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Incontri con i valutatori 2020

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; i partecipanti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

Gli incontri 2020, nel rispetto delle normative igieniche legate all’emergenza Covid, avranno una modalità di accesso leggermente diversa.
Potranno partecipare al massimo 30 persone per ciascun incontro (di conseguenza chiediamo alle band di mandare un solo componente) registrandosi attraverso un modulo on line (il login dovrà essere effettuato con un account Google/Youtube/Gmail).
Unitamente ai dati occorrerà inviare il brano che verrà ascoltato durante l’incontro. In questo modo eviteremo il passaggio di cd, chiavette usb, ecc…
Coloro che si iscriveranno riceveranno l’eventuale conferma di partecipazione via email all’indirizzo indicato, compatibilmente con il numero di posti disponibili.
E’ richiesto a tutti i partecipanti di essere presenti dall’inizio dell’incontro alle ore 14.
Chiediamo di comunicarci tempestivamente eventuali rinunce in modo da consentire ad altri di partecipare

• sabato 7 novembre 2020, dalle 14 alle 18
Incontro con Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); Marco Bertoni (produttore, musicista); Marcello Balestra (produttore-editore musicale); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia).
PRENOTA UN POSTO ALL’INCONTRO DEL 7 NOVEMBRE


• sabato 28 novembre 2020, dalle 14 alle 18
Incontro con Roberto Trinci (direttore artistico Sony/Emi Music Publishing); Giampiero Bigazzi (produttore discografico), Luca Fantacone (direttore marketing Sony Music); Nicola Manzan (musicista, produttore).
PRENOTA UN POSTO ALL’INCONTRO DEL 28 NOVEMBRE

Gli incontri si terranno presso La Torre all’interno del polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

I pensieri dei valutatori: Carlo Bertotti

Se nella tua vita sei diventato un produttore, musicista, direttore artistico, editore, discografico, talent scout, manager qual è stata la tua formazione musicale negli anni dell’adolescenza?
Una semplice domanda che nasconde una profonda risposta. Scopriamo insieme cosa ascoltavano e cosa leggevano i valutatori di Sonda.

