I live di Sonda visti da voi: Malascena
MALASCENA
Locomotiv Club 28/10/2015. Main guest Bachi da Pietra
“Un progetto come Sonda è fondamentale per qualsiasi band emergente, è un aiuto anche a comprendere meglio certe dinamiche che ci sono nella musica in generale”: questa in sintesi l’esperienza con SONDA per i Malascena, trio rock italiano con all’attivo un EP autoprodotto e un album (“Indisposto”, uscito nel 2015), che ha avuto l’occasione di aprire il concerto dei Bachi da Pietra al Locomotiv Club, nella loro Bologna. “Una serata memorabile, il Locomotiv Club è un locale stupendo per sentire degli ottimi live. Ovviamente conoscevamo già i Bachi da Pietra, anzi per un gruppo emergente sarebbe un problema non conoscerli! Siamo stati molto contenti e onorati di poter condividere il palco con loro”. Un bilancio positivo per una serata minata forse solo dal tempo atmosferico, che in una fredda e piovosa serata di ottobre ha limitato inevitabilmente l’affluenza di pubblico nel locale di Via Serlio. Il trio formato da Tiziano Cicconetti (chitarra e voce), Alessandro Renzetti (basso) e Luca Ferriani (batteria) non era però alla prima esperienza con palchi importanti, avendo già aperto per artisti della scena indipendente italiana, come Pierpaolo Capovilla in occasione del tour per il suo album solista “Obtorto Collo”: un genere, quello dell’alternative rock, che calza a pennello su una band come i Malascena: “Per quanto riguarda lo stile sicuramente tra noi e i Bachi da Pietra ci sono delle affinità musicali, anche se di base le sonorità sono molto differenti, ma come è giusto che sia”. Una possibilità, quella offera da Sonda alle band iscritte tramite il proprio circuito di locali, che si riconferma tra le iniziative più apprezzate dai propri iscritti: “Già di suo Sonda è un progetto ben strutturato che di base funziona molto bene e da possibilità a tutti di farsi conoscere, quindi per ‘migliorare’ il progetto sarebbe bello lavorare ancora di più sul fronte dei concerti/aperture”. Non possiamo fare altro che raccogliere il consiglio dei Malascena, e farne tesoro.
I live di Sonda visti da voi: In Digo
IN DIGO
Diagonla Loft Club 30/3/2016. Main guest Exchampion
Exchampion (batterista tedesco riconducibile alla scena elettronica) si sarebbe esibito al Diagonal di Forlì. In Digo era il nome giusto, al momento giusto. Una serata con tonnellate di silicio e tanto sudore: “È stata la mia prima volta al Diagonal, un locale con uno stile molto bello e curato nei minimi dettagli, con un confortevole palco che domina la grande sala, le colonne e il lungo banco bar”. Un incontro tra diverse culture con un medesimo approccio nei confronti della musica: “Conoscevo le gesta artistiche di Exchampion e per me è stato grandioso poter aprire un suo concerto. Il suo livello professionale è decisamente alto ed io ho cercato nel mio repertorio i brani che meglio potevano dare corpo alla mia esibizione. Ho quindi scelto tre pezzi strumentali, mixando vari generi: elettronica, ambient e trip hop”. Un tedesco, un italiano, sembra l’inizio di una barzelletta, invece: “Sono riuscito ad avere un rapporto diretto con Exchampion che parla un inglese molto fluente e si è dimostrato una persona assai disponibile anche per l’aspetto tecnico della serata. I ragazzi del Diagonal sono stati dei veri signori, disponibili, accoglienti e simpatici. Non avevano ascoltato molto del mio materiale ma sono riusciti subito a tirar fuori un bel suono. Voto 10”. La platea del Diagonal ha dimostrato di apprezzare la musica che usciva dall’impianto: “Sono molto soddisfatto della risposta del pubblico. L’attenzione è rimasta alta per tutta la serata”. In Digo ha anche un’opinione sul progetto Sonda: “È un ottimo progetto per le band emergenti dell’Emilia-Romagna. Riesce a dare visibilità e opportunità a chi ci crede davvero in quello che fa. Se Sonda non ci fosse si perderebbe l’occasione di scoprire nuovi talenti e il nulla avanzerebbe inesorabilmente. Per migliorarlo penso a un’attività ancora più presente e a un headquarter per tutti i musicisti”. Un ricordo della serata fa capolino nella mente di In Digo: “Per Exchampion era la prima volta che si esibiva in Italia ed era un suo sogno farsi conoscere nel Belpaese, lo ama molto. Per me era la prima volta che mi esibivo in perfetta solitudine, in un locale e in una serata speciale. Ero molto teso. Questa situazione in comune non la scorderò mai”.
