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I valutatori: intervista a Marcello Balestra

Marcello BalestraAutore e compositore, laureato in legge con una tesi sul Diritto d’autore. L’inizio della carriera di Marcello Balestra nell’industria musicale è legato a Lucio Dalla: Balestra è stato tour manager del cantautore bolognese nel periodo 86-88 poi nel tour mondiale Dalla-Morandi 88-89. Nello stesso anno diventa responsabile editoriale, artistico e legale dell’etichetta Pressing, sempre con Dalla, e delle Edizioni Assist. Fino al 2000 è docente universitario in Diritto d’autore e Discografia ESE, poi inizia a collaborare con la casa discografica CGD. Dal 2004 è in Warner Music Italia.

 

Tu rivesti il ruolo di A&R manager per la Warner Music. Come si diventa A&R di una multinazionale discografica?
“A mio parere non c’è un percorso standard per ricoprire questo ruolo. C’è chi ha fatto gavetta e chi ha imparato ricoprendone il ruolo anche per caso. La mia esperienza è stata varia ma sempre rivolta alla produzione di progetti artistici musicali e di ricerca sul repertorio. Occorre sicuramente essere immersi nella musica a 360° gradi, poiché l’A&R può e deve sviluppare progetti totalmente diversi tra loro, specie in una major”.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un A&R per svolgere al meglio il suo lavoro?
“Un A&R manager deve avere il piacere, la curiosità, il bisogno, la voglia di ascoltare qualsiasi cosa gli sia proposta e poi con passione e determinazione, in base anche alle linee editoriali dell’azienda per cui opera, con serenità scegliere i progetti maturi per un pubblico che reputa potenzialmente pronto a capirli. Occorre anche tantissima umiltà e predisposizione all’arte altrui, senza quindi cercare di prevaricare artisti o produttori con la personale visione che si ha dei progetti, ma dando un contributo alla creatività già espressa”.

Come è cambiato il ruolo dell’A&R nel corso degli anni?
“Il ruolo è rimasto sempre legato alla progettualità e alle idee da sviluppare, oltre ai progetti obbligati da contratti, o da cadenze occasionali come il Festival di Sanremo. Da qualche anno l’A&R ha sempre più un ruolo trasversale e di ricerca anche in settori paralleli alla musica”.

Credi che si possa in qualche modo uscire dalla crisi che attanaglia la musica? Se sì, come?
“Cercando di non parlare solo del nostro settore ma di tutti i settori merceologici di beni ai quali si può rinunciare in momenti di crisi, direi che è possibile riconfigurare il ruolo della musica, specie per quella pop, e spostarlo da quasi sottofondo radiofonico a spazio culturale urbano. La musica può tornare protagonista e importante ad artisti e pubblico, soltanto allontanandosi dall’uso distratto che se n’è fatto negli ultimi anni, cercando invece di diventare un qualcosa da comunicare e non da somministrare: musica che serve a chi la ascolta e non a chi la produce. Solo guardando con più rispetto alla sensibilità di chi ascolta, si può trovare una soluzione diversa da quelle adottate fino ad ora, che assomigliano più alla vendita a peso che a quella di creatività emotiva”.

Nelle ultime stagioni i talent show hanno dato impulso al mercato discografico. è questa la strada da percorrere anche in futuro, o è stata una fortunata parentesi?
“Come previsto da tempo, anche il talent conferma il suo destino di programma tv che non riesce a sorprendere all’infinito. Il mercato è stato invaso da tanti nuovi nomi ma solo in pochi rimarranno. Ricordo che tre anni fa, quando cercai di porre l’attenzione sulle diverse intenzioni che ha un talent nei confronti di un partecipante, rispetto a quelle dello stesso partecipante, o di un eventuale produttore artistico e discografico, qualcuno disse che intanto coi talent si potevano far nascere nuovi talenti. Se pensiamo che i pochi giovani nuovi talenti sono il riassunto di centinaia di migliaia di partecipanti, c’è da riflettere sulle motivazioni prettamente televisive di un talent, ossia quelle giuste e primarie per chi fa televisione, di produrre uno show televisivo e non necessariamente di produrre talenti o costruire carriere. è sicuramente un bene che i talent abbiano dato a tanti giovani l’opportunità di imparare, migliorarsi e cimentarsi in programmi tv ma oggi rimangono spazi illusori”.