A 13 anni ho ereditato il giradischi di mio padre, lui non lo usava praticamente mai e aveva pensato che il solo fatto di poterlo trasferire dal salotto a camera mia avrebbe potuto fare del sottoscritto uno studente potenzialmente più dedito alla causa…
Ricordo di aver allestito in poco tempo una sorta di minidiscoteca in camera aggiungendo un paio di casse e un set di lampadine colorate con dei sensori che le facevano accendere a seconda del beat.
Ascoltavo musica tutti i pomeriggi, ininterrottamente.
Non mi drogavo ma ero sufficientemente carico a molla per disattendere le aspettative famigliari, farmi bocciare e finire in collegio con un biglietto di sola andata: l’intuizione di mio padre non era stata sufficiente…
Nel 1978 ascoltavo prevalentemente punk rock ma cominciavano ad affascinarmi i primi synth: avrei fatto qualsiasi cosa per una Les Paul (anche un’imitazione Gherson sarebbe andata più che bene) ma ho fatto più di un pensiero su un Korg MS 10 usato che vedevo nel negozio di strumenti musicali di fiducia…
Ci sono tre LP che in quei mesi mi hanno letteralmente folgorato: Never Mind the Bollocks, Ha! Ha! Ha! e Outlandos d’Amour.
Ancora oggi mi accorgo di come quel tipo di ascolti abbia contribuito a formarmi in quel periodo. A 14 anni non si è portati alle mediazioni, ci sono solo bianchi o solo neri, i grigi non sono ammessi e quindi tutto il patrimonio sonoro degli anni precedenti, le grandi band rock, i cantautori, etc, sono stati semplicemente cancellati o ignorati dal mio personale database.
Quell’integralismo adolescenziale che mi portava a divorare fanzine e riviste di musica (l’appuntamento settimanale con Ciao 2001 era inderogabile), a trascorrere i weekend consultando cataloghi di strumenti musicali o in sala prova a suonare con la prima band di compagni di scuola mi ha reso più consapevole di quello che avrei voluto fare nella vita. Se non altro avevo un obbiettivo, ed era una cosa importante soprattutto in un periodo come la fine degli anni 70, dove in quanto a derive pericolose potevi avere una discreta scelta.
In quel periodo non c’erano molti concerti a cui poter andare ma nei primi mesi dell’80 ebbi la fortuna di poter inaugurare la mia personale stagione live con una doppietta imperdibile. A distanza di due mesi, sempre al Palalido di Milano, arrivarono Ramones e Police, non avrei potuto chiedere di meglio…
Ad aprire il concerto dei primi suonarono gli UK Subs, band inglese di cui ero fan (i primi due album sono bellissimi) e che dal vivo spaccavano letteralmente.
Dei Ramones detestavo End of the Century ma i primi quattro album erano delle perle.
La loro musica non era quella nichilista dei Sex Pistols: la chitarra di Johnny Ramone filava al doppio di quella di Steve Jones e quella velocità non ti faceva pensare a distorsori o overdrive ma a un punk che faceva di quello stile un po’ rock’n’roll un marchio di fabbrica ancora più riconoscibile dell’attitudine provocatoria di Rotten e Vicious.
E quando due mesi dopo su quello stesso palco salirono i Police il cerchio si chiuse. C’era tanta di quell’energia lì sopra che avresti potuto illuminare tutta Milano. Ed erano in tre, e Copeland sembrava avere quattro braccia, e Summers con quella Telecaster tirava fuori suoni che non avevi mai sentito, e Sting ti faceva pensare che nessuno avrebbe mai potuto essere così sintesi perfetta. Per quell’Ibanez avrei venduto l’anima, con dischi come Reggatta de Blanc capivi che la Musica non sarebbe più stata la stessa.
Ho cominciato a collaborare con una radio privata pochi mesi dopo, non ero ancora maggiorenne e non avrei tecnicamente potuto essere lì ma il proprietario era un amico di un giro di fratelli maggiori che aveva garantito per me e così ero riuscito a ritagliarmi una piccola rubrica di un’ora alla settimana dove mettevo tutti i dischi che avevo comprato nei giorni precedenti.
Mi sentivo un privilegiato ma soprattutto ero contento di poter far ascoltare quelle che reputavo essere canzoni imprescindibili per una adeguata e corretta formazione personale…
Al netto di nostalgie o derive generazionali quello era un mondo dove un album costava 6000 lire, un bootleg anche meno, e le copertine le consumavi a forza di leggerle e rileggerle, e le foto che ci stavano sopra te le ricordi ancora oggi.
Dove una discreta chitarra elettrica, ampli compreso, costava 500.000 lire.
Dove l’unica cosa digitale erano i primi orologi giapponesi a cristalli liquidi e il telefono era quello fisso di casa.
Dove per cambiare canale alla televisione per vedere “Punk e a capo” con Di Cioccio ti dovevi alzare perché i telecomandi erano merce rara.
Dove alle edicole c’erano decine di riviste per ogni genere e palato.
Dove le sale prove erano piene tutti i giorni di gente che suonava veramente.
Dove rockers e mods si guardavano in cagnesco in via Torino e le creste dei punk dominavano al Virus.
Dove i deejay erano quelli che mettevano dischi in radio. Punto.
A chi non c’era, o a chi semplicemente è nato dopo, consiglio di farsi un giro di più in rete, di leggersi le cronache di quei mesi, le recensioni, di “ascoltare” quegli anni ma soprattutto di cercare di immaginarselo quel mondo.
Perché non esiste più, ed è un vero peccato.

I pensieri dei valutatori: Carlo Bertotti

Nuovi negozi di dischi stanno aprendo un po’ dovunque. Il vinile è tornato ad essere un supporto amato ed acquistato. Ai concerti si registrano sold-out ad un ritmo vertiginoso, mentre i talent e il Festival di Sanremo macinano share da capogiro. Sono segnali di una ripresa o di una imminente apocalisse? Ecco cosa ne pensano i valutatori di Sonda.