I live di Sonda visti da voi: Ferormoni
FERORMONI
Off 2/4/2016. Main guest Garbo
Per un personaggio cult degli anni 80, Garbo, ci voleva un progetto artistico particolare. I Ferormoni erano perfetti e sarebbe stato il loro debutto all’Off: “Per noi è stata una felice opportunità di esibirci su un bel palco e in una realtà musicale molto viva”. Con alcune stagioni di attività i Ferormoni non potevano non conoscere le gesta di Garbo: “Tommaso lo vide in concerto nel 1981 ai tempi di “A Berlino va bene”. Il fatto di poter aprire un suo concerto è stato per noi una cosa incredibile, quanto inaspettata. Per quanto riguarda l’analogia di stile, potremmo dire che in alcuni nostri brani, come “Armi di distrazione di massa”, si trovano sonorità e modo di cantare che possono ricordare lo stile di Garbo . Un po’ meno per altri versi, essendo il nostro un connubio tra lettura di testi e poesie con musica strutturata, ritornelli cantati con (e senza) parole”. Una perfetta atmosfera confermata dalle parole del duo: “Garbo e la sua band sono stati gentilissimi, confermando non solo il noto spessore artistico, ma anche un gran calore umano e una comunicativa intensa ed empatica, priva di quel caratteristico distacco che molti artisti (da noi conosciuti) in genere dimostrano. Garbo, durante il soundcheck ha detto: “Cerchiamo di finire, perché poi devono fare i suoni anche i ragazzi” dimostrando una sensibilità davvero non comune”. La tensione del live si avverte, invece, nel ricordo legato alla serata: “Erano circa le 22.30, l’Off era infarcito di musica pulsante e a minuti saremmo dovuti salire sul palco per aprire a un artista del calibro di Garbo. Dobbiamo ammettere che un po’ ci tremavano le gambe ed eravamo agitati! Ricordiamo le note di “Heart of glass” di Blondie, sparate dal DJ, che martellavano nelle orecchie e avevamo davanti nientemeno che Carlo Bertotti dei Delta V con il quale scambiammo due parole, per via dell’incontro di Sonda tenutosi nel pomeriggio in cui era presente assieme ad altri valutatori. Gli dicemmo, in modo divertito, che il nostro brano di apertura era proprio solo “piano e poesia”, il che – dopo Blondie e prima di Garbo – sarebbe stato una gran mazzata nelle parti basse del pubblico. Ricordo che si mise a ridere e ci disse “Beh, mentre vi presentate, ditelo!” e gli rispondemmo “E’ già tanto che riusciamo ad andare su, vista l’emozione, non diciamo nulla e tiriamo dritto!”. Per fortuna, poi, è andata meglio di ogni aspettativa”. Colpiti da Sonda, i Ferormoni affermano: “Crediamo che sia non solo importante ma indispensabile in questo clima attuale assai povero d’iniziative. Una band emergente ha bisogno di essere conosciuta, ma soprattutto di conoscersi, capire le proprie dimensioni, come migliorare e come vivere al meglio la creatività. E quanto sta facendo il Progetto Sonda, pensiamo sia uno dei modi migliori per sperimentare e suonare in contesti adatti la propria musica. Andate avanti così!”.
Non ci sono più le mezze stagioni di una volta – Roberto Trinci
Negli ultimi dieci anni (ma forse qualcosa era già iniziato a fine anni novanta) si è verificato e poi consolidato nel tempo un cambiamento importante nell’approccio che devono avere gli artisti esordienti per “iniziare” una carriera. Cercherò in queste righe di spiegarlo al meglio (estremizzando un po’ le cose per renderle più chiare) almeno per come lo vedo io.
Nella discografia classica, diciamo quella che si è lentamente strutturata negli anni sessanta per poi confermarsi e consolidarsi nel corso degli anni settanta e ottanta, il compito dell’artista esordiente era quello di farsi notare dagli addetti ai lavori: il discografico o l’editore che riceveva una cassetta e che impressionato da quello che sentiva ti richiamava, il giornalista che veniva al tuo concerto e poi scriveva di “aver visto il futuro del rock”, un deejay radiofonico che ricevuto un brano lo cominciava a passare senza preoccuparsi che fosse pubblicato ufficialmente o meno solo perché gli piaceva.
Il bombardamento a tappeto di demo, telefonate, agguati a questi addetti ai lavori era quindi un buon modo per iniziare una carriera. Catturata la loro attenzione sarebbero poi stati loro (in prima battuta i discografici, ma anche editori, giornalisti, deejay) a trovare un pubblico al giovane artista per poi condividere gli utili o la gloria.
Ancora adesso ho l’impressione che la maggior parte dei giovani che vuole iniziare una carriera pensi che questo sia quello che succede e questo sia quello che si deve fare. Convincere un importante addetto ai lavori del proprio valore e poi occuparsi della parte musicale mentre lui e i suoi collaboratori si occupano di renderci famosi, sostanzialmente di trovarci un pubblico.
Una prospettiva in fondo comoda (l’artista si occupa di fare l’artista e basta) ma anche poco democratica (se non piaci ai 10 o 20 o 30 addetti ai lavori del momento hai chiuso, anche se potenzialmente là fuori c’è un pubblico a cui potresti interessare).
Ma non è più così.
Nella stragrande maggioranza dei casi ormai il discografico o l’editore di turno sono alla ricerca più di un pubblico che di un artista. E saranno interessati quindi quasi esclusivamente a quegli artisti che da soli o con l’aiuto di piccole strutture (spesso amicali) abbiano saputo procurarsene uno. Si passa dall’artista pop che, grazie ad un talent televisivo, porta già in dote un pubblico (da Alessandra Amoroso ad Emma, da Marco Mengoni a Lorenzo Fragola) agli artisti dell’area rock o cantautorale che il pubblico se lo sono procurato con centinaia di date in giro per l’Italia (dai Subsonica a Brunori, da Vasco Brondi a Lo Stato Sociale) fino agli artisti hip-hop che quando firmano il primo contratto discografico hanno già centinaia di migliaia di fan grazie al circuito hip-hop e magari al lavoro sulle piattaforme web e i social network (da Salmo a Emis Killa, da Fedez a Noyz Narcos).