Cosa ti spinge a lavorare con un artista piuttosto che con un altro?
“Gli ingredienti di un artista sono tanti per capirli tutti al primo colpo e spesso ci si lascia coinvolgere dall’istinto più che da considerazioni tecniche. Aiuta molto la versatilità e la riconoscibilità oltre alla grande determinazione e all’intelligenza. Altri elementi fondamentali sono ovviamente lo stile, la scrittura e il modo di esprimere il tutto. Ultima cosa, comunque importante, è l’immagine, che deve essere coerente con ciò che esprime”.

Cosa ti aspetti dalla collaborazione con Sonda?
“Ogni volta che approccio nuovi spazi creativi, penso a nuove energie e a idee che s’incontrano. L’aspettativa è semplicemente questa, nella speranza di essere sorpreso da qualcosa di diverso, anche difficile da capire ma artisticamente e umanamente stimolante”.

Un tuo ricordo di Lucio Dalla.
“A Lucio devo tanto, lo ringrazierò sempre per avermi insegnato ad ascoltare e a dare!”.


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I valutatori: intervista a Giampiero Bigazzi

Giampiero BigazziProduttore, editore, compositore, autore e musicologo, Giampiero Bigazzi ha cominciato a suonare nel 1968 e ha legato il suo nome a quello dell’etichetta Materiali Sonori. Più “organizzatore di suoni” che musicista, ha collaborato con importanti artisti e band fra i protagonisti della musica indipendente e di ricerca in Italia e nel mondo. Scrive, organizza festival, mette in scena spettacoli di narrazione e di teatro minimo musicale.

 

Tu sei musicista, produttore e discografico. Come si diventa produttore e discografico?
“Non c’è una scuola, un concorso, o un bando, c’è qualche meritevole corso, come quelli che organizza periodicamente il Centro Musica di Modena. Nella musica il ruolo del produttore corrisponde a quello del regista nel cinema e nel teatro. Un ruolo molto importante. Quindi è giusto che venga svolto da musicisti, persone che, come in una sorta di ‘chiamata’ si fanno produttori e poi anche discografici”.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un produttore e un discografico per svolgere al meglio il suo lavoro?
“Nella musica il produttore non è l’uomo solo al comando, ma deve per forza interagire con i musicisti, creare e gestire la giusta miscela d’idee. E spesso è chi fa da ‘intermediario’ con il resto del mondo. Per fare il discografico bisogna avere sensibilità musicale, conoscenza della materia, delle tappe della sua realizzazione ed anche il senso degli affari”.

Come è cambiato il ruolo del produttore e del discografico nel corso degli anni?
“Non riesco a cogliere molti cambiamenti, soprattutto nel ruolo del produttore. Il regista del disco è sempre quello dagli anni ‘60. Capita che siano gli stessi titolari del progetto, i musicisti, a fare anche da produttori artistici e la cosa funziona ugualmente. Il ruolo del discografico invece è cambiato con l’esaurirsi della materia prima. Vendere dischi è sempre più difficile. Una volta si facevano i concerti per promuovere i dischi, oggi si fanno i dischi per organizzare un tour. Però esistono ancora le etichette e quindi esiste ancora il discografico”.

Credi che si possa in qualche modo uscire dalla crisi che attanaglia la musica? Se sì, come?
“Intanto la crisi in cui vivacchia il mercato della musica sta dentro una crisi terribile di tutto il sistema occidentale e forse planetario. Quindi la resistenza è ancora più dura. Soprattutto in Italia, Paese che ha sempre avuto una classe dirigente avulsa dallo ‘sfruttamento’ della cultura ed in particolare della musica. Oggi ci vuole molta più creatività di qualche anno fa. Si deve lavorare su più fronti. è una dura battaglia, che per il momento ha collezionato solo sconfitte”.

