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Toi – Maru

L’arte di perdere non è difficile da imparare; così tante cose sembrano pervase dall’intenzione di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Elizabeth Bishop, One Art.

“Toi” è il nuovo album di Maru, cantautrice siciliana di stanza a Bologna, pubblicato da Bravo Dischi in collaborazione con il Centro Musica Modena e il progetto Sonda.
Un grido di libertà dedicato all’arte di saper perdere, anticipato dai singoli Quechua e Zitta.
Maru è cresciuta e la voglia di gridarlo al mondo si sente. Attraverso un sound diverso, che si apre all’elettronica pop e alla dance, esplora sintetizzatori distorti e violenti e torna a ballad più dolci, avvicinandosi con garbo anche al mondo r’n’b e lo-fi. Saltano i confini musicali a cui ci aveva abituato. E le barriere di genere si infrangono grazie a quella voglia di andare oltre ogni pregiudizio che da sempre la contraddistingue. “Toi” è arrivato a un anno di distanza da “Zero Glitter”.
Nove brani che sono un mare impetuoso di emozioni.
Nove brani che raccontano di scelte sbagliate ed errori, relazioni che forse potevano essere evitate.
Di seguito qualche domanda rivolta a Maru per capire meglio il suo disco e il suo mondo. Che forse è anche un po’ il nostro mondo.

In quale periodo della tua vita sono nate le canzoni di “Toi”?
“La scrittura di “Toi” è stato un processo un po’ lungo in un periodo che definirei piuttosto incerto. Ho composto alcuni pezzi a casa al mare, in Sicilia, altri durante la strada che facevo per andare a lavorare, altri ancora durante dei traslochi. In un periodo in cui tutto mi teneva distante da ciò che più mi mancava, ossia suonare e divertirmi con la mia musica, l’unica certezza era questo disco. È un periodo in cui sto cercando di concentrarmi un po’ più sull’amore per me stessa”.

La persona a cui sono indirizzati alcuni versi sparsi tra i brani ha sentito i pezzi?
“Diciamo che sarebbe tutto più semplice se questi versi fossero indirizzati ad una sola persona”.

Per te cosa sono le coincidenze?
“Sono dei brutti o meravigliosi scherzi che ci fa la vita quando si annoia. Possono consistere nell’incrociarsi con qualcuno o schiantarsi, può essere qualcosa che non stavi assolutamente cercando ma che trovi improvvisamente e al momento più giusto o più sbagliato. Sicuramente le coincidenze sono ciò che muove il mondo, molto di più rispetto all’amore”.

Abbiamo letto che le ispirazioni musicali sono state Lorde, Robyn, Christine and the Queens, in questi ascolti cosa hai trovato e come ti sono stati “d’aiuto” per scrivere “Toi”?
“Sono spunti che prendo in considerazione per le sonorità: sono le stesse che vorrei poter raggiungere. Ho scelto di ispirarmi a queste artiste perché il loro è pop, ma non è mai banale o scontato”.

Tutto viene etichettato, dalle piccole alle grandi cose. Potremmo vivere in un mondo senza etichette?
“Sarebbe una splendida utopia, ma nessuno di noi è davvero in grado di farlo. Le etichette per alcuni di noi sono scomode, per altri sono un limite che può anche rendere più liberi”.

Dopo aver ascoltato l’intero album cosa speri che rimanga nell’ascoltatore?
“La voglia di riascoltarlo!”

È così difficile essere padroni di sé stessi?
“È un brutto mestiere, ma qualcuno deve pur farlo. Meglio essere noi i padroni di noi stessi rispetto a qualcun altro”.

Con chi ti piacerebbe collaborare?
“Mi viene fatta spesso questa domanda, ma non so veramente dare una risposta. Sono poche le persone che stimo e penso che questo debba venire prima addirittura della stima a livello artistico o professionale. Vorrei collaborare con belle persone e posso dirti che questo lo faccio già, altrimenti non sarei qui”.

Ti ricordi il tuo primo concerto? Come andò?
“Il mio primissimo concerto fu alle scuole medie. Era una sorta di talent show degli studenti. Io imbracciavo la mia chitarrina elettrica e ho deciso di suonare un pezzo dei Green Day. L’adrenalina di quel giorno non mi ha più abbandonata, per questo la cerco ancora oggi. Per questo mi manca così tanto il palco”.

Toy diventa Toi, un gioco. Una presa in giro.
O forse no.


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