Nessuno di questi artisti è stato firmato dalla major di turno perché “aveva la faccia giusta” o “le canzoni del demo sono ottime” (anche se ovviamente queste cose contano ancora: sia la faccia che le canzoni). Sono stati tutti firmati e lavorati quando già avevano dimostrato di avere un pubblico pronto a seguirli. Poi certo, il lavoro di discografici ed editori è quello di aumentare, consolidare e confermare questo pubblico. Ma è pubblico che, per così dire, sono gli artisti stessi ad aver portato alla casa discografica.
Un processo totalmente ribaltato rispetto alle epoche precedenti.
Il compito dell’artista esordiente oggi quindi non è più farsi notare dagli addetti ai lavori (con la propria bravura o originalità) ma “essere capace di trovarsi un pubblico da solo”.
E non sempre i veri artisti sono anche i migliori promoter di se stessi per cui molto spesso non è detto che, ai giorni nostri, siano gli artisti migliori ad arrivare al successo.
Questo è certamente il lato negativo di un cambiamento che d’altra parte ha reso però più democratico il tutto perché, alla fine, oggi è il pubblico che sceglie. E non più gli addetti ai lavori.
Musica e socializzazione – Daniele Rumori
L’anno scorso ho letto un libro molto divertente che si intitola “Modern Romance”. Lo ha scritto uno dei miei comici preferiti, Aziz Ansari, autore/attore tra le altre cose di “Master Of None” una delle serie televisive più intelligenti che mi sia mai capitato di vedere. In questo libro Aziz analizza come siano cambiati i rapporti tra uomo e donna nel corso degli anni. Di come tecnologia, smartphones e social network abbiano radicalmente rivoluzionato la ricerca dell’anima gemella. Fino a poche decine di anni fa, infatti, la maggior parte delle persone si fidanzava con ragazzi/e del proprio quartiere, si sposava e faceva figli molto giovane, tra i 20 ed i 23 anni. Pensiamo ai nostri nonni, o per chi ha più di 40 anni, anche ai nostri genitori. Oggi ci si sposa molto tardi, quasi mai prima dei 30, e spesso si impiegano anni della propria vita per trovare la persona perfetta, usando soprattutto i social network.
La lettura di questo libro mi ha fatto riflettere su come la tecnologia abbia profondamente cambiato anche il ruolo dei locali come quello che da più di 15 anni ho l’onore di gestire.
Mi ricordo di quando avevo 17 anni (1994), vivevo ad Ancona e mi avvicinavo alla musica “indie”. Grazie a riviste come Rumore o Rockerilla scoprivo nuovi gruppi e guardavo con invidia la programmazione musicale che c’era a Bologna. Non solo al Covo, ma in posti storici come Link, Livello 57 e TPO. Sognavo ad occhi aperti di poter, un giorno, godere a pieno di quella incredibile scena musicale. Per questo, quando si è trattato di scegliere che università fare non ebbi dubbi sulla città in cui trasferirmi.
Arrivato a Bologna, ho iniziato a frequentare tutti questi posti sia per i concerti che per la musica che proponevano. Mi ricordo che proprio al Covo c’era un dj (Dedu) che metteva sempre brani bellissimi che non avevo mai sentito prima. Ogni tanto mi avvicinavo per chiedergli che pezzo era quello che stava selezionando, lui mi faceva vedere la copertina del vinile. Se un brano mi colpiva particolarmente, l’obiettivo della serata era quello di memorizzare il nome del gruppo per ricordarselo il giorno dopo, quando sarei andato al Disco d’Oro per trovarne una copia.
Oltre alla musica, però, c’era un mondo fatto di persone che avevano gusti, idee e attitudine moto simili alle mie. Se alle superiori ero considerato un tipo strano dalla maggior parte degli altri studenti, perché magari non ascoltavo Vasco, ora mi ritrovavo circondato da persone simili a me. Ben presto la musica era diventata solo una scusa per frequentare locali in cui andavo soprattutto per socializzare, per incontrare nuovi amici e, naturalmente, conoscere ragazze. Era tutto bellissimo, si viveva la settimana in attesa che arrivasse il weekend per fare il giro di quei luoghi magici.
La mia storia, ma non è troppo differente da quella di tanti ragazzi nati tra l’inizio degli 70 e la metà degli 80. I più giovani, invece, stanno vivendo un’epoca completamente diversa.
Oggi, un ragazzo appassionato di musica di nicchia non deve aspettare di andare in una città più grande per conoscere suoi simili. Può, grazie ai social network, trovarne quanti ne vuole in tutto il mondo. Se si vuole trovare un partner non c’è più bisogno di andare in un luogo fisico, si accede a Tinder. Se si vuole sapere cos’è il brano che sta suonando il dj c’è Shazam. Ed il giorno dopo non devi andare al negozio di dischi per trovarlo, apri Spotify ed ascolti tutto quello che vuoi. Di certo la tecnologia ha migliorato la nostra qualità della vita. Se 20 anni fa mi avessero detto che un giorno avrei avuto tutta la musica che volevo a portata di un click sarei stato la persona più felice del mondo.