Avevo 14 anni e studiavo in collegio. L’anno prima ero stato bocciato e i miei avevano pensato bene di spedirmi a Lodi in un istituto gestito dai Barnabiti: secondo mio padre lì avrei potuto riflettere meglio sulle conseguenze di un anno ”buttato nel cesso”.

In collegio vestivamo tutti di blu, chi aveva i capelli lunghi se li doveva tagliare e se ti comportavi bene durante la settimana, il weekend potevi tornartene a casa.

Una piccola Alcatraz per studenti “problematici” o ragazzi provenienti da famiglie divise.

Per fortuna accanto alla palestra c’era una specie di sala musica con ampli, giradischi e un discreto impianto. Con una decina di altri convittori (ci chiamavano così) passavamo i nostri pomeriggi ascoltando le decine di vinili che di settimana in settimana ci portavamo da casa. Con tre di quei compagni ho formato la prima band in cui ho suonato.

In quel periodo ascoltavo punk inglese: gli Uk Subs, i Damned e gli Undertones i miei gruppi preferiti. Ma fu in mezzo a quelle pile di dischi che scoprii album come Outlandos d’Amour, Remain in Light o Systems of Romance, solo alcuni dei vinili che ho letteralmente consumato in quei mesi.

Quando ritornavo a casa per il weekend passavo il sabato pomeriggio da Buscemi o al New Kary in via Torino. Due negozi di dischi dove ho comprato decine di vinili: ricordo che in quel periodo (primi anni 80) costavano 7000 lire, al netto di Istat e adeguamenti vari stiamo parlando di meno di 4 euro…

Ho ancora la maggior parte di quegli album, e il fatto di vedere oggi negli scaffali della Feltrinelli o della Mondadori sempre più 33 giri non può che strapparmi sorrisi anche se in realtà non so quanto questa tendenza possa significare qualcosa di sostanziale per il mercato discografico.

Però mi piace pensare che in mezzo a un panorama musicale così precario e in affanno, il ritorno del vinile possa rappresentare una piccola svolta, un’indefinita forma di cospirazione, una presa di posizione di chi alla musica ha voluto e continua a voler bene.

È un periodo buio questo, in cui sentirsi rappresentati è impresa complicata. E questa politica e questa società dovrebbero indurre a profonde riflessioni o portare a scelte nette, anche in musica, perché si possono dire tante cose con i suoni e le parole e per chi ci crede, i musicisti sono tutti un po’ come Dan Aykroyd e John Belushi, in missione per conto di Dio.

P.S.
Personalmente ho ripreso a suonare in questo periodo dopo 10 anni di stop volontario e consapevole. L’ho fatto al netto dei casini (professionali, economici, etc) che questa scelta avrebbe e sta comportando.

E insieme a un nuovo basso e a un vocoder di seconda mano, in casa è rientrato anche un giradischi (si lo so, dovrei dire piatto ma mi perdonerete, sono solo un piccolo cospiratore).

Incontri con i valutatori 2019

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri, rivolti principalmente e musicisti e gruppi musicali, sono aperti a tutti.
Si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; tutti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

• sabato 16 marzo 2019, dalle 14 alle 18
Incontro con Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); 
Giampiero Bigazzi (produttore discografico), Carlo Bertotti (produttore, autore).


• sabato 13 aprile 2019, dalle 14 alle 18
Incontro con Roberto Trinci (direttore artistico Sony/Emi Music Publishing); Marco Bertoni (produttore, musicista); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia); Marcello Balestra (produttore-editore musicale).

Gli incontri si terranno presso La Torre all’interno del polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

Le scelte dei valutatori: Carlo Bertotti

Carlo Bertotti segnala alcuni degli iscritti a Sonda più interessanti tra quelli che sono stati lui attribuiti negli ultimi anni.