E’ plausibile pensare che la musica possa ancora inventare qualcosa di nuovo nel 2012?
“Penso di sì. In fondo anche i Beatles s’ispiravano a un rock‘n’roll pre-esistente e lo mescolarono con un certo tipo di canzone inglese. Non s’inventa mai qualcosa di completamente nuovo. E anche oggi si può e si deve mescolare, ma è più difficile, perché la comunicazione totale e la circolazione della musica rischiano di rendere tutto una gigantesca marmellata. Inoltre c’è il rincorrersi di antiche e nuove suggestioni. Amici mi fanno ascoltare i Radical Face, che mi piacciono, ma mi sembra di sentire Simon & Garfunkel: le stesse armonie nelle voci, gli stessi accordi, gli stessi strumenti. Oppure mi consigliano The Tallest Man On Earth, interessante, ma è uguale al giovane Dylan! E poi tutte queste band che usano rock ed elettronica. Una volta ho fatto ascoltare un CD dei Tuxedomoon ad una giovane amica, appassionata di elettronica, dicendole che avevo ricevuto questo demo da una band di Zurigo, per farne un disco, è rimasta folgorata: ‘Senti che suoni! Che originalità! Fallo, il disco’. ‘Cribbio’, rispondo io, ‘ma sono registrazioni del ‘79!’. Per inventare qualcosa di nuovo, ci vuole anche l’humus culturale e sociale adatto”.

Cosa ti spinge a lavorare con un artista piuttosto che con un altro?
“Per quanto riguarda la nostra storia, cioè quella più che trentennale della Materiali Sonori, i meccanismi sono stati per lo più casuali! Diciamo una specie di ‘meccanismo a incastro’. Noi siamo musicisti e quindi fin dall’inizio abbiamo suonato ed interagito con altri musicisti e questo ci ha portato a conoscerne altri ancora e quindi a creare una rete di collaborazioni e di proposte”.

Cosa pensi di Sonda?
“E’ un bel progetto, che fa onore non solo al Centro Musica di Modena che l’ha inventato, ma a tutti gli Enti che lo sostengono. è un modo per stare in sintonia con i ragazzi che fanno musica. Da parte mia, del Centro Musica e degli Enti, se lo vogliono, è un’occasione per avere sotto mano le tendenze contemporanee che animano la scena musicale e quindi è un mezzo per capire molte cose sulla cultura giovanile, non solo musicale”.

Sonda ti ha “dato” qualcosa in questi anni di collaborazione?
“Intanto devo ripetermi e dire che il Centro Musica di Modena è una delle esperienze più belle e utili per la musica in Italia. è una sorta di università dedicata alla musica popolare contemporanea. E per me è stato sempre un onore collaborarvi. Sonda mi ha permesso di venire a contatto, con serietà e continuità, con le produzioni musicali di un segmento importante della cultura musicale italiana. Per me è come una scuola, dove imparo a conoscere situazioni nuove, una specie di continuo corso di aggiornamento”.


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Marco BertoniNato a Bologna nel 1961, Marco Bertoni inizia a 16 anni a suonare fondando il Confusional Quartet, gruppo storico della “new wave ialiana”. Dopo quell’esperienza inizia a lavorare a progetti di musica contemporanea (uno su tutti il lavoro di ricerca sulla voce umana, che coinvolge le voci di Carmelo Bene, Kathy Berberian e Demetrio Stratos) e di musica leggera (con Lucio Dalla, Gianni Morandi, Angela Baraldi, Bracco di Graci, Gianna Nannini). Produce poi Motel Connection, Maccaroni Circus, il primo lavoro di Bob Rifo, collabora con diversi top dj e cura remix per artisti come Morgan, Jovanotti, The Simple Minds, Raiz, Subsonica. Ha collaborato, infine, come arrangiatore per lo Zecchino d’Oro e ha scritto colonne sonore per il cinema, la tv e la radio. Oltre all’attività con il Confusional Quartet, continua oggi il lavoro di produttore musicale nel suo studio.