Ma l’altra faccia della medaglia è che, in un’era in cui i social network la fanno da padroni, quegli stessi locali in cui tanti di noi sono cresciuti e si sono in qualche mondo formati, stanno perdendo il proprio ruolo sociale ed aggregativo, rischiando di scomparire per sempre. Nella migliore delle ipotesi, il destino di questi spazi è quello di diventare delle mere sale concerti, dove si va per assistere all’esibizione del gruppo e da dove si va via appena finito il live, una tendenza purtroppo già in atto negli Stati Uniti.
Per chi questi posti li ha vissuti intensamente è una prospettiva molto triste, lo so. Per fortuna, però, non siamo ancora arrivati al momento dei rimpianti. Questi club, questi locali in cui conoscere gente, ascoltare musica, godersi concerti, ballare esistono ancora. Provate a frequentarli un po’ di più finché siete in tempo. Perché sono luoghi magici, dove possono accadere delle cose incredibili, quando meno te lo aspetti. Ad esempio a me, lo scorso febbraio, al Covo, in un sabato piovoso in cui non c’era nessun concerto indimenticabile, è successa una cosa che non scorderò mai: ho conosciuto Aziz Ansari!
Intraprendenza nella giungla – Gabriele Minelli
Lavorare con e nella musica continua per fortuna ad insegnarmi quotidianamente molto. Una lezione che ho imparato nel tempo è stata quella di mettere regolarmente da parte sicurezze e convinzioni, e provare a lasciarmi sorprendere da musica e artisti nuovi. I gusti personali restano, ma ad essi si aggiungono lo sforzo e il tentativo di avere punti di vista sempre nuovi e diversi, senza posizioni aprioristiche o snobismi. Perciò, anche in questo caso, voglio provare ad andare controcorrente.
Quello che stiamo vivendo non è, a mio avviso, un momento di crisi per la musica, in Italia e nel mondo. E’ sicuramente un periodo di entropia, lungo e complesso, ma tuttavia ricco di opportunità. Fotografando l’anno che sta per terminare, osservo per esempio che il mio lavoro si è diviso abbastanza equamente tra artisti “da album” e altri il cui percorso si sviluppa principalmente su singoli o addirittura solamente attraverso i video. Uno scenario non esclude l’altro, e talvolta i due percorsi si intrecciano o crescono di conseguenza. Ciò è ovviamente il prodotto di numerosi fattori che variano anche con il tipo di artista, il suo principale target di pubblico, e il paese o il principale mercato di riferimento, che portano con sé il proprio stato di avanzamento culturale e tecnologico. Fattori che stanno mutando rapidamente e che è impossibile analizzare esaustivamente qui. Ma ciò che mi interessa evidenziare è lo scenario nel quale un artista, oggi e anche in Italia, si trova a doversi e potersi muovere. E quello che vedo è che è generalmente più “semplice” iniziare a produrre e promuovere la propria musica. C’è di base una maggiore accessibilità ai primi strumenti di lavoro del musicista, che permettono una pratica e una sperimentazione più immediate, dando anche la possibilità di fissare e circolare quasi istantaneamente i propri lavori. Questa accessibilità è riferita anche a me e ai miei colleghi, per esempio, che non siamo più entità misteriose nascoste in fondo a qualche corridoio di grandi uffici; bensì esistiamo, chi più chi meno, anche nella realtà semi-virtuale dei social. Insomma, per chi vuole farsi sentire, o notare ci sono molte più vie rispetto anche a soli 10 anni fa: serve unicamente un minimo di intraprendenza.
Insieme alla possibilità di far esistere la propria musica in forma pubblica, anche a uno stato embrionale, si hanno a disposizione anche importanti strumenti analitici, alcuni dei quali talmente precisi da permettere di identificare un primo possibile pubblico, ed interagirvi direttamente. E’ quindi più semplice produrre musica, promuoverla da soli, iniziare a gestire altri elementi del proprio “mestiere” e misurarne i risultati. E tutto ciò può essere messo in atto in mille forme: con EP o album, in vendita, streaming o free-download; con singoli brani coi quali fare test o esperimenti, audio e/o video, prima di qualsiasi altro tipo di pubblicazione; collaborando con altri artisti (non solo musicisti ma anche fotografi, grafici, illustratori o videomaker) sparsi per il mondo, come se lo si facesse con qualcuno incontrato la sera prima ad un concerto sotto casa propria; facendosi notare da produttori che sì, esistono ancora (!!) e sono ancora figure fondamentali per il lavoro e la carriera di un musicista; coltivando, come detto già sopra, il rapporto con il proprio pubblico e confrontandosi direttamente con gli addetti ai lavori, ancora prima di ogni relazione contrattuale. Con le opportunità, chiaramente, le difficoltà non scompaiono: sappiamo tutti quanto sia più difficile rispetto al passato sostentarsi con la musica, e quanto il mondo dei live sia divenuto una giungla inestricabile. Ma non solo: si tratta di opportunità sostanzialmente democratiche: valgono per tutti, e aumentano la competizione e la concorrenza, talvolta in maniera spietata poiché operano su tempi e “stagionalità” brevissime. Al tempo stesso non stiamo parlando affatto di un set di regole: nessun artista è obbligato ad esistere massicciamente sul web, come non deve per forza firmare contratti o impegnarsi in attività promozionali.