Oscar di Mondogemello
Ivan e Oscar sono la stessa persona, e sarebbe sbagliato considerare la prima come un’emanazione della seconda. E’ un progetto mono. Monoalbero, monoasse, monoblocco. L’evoluzione di un ex batterista che dopo una vita trascorsa dietro ai tamburi ha imbracciato una chitarra e, accompagnato dalle sue basi e dalla sua drum machine ha dato vita a questa forma particolare, monolitica appunto.
E’ una strada difficile questa, ma così interessante che vale la pena essere percorsa fino in fondo: testi affilati, arrangiamenti essenziali, doppie voci in evidenza e metriche inaspettate. Il tutto in poco più di due minuti, un colpo secco, qualcosa che non ti aspetti. E’ roba ruvida, poco comoda all’apparenza ma con testi mai banali, e chitarre “strappate” sempre in bilico su armonie minimali.
“Il tempo che vuoi” è una delle cose più originali che io abbia ascoltato qui su questo portale.

Marae
A Sonda ascolti gente diversa, chi rimane ancorato al passato, chi si divincola e prova a percorrere strade diverse, chi non sa dove vuole andare ma intanto comincia a muoversi.
E questa è la cosa che preferisco: fare musica nel 2017 è roba per coraggiosi, riuscire a farlo bene è qualcosa che comunque merita rispetto. A prescindere.
Io Gabriele (la voce di Marae) l’ho conosciuto ad uno degli incontri di Sonda, non era nella lista assegnatami da Andrea e Paolo. Ho sentito un suo pezzo, Hangover, e mi ha subito incuriosito. Melodie non convenzionali, arrangiamenti essenziali e soprattutto una voce particolare che non ti aspetteresti mai da uno della sua età: un timbro profondo e poco disciplinato, una forma grezza che meriterebbe attenzioni e cure per poter esprimersi in pieno e al meglio. Ci vorrebbe un produttore, ma di quelli con la frusta. Perché il cavallo in questione è sì di razza ma morde il freno come pochi e per fare questo lavoro oltre al talento servono applicazione e metodo.

Cedar Wyes – Give Vent – Iza Grau
The kids are alright. Sì, i ragazzi, questi ragazzi, stanno bene ma cantano in inglese…
Non amo chi ragiona per partito preso e penso che in musica ci debba essere un’apertura mentale il più ampia possibile ma…
Ma mi chiedo: perché cantare nella lingua di Roger Daltrey quando al 99% sai già che non farai mai un biglietto di sola andata per Londra o le Midlands?
Che poi quando ti confronti con chi usa l’inglese alla fine la motivazione è quasi sempre la stessa: una metrica più accessibile, un suono più addomesticabile…
Ed è un peccato. Perché questi ragazzi ad esempio il loro lavoro lo sanno fare bene.
Cedar Wyes, Iza Grau e Give Vent sono tre progetti molto interessanti e che possiedono senza dubbio buone basi per i rispettivi percorsi artistici.

Cedar Wyes è il progetto di Cedric, sound FM, un timbro originale e una cifra riconoscibile con atmosfere seventies e richiami di french touch.
Un impianto più tradizionale, ma non per questo scontato, è quello dei Give Vent. Di loro mi piace l’uso delle chitarre e lo sviluppo armonico dei brani che ho ascoltato. Un suono compatto ma non invadente con degli echi 90’s che però non suonano datati.

Iza Grau sono invece una band New Wave 2.0 direttamente catapultata nel 2017: una voce potente e suoni super dark a tessere atmosfere che ti fa venir voglia di riascoltare tutti i vinili che avevo comprato da ragazzino.

Le basi, come già detto, ci sono per tutti e tre i progetti. Ora servirebbe solo un piccolo sforzo per cantare nella lingua in cui parliamo tutti i giorni alla gente lì fuori. Che alla fine credo ci capirebbero anche meglio…

Incontri con i valutatori 2018

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri, rivolti principalmente e musicisti e gruppi musicali, sono aperti a tutti.
Si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; tutti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

• sabato 24 febbraio 2018, dalle 14 alle 18
Incontro con Roberto Trinci (direttore artistico Sony/Emi Music Publishing); Luca Fantacone (direttore marketing Sony Music); Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); Marcello Balestra (produttore-editore musicale).