 

Tu sei musicista e produttore. Come sei diventato produttore?
“A livello professionale grazie a Lucio Dalla, che propose a me e a Enrico Serotti (chitarrista dei Confusional Quartet) di produrre un album, “A piedi nudi”, per Angela Baraldi, di cui avevamo scritto tutte le musiche. Nel ruolo di produttore si ‘scivola’ un po’ per forza data l’esperienza che l’età accumula e un po’ per caso, ritrovandosi adatti nel ruolo sia psicologicamente sia artisticamente. Io sono un produttore più artistico che ‘commerciale’, nel senso che tendo a soddisfare le esigenze dell’artista piuttosto che quelle del mercato cui si fa riferimento. Forse perché sono convinto che la sincerità e l’energia, alla lunga, siano le uniche cose importanti”.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un produttore per svolgere al meglio il suo lavoro?
“Unitamente a conoscenze di elementi di grammatica musicale e armonia, credo che il produttore debba conciliare conoscenze tecniche nel campo della fisica sonora con conoscenze umane, perché deve avere a che fare con persone tanto diverse tra loro. è un’interfaccia tra chi crea e chi vende. Credo che debba avere delle antenne che fanno capire come e cosa fare per potenziare un lavoro, con il giusto distacco che il creatore non potrà mai avere”.

Com’è cambiato il ruolo del produttore nel corso degli anni?
“Credo poco, a parte la conoscenza delle nuove tecnologie digitali. In sostanza si tratta di aiutare l’artista a confezionare il suo lavoro in termini comunicativi. La crisi del settore ha portato oggi il produttore a rivestire spesso e volentieri anche il ruolo di fonico. Anzi a volte, adesso, si pensa che il produttore sia quella persona che ti mette a posto i microfoni e ti registra. Anni fa il mio lavoro si svolgeva con il fonico che seguiva le mie indicazioni e l’aiuto fonico, un ragazzo che stava imparando. Ora, invece, avviene molto in solitaria, ma devo dire che non mi dispiace seguire i progetti che produco fino al mastering, che solitamente faccio personalmente. è comunque indispensabile per il mio modo di lavorare che l’artista mi affianchi durante i missaggi, per avere un feedback continuo”.

E’ plausibile pensare che la musica possa ancora inventare qualcosa di nuovo nel 2012?
“Io sono un musicista e sento che la risposta è sì. La musica è comunque l’arte più antica e magica e il fatto che noi la pensiamo legata alla comunicazione e/o a un mercato, è una breve parentesi storica. La mia immagine della musica è: seduti in una strada polverosa di un Paese del nordafrica a sbattere dei sassi”.

Cosa ti spinge a lavorare con un artista piuttosto che con un altro?
“Solitamente, in questo periodo storico, i ragazzi mi fanno sentire dei provini, o m’invitano in sala prove. Se sento che posso dare qualcosa in termini di messa a fuoco e di crescita, mi metto in gioco e accetto la richiesta di collaborazione”.

Che cosa pensi di Sonda?
“Ottima cosa. Ottimo progetto e fa godere che sia finanziato dalle istituzioni. Con gli anni ho capito che tanto possono fare le istituzioni per la musica in termini di crescita sia culturale sia professionale. Sonda è un ottimo esempio di questo. Poter incontrare i giovani musicisti e parlare del loro lavoro (riconoscendolo come tale, un lavoro) è una bella cosa. Se ci fossero più iniziative come questa (nel territorio nazionale) le istituzioni almeno potrebbero pareggiare il diabolico cortocircuito cui da un po’ di anni stiamo assistendo: la tv (pagata dalla pubblicità) lancia degli artisti (non musicali, televisivi) e alcuni di questi raggiungono, grazie a questa forte esposizione mediatica, una certa notorietà, questa notorietà gli fa fare decine di serate nelle piazze pagati dalle amministrazioni pubbliche come attrazione artistica ‘popolare’. Asfissiante no? O per meglio dire, se c’è solo ciò, è una fotografia sfocata che comunque rende ancora più profondo il solco tra la musica ‘leggera’ e quella ‘alternativa’. In Italia il crossover è una chimera”.