Ma mai come ora possiamo, finalmente, confrontarci su un terreno fatto di elementi concreti, e lasciare che le intuizioni e la sensibilità siano strumenti dedicati ad affinare le canzoni. Perchè la solidità che un artista agli esordi può darsi ancora prima di esistere in maniera “ufficiale” è il primo segnale, verso sé stesso e verso il business, che qualcosa è possibile costruire. Una solidità che è sinonimo moderno di vera indipendenza, e che ciascuno di voi può cercare in piccoli o grandi risposte nascoste nelle reazioni delle persone e del mondo esterno quando vengono toccati dalla vostra musica.
Musica, curiosità, cambiamento – Luca Fantacone
Nel corso di questi miei 25 anni di lavoro nella musica (beh sì, 25 anni…tanti, intensi, rapidissimi a dire il vero…) mi è stato chiesto innumerevoli volte “come hai fatto ad entrare nell’ambiente?”, “che cosa ci vuole per fare il tuo mestiere?”, “ma conoscevi qualcuno prima di iniziare vero…?” etc. etc… Domande prevedibili quanto gradite perché fatte da tante persone che avevano o hanno la voglia e l’entusiasmo di fare della musica la propria occupazione quotidiana, e alle quali è doveroso rispondere così come è doveroso secondo me cercare di dare un feedback a chiunque ti mandi un cd, un file, un demo per sapere cosa ne pensi. Non sempre ci si riesce e con il dovuto tempismo, ma l’importante è considerarlo come un impegno personale e professionale. Ma torniamo alle domande di cui sopra: in fondo in fondo hanno (diciamocelo) anche un retrogusto un po’ surreale, perché in realtà, a mio parere sono altre le cose che fondamentalmente servono per lavorare (e bene) nella musica. Sono fondamentalmente 3 i requisiti che non solo permettono di fare questo lavoro bene e con soddisfazione, ma che al tempo stesso sono delle spie in base alle quali capire anche il potenziale che una persona può sviluppare in questo settore.
1) NON POTER FARE A MENO DELLA MUSICA
Potrà suonare banale o naif quanto volete ma da qui si parte: viverla, ascoltarla, sentirla, capirla, difenderla, considerarla come qualcosa che viene prima di tutto il resto, servirla, darle sempre valore. E questo prescinde dai gusti, dalla nicchia o dal grande pubblico, dal presunto livello alto o basso. In ogni canzone, artista, genere c’è un valore intrinseco, qualcosa da trasferire ad un pubblico che lo faccia proprio, per breve o lungo tempo. E già che ci siamo: ricordatevi che la musica è tutta commerciale: non esiste musica che un artista non voglia vendere (sotto forma di cd, file, streaming, video, biglietti) ad un pubblico, piccolo o grande che sia. La musica deve trovare sempre un destinatario. E cercare di allargare il pubblico di un artista è cosa buona e giusta, dipende da come lo si fa. L’importante è stare sempre dalla parte della musica.
2) ESSERE CURIOSI
Indispensabile. Cercare sempre di scoprire, capire, intuire cosa può sentire un artista, cosa vede, e di cosa può avere bisogno, o cosa a cui può aspirare il pubblico. Essere curiosi anche nei propri confronti: capire sempre come migliorarsi, come far accadere le cose, provarci sempre. La curiosità è non solo il motore della sana ambizione e dell’autorealizzazione, ma è anche una chiave di comprensione di ciò che non si conosce. E nella musica, con la musica, tutto è possibile, anche ciò che non sembra reale o che – appunto – non si conosce. Mai rimanere ancorati alle proprie sicurezze o conoscenze. Nel 1991, quando ho cominciato a lavorare in Warner, dopo qualche giorno mi fu data una pila di nastri di album hip hop in imminente pubblicazione, da ascoltare per decidere cosa pubblicare in Italia. Cosa c’entravo io con l’hip hop a quel tempo ? Niente, non sapevo nemmeno da che parte prenderlo, e tendenzialmente non me ne fregava nulla. Superati primi minuti di esitazione, mi ci sono buttato a capofitto, per imparare. E dopo anni, non avevo capito TUTTO dell’hip hop, ma lo conoscevo abbastanza da cominciare a lavorare con Neffa e i membri di Sangue Misto…
3) ESSERE SEMPRE PRONTI A CAMBIARE
La logica conseguenza della curiosità, nonché una necessità assoluta dei nostri tempi. Essere non solo pronti ma proprio disposti mentalmente al cambiamento, a cambiare le regole o ad adattarsi a regole e scenari sempre diversi e in continuo mutamento, è un imperativo ormai. La musica trova sempre il suo pubblico, dicevamo, e il nostro lavoro è proprio quello di aiutarla in questo. Il consumo della musica è cambiato, cambia e cambierà ancora, e ci costringe amabilmente a sviluppare capacità ed attitudini sempre diverse. I tempi del “manda in radio un pezzo, vai in tv, compra una campagna pubblicitari e vendi i dischi” sono finiti, e meno male. Ora si può creare, inventare, scoprire, basta che alla base ci sia una sana voglia di abbracciare contesti sempre differenti.