• sabato 24 marzo 2018, dalle 14 alle 18
Incontro con Giampiero Bigazzi (produttore discografico, musicista); Marco Bertoni (produttore, musicista); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia); Carlo Bertotti (produttore, autore).

Gli incontri si terranno presso l’Off all’interno del polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

Un’età di mezzo – Carlo Bertotti

1525R-89014Vivo un’età di mezzo. E non è solamente una questione anagrafica ma qualcosa che ha più a che fare con il senso di provvisorietà, con il non ritrovarsi più con i tuoi luoghi, le tue sicurezze.
È una cosa che è successa a poco a poco. E se all’inizio la identifichi con un momento di crisi, poi la riconosci dal fatto che come te la vedono in tanti. E in tanti non riescono a trovare più le coordinate di sempre.
Di musica ho vissuto per anni, una passione irrazionale che poi è diventata anche lavoro. Un periodo in cui ho capito che qualsiasi cosa avessi fatto di differente nella vita non sarebbe stato lo stesso.
Poi quella stessa vita ti cambia le carte in tavola e arriva il giorno in cui capisci che devi comunque fare una scelta che ti porta altrove. Spesso è una questione economica, altre volte la fine di un sodalizio. Ma sempre più spesso ad un certo punto ti accorgi che vivere di musica nel terzo millennio è diventata cosa difficile, per certi versi impossibile.
Amici, musicisti, fonici, produttori. Una e più generazioni di addetti ai lavori falciata dagli eventi degli ultimi anni, arata da globalizzazione, internet e rivoluzione digitale.
La musica più di altro ha pagato. E pochi là fuori realmente hanno afferrato questo evento nella sua gravità. Perché quando si perdono per strada le idee, la progettualità, l’istinto e la grazia, una parte di noi si congela e non vive più.
La gente ormai pensa che la musica sia qualcosa di dovuto, un arredo, un contorno. Perché pagare per vedere un film? Per leggere un libro? Per ascoltare musica? In Rete c’è tutto e non costa nulla. Io ricordo librerie e negozi di dischi pieni di gente che sfogliavano avidamente copertine e booklet. Album che riunivano gente diversa tra loro o che diventavano bandiere di un movimento. Una cosa probabilmente incomprensibile per tanti, troppi millennials.
Perché oggi i ventenni aspettano spazientiti il loro turno, che per altro ai trentenni è regolarmente già stato negato e ai quarantenni è già sfuggito di mano.
Si vive di apparenza (che non è quella degli anni 80, si badi), la socializzazione pialla ogni forma di contrasto e originalità mentre una comunicazione smisuratamente veloce ci toglie capacità di reazione intima, autonoma, viscerale.
Pretendiamo qualcosa che non sappiamo neanche che forma abbia e non ci accontentiamo più del poco perché troppo poco pensiamo di aver fino a qui ricevuto.
Siamo prede di noi stessi, perché anch’io in questo momento scrivo su un Mac mentre controllo la posta elettronica o l’ultima asta su Ebay.
Un’età di mezzo. Perché quella musica che ben ricordo mi manca tanto. E non parlo dei concerti vissuti su un palco o delle sessioni di registrazioni in sala quando suonare era una professione . Ma di quelle note che ascoltavo nei solchi dei vinili che faticosamente ma regolarmente riuscivo a comprare ogni settimana da New Kary o da Buscemi qui a Milano.
Probabilmente bisognava farci una rivoluzione per questa cosa.
Si è scesi in piazza per nazioni lontane o per come facciamo l’amore, si è protestato per torti subiti da dissidenti e si sono fatte barricate per negare l’altrui esistenza.
Ma mai nessuno ha reagito con tutta la rabbia che sarebbe stata necessaria per rivendicare quella parte così importante che ci è stata portata via pezzo a pezzo.
Un giorno, durante un incontro con i ragazzi del Centro Musica a Modena ho detto loro che mi sembravano dei guerriglieri, soldati giapponesi che si nascondono nella giungla perché la loro guerra non è ancora finita. Ecco, se ce ne fosse qualche centinaio in più di questi Jedi della Stratocaster o del Minimoog allora certi orizzonti sembrerebbero meno opachi. O quantomeno ascolterei musica migliore alla radio.