Sonda ti ha “dato” qualcosa in questi anni di collaborazione?
“Certo, mi ha dato la necessità di chiarirmi alcuni passaggi per poi poter parlare ai ragazzi, mi ha dato la possibilità di mettere a frutto la mia esperienza per dare tantissimi consigli ai progetti che ho valutato. Ho avuto anche il piacere di ‘saltare la barricata’ e di trovarmi, dopo qualche anno di tutoraggio, dei ragazzi in studio a registrare il loro primo lavoro!”.


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Luca Fantacone
47 anni, laureato in Scienze Politiche, dopo un primo impiego come marketing assistant in Unilever, e un breve soggiorno a Londra, nel 1991 Luca Fantacone entra in Warner Music come product manager e poi come promotion manager. Dopo 4 anni passa in PolyGram, dove gestisce l’etichetta Black Out in qualità di direttore artistico. Segue una rapida esperienza in Sony Music e un’esperienza indie con la NuN Entertainment, al cui termine lavora due anni come free lance. Nel 2006 rientra in Sony Music, prima come digital marketing manager poi come direttore marketing del repertorio internazionale.

 

Dunque Luca, a bruciapelo: come si diventa A&R di una major discografica?
“Bisogna voler tradurre una passione in lavoro e non essere schizzinosi, perché in questo lavoro si fa di tutto e si deve essere pronti a fare di tutto. Saper improvvisare, non dare nulla per scontato, essere maniacalmente curiosi. Per me è stato il risultato di una volontà precisa: non ero sicuro di farcela e non avevo esperienza, ma avevo il desiderio di fare della musica un lavoro, non solo una costante quotidiana. Farne il mio centro, semplicemente”.

Prima di arrivare in Sony Music hai avuto modo di conoscere anche il mondo indipendente. Differenze, affinità… rimpianti?
“Penso che entrambe le esperienze mi siano state utilissime. Ho imparato molto da tutte le situazioni, e non penso che ‘essere indie’ o ‘major’ siano due mondi in opposizione, la vera differenza la fanno le persone. Ci sono persone ‘buone’ e ‘cattive’ sia nelle major che nelle indie, e di conseguenza buona o cattiva qualità del lavoro e dei risultati. NuN, ad esempio, era un ibrido: portata avanti con l’ambizione di una major e la sperimentazione di una indie, con capitali minori di una major ma con la sfacciataggine di voler investire in progetti di livello”.

Qual è secondo te, al giorno d’oggi, il ruolo delle major discografiche?
“Dato che il fulcro del business non è più la vendita del supporto fisico, il nuovo ‘centro di gravità permanente’ è la gestione del ‘marchio’ che un artista rappresenta quindi tutte le attività connesse all’artista stesso, dischi, tour, merchandising, publishing, diritti connessi, libri, partnership, sponsorizzazioni o altro. E’ semplice tanto quanto impegnativo: passare da record companies a entertainment companies. Il mio modo di lavorare è cambiato profondamente rispetto a 21 anni fa. Non penso come prima, non comunico come prima, non faccio strategie come prima. L’unica costante è che bisogna capire la musica che si propone per trasmetterla agli altri, e ovviamente essere sempre un po’ ‘irriducibili’, crederci a priori”.