Non è una predica, non è un prontuario, non è un manuale. Solo 3 spunti che si sintetizzano in questo consiglio:
Set up a situation that presents you with something slightly beyond your reach.
(Brian Eno)
Nessuno di questi requisiti è indispensabile, tutti sono necessari.
Frammentarie memorie di un perduto produttore consumatore – Giampiero Bigazzi
Mi capita spesso di pensare a come ho vissuto, da quando ero un ragazzino appassionato di canzoni, le trasformazioni del modo di ascoltare musica. Poi, da professionista, i cambiamenti nei sistemi di registrazione e di riproduzione del suono, e quindi i differenti supporti per la diffusione. Infine i luoghi dove poter acquistare la musica registrata. È una lunga storia, che si è svolta in poco più di mezzo secolo, e quindi memoria e novità s’intrecciano continuamente. Una storia di cui non ho perso un passaggio…
Quando ho cominciato a comprare dischi erano ancora “mono” e in seguito “mono compatibili” (cioè monofonici, ma suonabili anche nei primi rudimentali impianti stereofonici). Quando poi è arrivato lo “stereo” vero e proprio è stato un magnifico sballo: si ascoltavano i dischi dei The Beatles o di Hendrix con l’audio diviso con l’accetta, la chitarra e la batteria da un lato e le voci dall’altra. Era una specie di mono modificato, soluzioni un po’ maldestre ma utili. Infatti si imparava a suonare chiudendo un canale: quelli del disco suonavano e ci si poteva cantare sopra, oppure loro cantavano e noi si poteva accompagnarli con la chitarra o con la batteria. Ho cominciato a registrare anch’io così: utilizzando lo stereo come due tracce diverse.
L’avvento del 4 piste fu una rivoluzione totale: si poteva veramente “separare”! I diversi sistemi di registrazione (dal nastro analogico nei suoi vari formati, al DAT, alle cassette per l’ADAT, al computer…) sono andati di pari passo con le differenti modalità e supporti di ascolto. Il dibattito infinito sulle magnifiche capacità del vinile rispetto al digitale non arriverà a mettere d’accordo tutti, ma domina la sensazione che il microsolco in vinilite sia “più caldo”, più vero, più vicino al suono dal vivo. Quando, negli anni Ottanta, è apparso il compact disc, mi ci sono affezionato subito: meno ingombrante, più comodo da conservare, può contenere più musica, più a portata di mano anche il booklet con le informazioni (e in generale più simile a un libro… oggetto che amo particolarmente). Non mi sono soffermato molto sulla resa nell’ascolto. La compressione digitale dello spettro sonoro si sentiva nettamente, ma la facilità di utilizzazione del nuovo supporto – per quanto mi riguarda – vinceva (con buona pace delle centinaia di LP e 7” che collezionavo).
Circa un quarto di secolo fa, il gruppo che inventò l’MPEG-1 ha “risolto il problema”, diciamo così: veniva creato un formato digitale che avrebbe cambiato per sempre la diffusione, l’ascolto e anche l’archiviazione della musica registrata, quello che verso la fine degli anni Novanta si è conosciuto come mp3. Una bella trovata che ha decretato la moltiplicazione del multiplo a livelli globali e ha superato perfino il concetto di “pirateria”: nel senso che con la musica registrata ridotta a dei semplici “file”, quindi straordinariamente “trasportabile”, si è minato l’idea stessa di proprietà e quindi di diritto di autore. L’affermazione dell’mp3 (nato e considerato già vecchio rispetto all’mp4 della Apple) è andata di pari passo con la trasportabilità degli impianti di ascolto, dal walkman per le cassette fino all’iPod, la musica si ascolta in cuffia. Alla fine è ovunque e ce la possiamo portare dietro, in centinaia di possibilità multimediali e situazioni differenti (i social, il cinema, i video giochi, la televisione…). Un fiume sonoro, intrecciato, diluito, che crea perfino inconsce esperienze sonore. Tutto ciò ha ridotto al minimo lo spazio di ascolto consapevole. Oggi, questa “rivoluzione” (o “contro-rivoluzione”?) ha portato a un ascolto prevalentemente sommario. I cultori rimangono, ma sono sempre meno. Internet ha moltiplicato le occasioni, ma ha ridotto le capacità di concentrazione. E di conservazione: nei sistemi come Spotify non viene neppure archiviata nel proprio computer. Per dire: credo che non esista una Biblioteca del Congresso che raccolga gli mp3 come raccoglieva i primi dischi… Lo stesso concetto di hi-fi non esiste quasi più nel vasto pubblico. Da questo punto di vista è interessante cercare di capire gli effetti che le tecnologie hanno sulle relazioni umane. Si privilegia quasi più la “macchina” rispetto al contenuto: oggi le file fuori dai negozi si fanno per l’ultimo modello di qualcosa e purtroppo assomigliano alle file che si facevano per l’ultimo disco di qualcuno. Quindi la memoria va anche ai luoghi dove si accedeva alla musica. Dove la si poteva comprare: oggi (nonostante la fievole ripresa del mercato del vinile) son talmente cambiati fino quasi a scomparire. Più che comprare o vendere dischi, all’epoca si capitava nei negozi per conoscere musica e per parlarne. Sul bancone c’era sempre un giradischi disponibile e negli scaffali i migliori dischi d’importazione. Ci si avventurava in complicate teorie e analisi, vere e proprie recensioni fra musicisti, aspiranti discografici, studenti, affabili ragazze, creativi perditempo.