Incontri con i valutatori 2017

Il Centro Musica ripropone quest’anno gli incontri con i valutatori del progetto Sonda. La nostra intenzione è quella di portare a conoscenza degli iscritti di Sonda, e più in generale dei musicisti interessati, le varie figure professionali della filiera musicale. I valutatori di Sonda coprono i diversi aspetti del mercato musicale e possono fugare ogni dubbio o perplessità nel loro specifico campo professionale.
Gli incontri, rivolti principalmente e musicisti e gruppi musicali, sono aperti a tutti.
Si svolgeranno di pomeriggio e ruoteranno principalmente attorno agli ascolti dei brani; tutti potranno far sentire un proprio brano e avere una sorta di ‘report’ in diretta dai valutatori.

• sabato 18 marzo 2017, dalle 14 alle 18

Incontro con Carlo Bertotti (produttore e autore); Giampiero Bigazzi (produttore discografico, musicista); Luca Fantacone (direttore marketing Sony Music).

• sabato 25 febbraio 2017, dalle 14 alle 18

Incontro con Marcello Balestra (produttore-editore musicale); Marco Bertoni (produttore, musicista);  Daniele Rumori (direttore artistico Covo Club); Gabriele Minelli (A&R manager di Universal Music Italia).

Gli incontri si terranno presso l’Off all’interno del nuovo polo 71MusicHub (Via Morandi 71 – Modena) dalle 14 alle 18.
Ingresso gratuito.

Il produttore artistico devo proprio chiamarlo? #2 (C.Bertotti)

INGCHYSS0290“C’era una volta il produttore artistico. Così come c’era l’arrangiatore, il paroliere e i cosiddetti “turnisti”… Poi sono comparsi Linn 9000, Atari e il magico protocollo MIDI: da allora, per chi voleva fare musica, tutto è diventato più democratico e accessibile. Una mezza rivoluzione, che come tale, ha purtroppo lasciato sul terreno anche un patrimonio ineguagliabile di esperienze e professionalità.

Molti figli dei giacobini di allora, oggi fanno musica senza sapere granchè di musica, arrangiano a orecchio un tanto al chilo e sulla carta d’identità hanno scritto ‘produttori’. Tanto quando vai in comune a farla, la carta d’identità, alla voce professione puoi dire qualsiasi cosa. È gratis. Oggi è difficile spiegare cosa dovrebbe essere un produttore artistico, è un ruolo come l’ala destra: di Causio o Sala in giro non ce ne sono più da tempo… Però conosco artisti che con il tempo sono diventati produttori di sé stessi. Gente con i controcoglioni che però, una volta conclusi i mix, si è spesso tormentata per un risultato che, in qualche modo, non rispettava le esigenti aspettative del proprio ego oppure più banalmente, faceva imprecare per le quantità smisurate di Malox assunte durante la lavorazione di un progetto troppo ‘sentito’, indispensabile e imprescindibile.

Quando devi elaborare o mettere a fuoco delle canzoni dandogli forma e identità è molto difficile riuscire a farlo su materiale che hai pensato tu fin dalla prima stesura. Sei condizionato, magari ti innamori di un arrangiamento che in realtà penalizza il brano in questione, non sei imparziale e questo pregiudica la visione obiettiva che più occorrerebbe in questa fase del lavoro. Il produttore ascolta delle canzoni, conosce chi le ha scritte, cerca di comprendere quali siano le coordinate attorno cui muoversi, le interpreta e immagina una forma e un indirizzo da dare all’intero progetto.

Non si limita a ‘vestire’ una serie di canzoni ma ipotizza un universo di riferimento. Uno spazio che NON è solo sonoro, ma è anche e soprattutto una messa a fuoco, la ricerca di un’identità, una conferma di quella precedente o un sovvertimento totale. Ho lavorato con diversi professionisti in questo ambiente: tecnici esperti, specialisti di ogni genere musicale, geni del marketing, tutta gente comunque competente in materia di tendenze e suoni. Ma in realtà in vita mia ho lavorato soltanto con due veri e propri “produttori”: Carlo Rossi e Roberto Vernetti. Entrambi piemontesi, entrambi geniali, entrambi fermi e irriducibili nelle loro convinzioni. Due fuoriclasse della musica con un’attitudine e un talento fuori dal comune.

