questo sia stato un periodo molto formativo, la lista degli artisti e dei rispettivi album che ho ascoltato potrebbe essere davvero lunghissima. A volte erano cassette doppiate casualmente da qualche amico, a volte erano dischi che cercavo io, altre volte trovavo dei cd a casa e me ne innamoravo. Potrei citare tre casi su tutti: gli Slint di “Spiderland”, i Carcass di “Necroticism” e la celeberrima registrazione delle “Variazioni Goldberg” di Bach suonate da Glenn Gould. In tutti e tre i casi, parlo di dischi che ho ascoltato ossessivamente per mesi, alcuni per anni. Le variazioni Goldberg, ad esempio, sono sempre le benvenute nella mia vita quando devo rimettere in ordine il cervello.
La cosa curiosa è che spesso riascoltando alcuni dischi che sono stati importanti per me, mi rendo conto di quanto nel frattempo sia “cresciuto” il mio orecchio, notando spesso moltissime peculiarità che un tempo non sarei mai riuscito a cogliere. Se a volte questo ascolto più dettagliato mi porta a sentire una certa ingenuità nei miei gusti di un tempo, dall’altro mi rendo anche conto che certe caratteristiche, nel bene e nel male, sono rimaste impresse nella mia testa e spesso mi sono ritrovato a riproporle in qualche modo nella mia musica.
Sul fronte dei concerti, invece, suonando il violino fin da bambino venivo spesso accompagnato a concerti di musica classica, per un periodo ho anche avuto l’abbonamento alla stagione sinfonica del teatro di Treviso. Adoravo andare ai concerti in quegli anni, un po’ per la compagnia, un po’ perché ho sempre adorato essere investito dal suono potente di un’orchestra, così come adoro trattenere il fiato durante i pianissimo della musica da camera.
Ma allo stesso tempo ho iniziato anch’io a fare concerti e ad andare a vedere quello che arrivava in zona. Mi ricordo molto bene di quando andavo (appena diciottenne) all’Agrrro, centro sociale in provincia di Treviso dove c’erano concerti punk che mi hanno fatto capire che la musica poteva essere anche qualcosa di diverso da quello che conoscevo io (potrei dire semplicemente: l’opposto). Ho vissuto in bilico tra musica classica ed autogestione per parecchi anni, facendo a volte anche doppi concerti, prima con l’orchestra, poi col mio gruppo in qualche locale. Da quando poi ho iniziato a lavorare in un rock club come tecnico palco, le cose sono cambiate: ogni weekend lavoravo con band di qualsiasi tipo, che mi hanno portato ad amare o odiare certi gruppi, ma soprattutto certe attitudini da rockstar fallite.
Se dovessi citare due concerti “della vita”, non avrei dubbi: nel 1998 ho suonato col mio gruppo di supporto agli Unsane di New York. Li conoscevo di nome, sapevo che erano molto apprezzati, ma non immaginavo che dal soundcheck in poi la mia vita sarebbe letteralmente cambiata. I suoni, l’attitudine, i pezzi: tutto era nuovo e tutto era esattamente nei miei canoni estetici, spazzando via molte cose che avevo ascoltato fino al giorno prima, rendendomele a tratti insopportabili.
Il secondo concerto è stato un BBC Prom alla Royal Alber Hall di Londra, sempre in quegli anni, in cui Yo Yo Ma suonava un concerto per violoncello in prima assoluta. L’introduzione altro non era se non una registrazione di rumori ambientali, mandata in play dallo stesso violoncellista e diffusa da uno stereo portatile degli anni 80 piazzato davanti al violoncello. E anche il resto era poesia pura.

Nicola Manzan

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