Il cammino tecnologico del suono riprodotto è intimamente connesso alla messa sul mercato e alla vendita del medium fonografico, il microsolco nei vari storici formati – 78, 45, 16, 33 giri tra lavagna e vinilite – e poi il compact disc: comunque un oggetto partecipativo, aggregante, condiviso fra musicisti e ascoltatori, grazie anche al luogo che presenta, vende, scambia, ma pure richiama, seduce, accoglie, informa, assiste. Una specie di zona franca di acquisto, di conoscenza e d’intrattenimento. Il negozio di dischi che è ormai un’oasi rara e oggi dalle caratteristiche “sociali” spesso diverse. (Meno male che, rispetto ai decenni precedenti, c’è una grande presenza di musica dal vivo, che resta impossibile da clonare: un concerto lo puoi videoregistrare, ma le emozioni che ti dà nel momento in cui si svolge sono impossibili da riprodurre artificialmente).
Un’età di mezzo – Carlo Bertotti
Vivo un’età di mezzo. E non è solamente una questione anagrafica ma qualcosa che ha più a che fare con il senso di provvisorietà, con il non ritrovarsi più con i tuoi luoghi, le tue sicurezze.
È una cosa che è successa a poco a poco. E se all’inizio la identifichi con un momento di crisi, poi la riconosci dal fatto che come te la vedono in tanti. E in tanti non riescono a trovare più le coordinate di sempre.
Di musica ho vissuto per anni, una passione irrazionale che poi è diventata anche lavoro. Un periodo in cui ho capito che qualsiasi cosa avessi fatto di differente nella vita non sarebbe stato lo stesso.
Poi quella stessa vita ti cambia le carte in tavola e arriva il giorno in cui capisci che devi comunque fare una scelta che ti porta altrove. Spesso è una questione economica, altre volte la fine di un sodalizio. Ma sempre più spesso ad un certo punto ti accorgi che vivere di musica nel terzo millennio è diventata cosa difficile, per certi versi impossibile.
Amici, musicisti, fonici, produttori. Una e più generazioni di addetti ai lavori falciata dagli eventi degli ultimi anni, arata da globalizzazione, internet e rivoluzione digitale.
La musica più di altro ha pagato. E pochi là fuori realmente hanno afferrato questo evento nella sua gravità. Perché quando si perdono per strada le idee, la progettualità, l’istinto e la grazia, una parte di noi si congela e non vive più.
La gente ormai pensa che la musica sia qualcosa di dovuto, un arredo, un contorno. Perché pagare per vedere un film? Per leggere un libro? Per ascoltare musica? In Rete c’è tutto e non costa nulla. Io ricordo librerie e negozi di dischi pieni di gente che sfogliavano avidamente copertine e booklet. Album che riunivano gente diversa tra loro o che diventavano bandiere di un movimento. Una cosa probabilmente incomprensibile per tanti, troppi millennials.
Perché oggi i ventenni aspettano spazientiti il loro turno, che per altro ai trentenni è regolarmente già stato negato e ai quarantenni è già sfuggito di mano.
Si vive di apparenza (che non è quella degli anni 80, si badi), la socializzazione pialla ogni forma di contrasto e originalità mentre una comunicazione smisuratamente veloce ci toglie capacità di reazione intima, autonoma, viscerale.
Pretendiamo qualcosa che non sappiamo neanche che forma abbia e non ci accontentiamo più del poco perché troppo poco pensiamo di aver fino a qui ricevuto.
Siamo prede di noi stessi, perché anch’io in questo momento scrivo su un Mac mentre controllo la posta elettronica o l’ultima asta su Ebay.
Un’età di mezzo. Perché quella musica che ben ricordo mi manca tanto. E non parlo dei concerti vissuti su un palco o delle sessioni di registrazioni in sala quando suonare era una professione . Ma di quelle note che ascoltavo nei solchi dei vinili che faticosamente ma regolarmente riuscivo a comprare ogni settimana da New Kary o da Buscemi qui a Milano.
Probabilmente bisognava farci una rivoluzione per questa cosa.
Si è scesi in piazza per nazioni lontane o per come facciamo l’amore, si è protestato per torti subiti da dissidenti e si sono fatte barricate per negare l’altrui esistenza.
Ma mai nessuno ha reagito con tutta la rabbia che sarebbe stata necessaria per rivendicare quella parte così importante che ci è stata portata via pezzo a pezzo.
Un giorno, durante un incontro con i ragazzi del Centro Musica a Modena ho detto loro che mi sembravano dei guerriglieri, soldati giapponesi che si nascondono nella giungla perché la loro guerra non è ancora finita. Ecco, se ce ne fosse qualche centinaio in più di questi Jedi della Stratocaster o del Minimoog allora certi orizzonti sembrerebbero meno opachi. O quantomeno ascolterei musica migliore alla radio.