Tutti cambiamenti accelerati sicuramente dalla rivoluzione digitale.
“Non solo. Ora è diverso il comportamento del pubblico, il come, quanto, quando e dove si consuma la musica, le conseguenze sulla produzione e promozione: l’industria deve interpretare i tutto questo e tradurlo nel modo di comunicare al pubblico i propri progetti, e in nuovo modello di business. Secondo me le cose non cambiano mai né in meglio né in peggio, ma è fondamentale essere attenti, curiosi e pronti a cambiare. Forse la cosa che rimpiango un po’ è ’ansia di cercare la musica che ci piace, ansia che ora è molto diminuita perché c’è fin troppa musica nell’aria”.

Parliamo di Sonda: come cambia il tuo approccio con gli artisti che ascolti tramite il progetto, rispetto a quelli che normalmente valuti per il tuo lavoro?
“La modalità non cambia molto, migliora però l’efficacia perché lo strumento Sonda è molto flessibile, e permette ascolti e feedback rapidi. In genere certo di essere molto schietto e sincero, non mi interessa tanto la qualità della registrazione o del missaggio (entro certi limiti) quanto la struttura delle canzoni o il testo, e nel caso di una band il fatto di avere un ‘proprio’ suono. Credo che un pezzo possa parlare la propria lingua indipendentemente dai soldi che si spendono nel suo confezionamento”.

Un consiglio per un artista che voglia approcciare una grande etichetta come Sony Music…
“Confrontarsi, e creare del business insieme: i due ruoli, artista e discografico, devono essere complementari. Più nello specifico, selezionare bene i propri brani e presentare solo quelli in cui si crede ciecamente, oltre a organizzarsi per inviare altro materiale che faccia capire anche qual è il proprio ‘mondo’. Ed evitare di spendere troppo o affidarsi a sedicenti produttori che promettono qualunque cosa in cambio, appunto, di denaro”.

Per finire: c’è stato un caso in cui hai rifiutato qualcuno che poi hai avuto successo?
“Uno sì, legato ad un tempo di reazione minore che altri hanno avuto… Ma non dirò mai chi. Preferisco ricordarmi di quando firmai i Verdena senza che nessun mio collega li avesse mai neppure immaginati”.


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I valutatori: intervista a Roberto Trinci

Roberto Trinci

Laureatosi nel 1991 con il massimo dei voti e una tesi sull’utilizzo delle perversioni sessuali nel marketing discografico, Roberto Trinci consegue un Master in Business Comunication presso Cà Foscari e dal ’94 inizia a lavorare come band manager per Elio e le Storie Tese e label manager di Casi Umani, Psycho Records, Casasonica. Head of A&R in BMG Music Publishing dal 1997, nel 2005 diventa (ed è tutt’ora) Direttore Artistico di EMI Publishing Italia. Ha firmato e scoperto, tra gli altri: TARM, Subsonica, Baustelle, Dente, Zen Circus, Il Pan del Diavolo, Perturbazione.

 

Una vita nella discografia, si potrebbe dire, la tua. Volontà o casi della vita?
“E’ stata una volontà in quanto da sempre appassionato e maniaco di musica. Figlio di due impiegati statali, e vivendo in un piccolo paese ligure, tutto avevo davanti tranne quello: ma volevo farlo, e ce l’ho fatta. E’ iniziata facendo scouting gratis per le major, poi mi hanno chiamato e ho iniziato facendo promozione per Elio e le Storie Tese”.

Da lì poi hai cambiato spesso: prima Casi Umani e Psyco, poi BMG, poi Casasonica (di cui sei stato fondatore) e poi nuovamente EMI. Come mai? E in generale preferisci trovarti in ambito indipendente o in grandi gruppi discografici?
“Il fatto è che mi considero abbastanza il datore di lavoro di me stesso, quindi quando nell’azienda in cui mi trovo non si riesce più a lavorare, cambio. Non ho mai modificato il mio atteggiamento nel lavoro tra indipendenti e le major perché mi sono sempre relazionato più che altro direttamente con i musicisti: certo le major hanno più soldi e sono più lente, anche se si posso velocizzare”.