Sono stato fortunato. Con Roberto ho potuto sgrezzare e affinare la conoscenza del suono. Da Carlo ho imparato la sintesi e l’armonizzazione fra l’elemento umano e la musica. Ho lavorato con Carlo Rossi a Revigliasco nell’inverno del 2005. C’eravamo conosciuti qualche mese prima a Torino ed erano bastati pochi minuti per capire che era una persona con la quale volevo lavorare. Facevo musica da tanti anni e gli ultimi due album pubblicati con la Bmg Ricordi ce li eravamo prodotti da soli (come predico bene e razzolo male io, nessuno mai…). Carlo ha riportato le lancette dell’orologio a cinque anni prima. Abbiamo lavorato nella sua casa-studio per tre mesi passando dalle ultime giornate di fine estate alle prime nevicate di inizio dicembre. I brani che sembravano già praticamente pronti per la stesura definitiva sono stati destrutturati, spogliati e privati di tutto ciò che non fosse strettamente essenziale. La cosa non era prevista, inizialmente non capivo e osservavo fra l’inquieto e il sorpreso, ma quando abbiamo riascoltato il materiale in quella forma così scarna tutte le convinzioni maturate in fase di scrittura e pre-produzione si sono automaticamente dissolte.

Carlo ci aveva posto di fronte a una semplice questione: che canzoni avevamo scritto? Quali e soprattutto quanto ci piacevano? Non veniva messo in discussione il genere o la qualità degli arrangiamenti. Semplicemente si voleva concentrare sull’essenza del nostro lavoro: il significato di 4 minuti di parole e musica. La fase successiva è stata intensa, faticosa ma soprattutto gratificante. In due mesi abbiamo riscritto praticamente tutti gli arrangiamenti, dalle ritmiche alle parti di orchestra. Carlo era lì, in maniera discreta ma tremendamente efficace: la notte buttavamo giù materiale su materiale, al mattino lui arrivava, rifiniva, tagliava e il pomeriggio ci si confrontava assieme.

Oggi, a distanza di tempo, credo sia il disco che suoni meglio tra tutti quelli che ho avuto la fortuna di scrivere e pubblicare. Grazie di tutto Carlo, è stato un vero onore”.

Le parole dei valutatori: Carlo Bertotti

untitled“Tricarico qualche anno fa ha scritto che la musica lo aveva salvato.

Ecco, in qualche modo potrei dire la stessa cosa: negli anni in cui la politica era ancora un ideale, quando indossare certi capi di vestiario o frequentare un certo locale determinava la tua appartenenza ad una data “tribù” la musica mi ha salvato. Dalle botte, dalla noia, dalla famiglia, dal conformismo.

Il concetto di “fare musica” negli ultimi decenni è cambiato radicalmente. Fino alla fine degli anni ‘80 si scriveva musica e si suonava, con un gruppo o da soli, in sala prove o in cantine umide.

Amplificatori, chitarre e synth si avvicendavano a seconda dei generi e i punti di riferimento erano artisti che hanno fatto la storia della musica e non intuizioni da un album e via come spesso accade nel terzo millennio.

La musica si comprava, non si rubava. Un album in uscita di un artista di cui eri fan lo assaporavi settimane prima e quando lo avevi tra le mani consumavi la copertina rileggendoti i crediti e guardandoti le foto a loop.

Dai novanta in poi la tecnologia ha determinato una frattura: da una parte chi ha continuato a fare musica come prima, dall’altra chi ha cominciato a usare le infinite possibilità di computer e campionatori per emanciparsi e creare in autonomia il proprio progetto. Tutto normale: qualcuno direbbe evoluzione della specie anche perché questa nuova impostazione di lavoro ha permesso l’affermazione di artisti di caratura mondiale.