Io voglio vivere di musica – Marcello Balestra
Da oltre 30 anni incontrando, ascoltando, scoutizzando, producendo, gestendo chi fa musica, mi sono sentito dire migliaia di volte che lo scopo della vita del cantante, del musicista, dell’autore o del cantautore di turno era principalmente ed assolutamente quello di voler vivere di musica, ossia di voler rispondere, a chi sapeva che quella persona si dilettasse in musica e alla quale poneva la solita domanda: “Sì tu suoni ma di lavoro cosa fai?” , di dire con disinvoltura: “Io di lavoro faccio musica!”. Come si fa a non dare ragione alla passione, al bisogno inarrestabile ed incontenibile di chi ama la musica e vuole farne un lavoro a vita? Tutto giusto, viviamo di musica, ma come si fa e da dove s’inizia? Generalmente i più facilitati a vivere di musica attiva, ossia suonarla o cantarla o scriverla, sono di due categorie: 1) quelli che la scrivono o la eseguono come nessun altro, 2) quelli che prima di essere cantanti, sono comunicatori o personaggi. Grazie per l’ovvietà direte voi e io rispondo prego, prego per voi! Sì prego perché le categorie suddette sono privilegiate, in quanto trattasi di persone che hanno il DNA intriso con la musica e con la comunicazione, ossia sono diventati esseri speciali. Quindi vivere di musica per chi ha studiato lo strumento ed ha trovato in quello strumento il suo microfono, il prolungamento dell’anima, un’estensione della propria natura umana ed artistica, attraverso cui esprimere energia, passione, estro, cuore, credo e umanità, non è conseguenza della bravura o della capacità tecnica, ma di un flusso di energia che raggiunge pubblico, tecnici e addetti ai lavori, per cui diventa lavoro solo di conseguenza. Vero è che la fortuna e la capacità di mettersi in contatto con il mondo fa la differenza, ma di questi tempi chi ha qualcosa di diverso su una base tecnica di qualità, viene notato sempre e comunque, anche se nascosto dietro la telecamera del tablet. Venendo al secondo gruppo di eletti a poter tranquillamente vivere di musica, ossia a comunicatori e personaggi, è utile far notare o ricordare che molti artisti mondiali hanno come caratteristica principale e primaria quella di essere un mix tra comunicatore visivo e sonoro e personaggio, ai quali si è aggiunta la vena espressiva del cantante o la si è utilizzata come forma di comunicazione di tali personalità. Ma siamo sicuri che tutti questi privilegi appartengano solo a pochi eletti? A parte il fatto che ci sono paesi e culture che sostengono la musica a vita per chi la abbraccia, sia a livello di studio che come performer, nella normalità dei casi eletto è chi fa un percorso non solo di apprendimento e di miglioramento del proprio strumento personale (voce) o aggiunto, ma chi trasferisce la propria essenza naturale e ben definita in ciò che esprime come voce, strumento e scrittura. La conferma di questo assunto è nella riprova che chi vive di musica a vita, è chi è capace di lasciare un segno personale intenso ed inconfondibile in ogni cosa che realizza, esegue o esprime, aggiungendo al brano o all’esecuzione quel bisogno di stupire se stesso e chi ascolta, senza per forza dover strafare, comunicando semplicemente quello che ha accettato di essere come persona e quindi come artista o musicista. Non si tratta certo di accettare un ruolo, ma bensì di accettare definitivamente la propria persona per quella che è, alla quale consentire poi di esprimere con tecnica e personalità, quello che la persona libera può esprimere artisticamente. Sembra complicato, forse logico, forse banale, forse per privilegiati, ma in realtà è cosa per tanti, tantissimi, ossia per tutti coloro che anziché chiedere di essere ascoltati per ciò che fanno artisticamente, prima cerchino di farsi ascoltare come persone e poi come artisti. Nella mia lunga esperienza mi è capitato di vedere, come sarà capitato anche a voi, persone fortunate che hanno avuto successo occasionalmente o fortuitamente o inspiegabilmente, che poi si sono dovute accontentare di replicare la stessa cosa mille volte per poterci vivere, mentre ne ho viste altre che dopo aver messo a fuoco il proprio punto di forza personale ed artistico, hanno avuto la possibilità di instaurare un dialogo in perpetuo con un pubblico, che anche in base alla fortuna del repertorio, diventava più ampio, ma sempre fedele alla persona che si celava dietro l’artista! Ecco quindi la soluzione all’esigenza di vivere di musica, quella di trovare o ritrovare veramente il proprio canale unico espressivo, per poi cercare un pubblico da coinvolgere con le proprie storie, le proprie performance sia canore che strumentali. Chi non fa questo percorso personale (che sia autore, musicista o cantante) al di là delle qualità tecniche, esecutive o estetiche, difficilmente potrà trovare il modo di vivere di musica attiva, ossia da protagonista, salvo accontentarsi del ruolo dignitosissimo e molto spesso più sereno e regolare, di insegnante, tecnico, organizzatore, fonico, co-autore, animatore, intrattenitore-pianobarista, regista musicale, corista, turnista ecc. ossia un meraviglioso ruolo di contorno e di supporto al mondo della musica, che accoglie tutti coloro che accettano di ricoprire sinceramente e seriamente detti ruoli, ma mai come ripiego a qualcosa che avrebbero preferito fare o essere. Vivere di musica vuol dire amarla, rispettarla e condividerla, senza morire di invidia o da incompresi!
Buona musica a tutti, con affetto.