In questi anni il mercato ha subito delle trasformazioni profonde: quali sono secondo te, nel bene o nel male, le più importanti?
“Sono molto, molto diminuite le disponibilità economiche, un fatto che assieme alla tecnologia ha ridotto le differenze tra major e indie. Però c’è anche molta più musica e, grazie a Internet, molto più confronto tra musicisti di tutto il mondo, oltre a un mercato internazionale sempre più importante a causa di mercati locali sempre più piccoli”.

Che cosa vuol dire, nel 2012, fare l’editore in campo musicale? E soprattutto, ha ancora senso dal momento che tantissimi artisti si promuovono da soli?
“Beh, l’editore firma, finanzia e dà genericamente una mano agli artisti all’inizio della propria carriera… Almeno nel mio caso, uso le conoscenze che ho tra gli addetti ai lavori per fare uscire voci e facce nuove. Nelle prime fasi ha un ruolo molto simile a quello di un manager, poi quando l’artista diventa un big il suo compito diventa quello di scegliere bene gli investimenti anche in ambiti extra-discografici (cinema, pubblicità, concerti) avvalendosi di collaborazioni esterne”.

Sono molti anni che collabori con il progetto Sonda: ti è capitato di sentire del materiale interessante? Come cambia il tuo lavoro rispetto a quello con artisti che ti contattano utilizzando altri canali?
“Mi è capitato di sentire materiale anche molto interessante, ma come editore ho bisogno di convincere almeno altri due partner (un produttore e un discografico e/o un’agenzia di concerti) per iniziare un vero lavoro, e questa è la parte complicata. Inoltre penso che di progetti validi ne escano uno o due all’anno (e limitandosi ad una regione ovviamente molti meno) quindi per la legge dei grandi numeri non è facile trovare qualcosa che ti convinca al 100%.

Se dovessi consigliare qualcuno su come muoversi per riuscire, ad esempio, a pubblicare un album o ad approcciare un editore del calibro di EMI Publishing, cosa gli diresti?
“Basta mandare del buon materiale e nel frattempo sbattersi per fare concerti e muoversi sui social network, con degli amici che ti diano una mano. Se il materiale è buono qualcosa succede”.

E se invece volesse fare il tuo mestiere?
“Iniziare aiutando i musicisti bravi che conosce e facendo da tramite tra loro e le strutture vicine come locali, radio, siti web. E quando qualcosa ‘riesce’ farlo notare alle poche strutture rimaste in piedi. E’ molto dura ma come ce l’ho fatta io ce la possono fare altri: io non conoscevo né musicisti, né discografici e sono arrivato a Milano senza conoscere nessuno… Insomma peggio di così non potevo partire”.

Per finire: c’è stato un caso in cui hai fatto un errore di valutazione, rifiutando qualcuno che poi hai avuto successo? Di quelle cose per cui ti mangerai le mani a vita…
“L’unico caso che mi ricordo è quello dei Luna Pop, che in realtà mi erano piaciuti ma avevano fatto richieste economiche da gruppo di successo prima ancora di pubblicare una sola canzone. Io e i miei colleghi non ce la siamo sentita di rischiare così tanto, ma il progetto ci era piaciuto. Devo però aggiungere che purtroppo (è questo è un pessimo segno per il mercato) sempre più spesso ci troviamo a festeggiare il fatto di non aver firmato qualcuno, ed evitato così un bagno di sangue”.


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Carlo BertottiAutore, produttore e musicista, Carlo Bertotti inizia la propria attività nei primi anni ’90 come compositore di musiche per cortometraggi e pubblicità. Nel 1996 fonda i Delta V insieme a Flavio Ferri, formazione con cui scrive e produce 6 album durante il decennio successivo. Parallelamente ha scritto e remixato brani per molti artisti italiani (Ornella Vanoni, Garbo, Alex Baroni, Baustelle, Angela Baraldi), e ha collaborato con Neil Maclellan (produttore di Prodigy e Nine Inch Nails), JC001 (Nitin Sawhney, Le peuple de l’herbe), Roberto Vernetti (La Crus, Elisa, Ustmamò).