Peccato però che le derive di questa “democrazia tecnologica” abbiano portato alla nascita di una modalità di fare musica del tutto differente. Quando ho cominciato a sentir dire a giovincelli trendy che la sera andavano a “suonare” in un locale armati di una borsa piena di cd e un paio di vinili ho capito che c’era un problema.

Faccio un distinguo: i deejay non sono una categoria da mettere all’indice. Qualche pezzo che senti alla radio non è neanche malaccio, per carità. Ma non venitemi a dire che un cappellino da baseball calcato all’incontrario sulla capoccia, un paio di tatuaggi, un mixerino e la borsa di cd che ti porti a tracolla fanno di te un musicista. Perché non è così, la musica è altro, scrivere musica è altro. Caparezza ha scritto “più stratocaster e meno dj”. Ecco, appunto.

Un giorno, nei primi anni ‘90 un mio caro amico discografico mi raccontò che un membro di un importante gruppo della mia stessa etichetta (gente che vendeva ai tempi parecchi album) gli aveva detto che avrebbe voluto scrivere una colonna sonora. Figo. Peccato che non sapeva neanche cosa fosse una nota, il suo mestiere nel gruppo presso cui militava consisteva nel far girare cd su cui l’altro tipo rappava. Ha anche tentato in seguito una carriera solista durata lo spazio di una stagione, forse meno. Mi sono sempre chiesto perché qualcuno avesse tirato fuori soldi per una minchiata epocale come quella, ma in questo Paese funziona così, anzi funzionava così perché adesso hanno finito i soldi.

Ho cominciato a seguire giovani artisti quando ho smesso di stare su un palco, ci si scrive, si confrontano idee e si danno consigli. Poi ognuno segue il suo istinto.

Ma a chi vuole fare musica oggi, a chi crede che la cosa lo faccia stare bene suggerisco un’unica cosa: prendete quello che vi serve, vestiti, strumenti, un po’ di soldi. Salutate a casa e prendete il primo aereo con destinazione a piacere. Il nord Europa, l’Australia, gli Usa, dove c…. volete ma andatevene di qui.

In Italia non si può fare. Non esiste la benché minima possibilità che ce la possiate fare. Potete avere il talento più cristallino, le idee più innovative, un carisma monumentale ma nulla vi salverà dall’indifferenza e dalla frustrazione ma soprattutto dall’insipienza di chi la Musica la dovrebbe proteggere e far crescere. Guardatevi da discografici, manager, direttori “artistici”, impresari, da chi lavora nelle radio, dai pennivendoli e imbrattacarte di chi scrive di musica e non ne sa nulla.

Quelli bravi hanno smesso da tempo oppure hanno lasciato da parte entusiasmi e ideali e pensano che dopotutto c’è ancora un mutuo da pagare o una ex moglie da mantenere.

Io non credo in un Paese dove le etichette più importanti investono ormai quasi unicamente su chi esce da un talent show.

Non credo a promoter che propongono date a rimborsi spese ridicoli o spesso inesistenti.

Non credo alle radio che fatturano cifre da capogiro grazie alla pubblicità e trasmettono musica da rincoglioniti.

Non credo più ad un Paese che non protegge un bene fondamentale come la cultura.

Pochi giorni fa una mia amica mi ha detto che gli hipster sono i mod del nuovo millennio. Volevo ammazzarmi perché probabilmente aveva ragione e questo spiega tutto.

Ma per questa volta metto da parte i barbiturici e soprassiedo: ho un mutuo da pagare e una ex moglie da mantenere anche io.

Ps: rileggendo queste righe sembra abbia un conto aperto con rap e hip hop. Niente di più sbagliato. Dai De la Soul ai Beastie boys la lista di chi fa bene questo mestiere è lunga. Anche in Italia. Un esempio: Salmo.

Una spanna sopra tutti”.


Carlo Bertotti
Autore, produttore e musicista, inizia la propria attività nei primi anni ’90 come compositore di musiche per cortometraggi e pubblicità. Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi), e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le Peuple de l’Herbe), Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).