 

Hai iniziato la tua carriera come musicista, proseguendo poi anche come produttore, a metà degli anni ’90. Per quanto siano passati (relativamente) pochi anni, il mercato discografico è radicalmente cambiato: qual è stato secondo te il cambiamento più importante?
“Sicuramente la trasformazione più profonda è stata quella digitale, con la conseguenza che la musica online ha decretato la morte del sistema musicale, almeno in Italia. La realtà purtroppo è che il download selvaggio ha ammazzato soprattutto gli artisti più giovani, che fanno più fatica a emergere perché non c’è modo di investire su di loro ma si punta su personaggi più consolidati e quindi economicamente sicuri”.

Quindi non credi che la diffusione delle nuove tecnologie abbia avuto anche degli influssi positivi sulla scena musicale?
“Certamente è anche vero che con la tecnologia che abbiamo a disposizione ora c’è più ‘democrazia’, quella degli ultimi anni è stata una sorta di piccola rivoluzione digitale. Ci sono meno possibilità economiche ma contemporaneamente ci può esprimere più velocemente e con poche risorse”.

Quindi se dovessi consigliare un artista su come muoversi per pubblicare un album o approcciare un’etichetta discografica, nel mercato di oggi, cosa gli diresti?
“Difficile rispondere. Molto dipende dal tipo di repertorio dell’artista. Fondamentalmente però a chiunque consiglierei, anche se sembra vecchio stile, di lavorare tantissimo sul live: suonare ovunque e il più sovente possibile, farsi conoscere, far crescere il proprio pubblico e acquistare solidità sul palco. Nonostante il web e i social network, il live conta ancora molto”.

Un approccio molto legato alla “realtà”, piuttosto che ai media e alla promozione.
“Il fatto è che negli artisti che mi capita di incontrare, sia in Sonda che altrove, vedo spesso ottime intuizioni ma poca forza di volontà. Il problema dei nostri giorni, in Italia come altrove, è che la televisione e il sistema dei talent show hanno bloccato il mercato, sia per i musicisti che per le major discografiche. Sembra che la gavetta sia sostituibile con una partecipazione a X Factor o Amici, ma ovviamente non è così”.

Quali sono le cose che ti colpiscono di più, quando ti trovi davanti un brano da valutare?
“Scrittura testi e composizione musica. Questa è la base da cui bisogna partire, quello che ci deve per forza essere, altrimenti manca il materiale. Poi le eventuali intuizioni sugli arrangiamenti”.

E hai mai sbagliato, qualche volta nel fare le tue valutazioni. Che ne so, qualcuno che hai bocciato come incapace e poi si è rivelato essere un successo.
“No, che io ricordi no. Nessun caso eclatante, almeno. Certo degli errori ne ho fatti anche io: per esempio ho fatto un errore di valutazione durante la promozione del primo album dei Delta V. Una cosa apparentemente piccola ma che alla fine ha influito pesantemente sulla carriera del gruppo. A volte capita…”.

Negli anni hai avuto modo di lavorare sia con indipendenti che major. Quali credi siano le differenze e i punti di forza (o anche di debolezza) delle une rispetto alle altre?
“Ognuna ha le sue peculiarità. La promozione delle major aiuta tantissimo in settori come radio e televisione, ed elargisce chiaramente dei budget per il recording cost molto più interessanti. Le indipendenti invece lavorano meglio sulla stampa specializzata, e hanno (o comunque avevano) persone più libere mentalmente ma per questo forse troppo poco inserite nel contesto e nella realtà di una musica italiana non al passo con le realtà estere”.

Spesso si parla di estero come a indicare qualcosa di migliore, di più “avanti” rispetto a noi: ma è veramente così? Tu che hai collaborato anche con molti artisti stranieri ci puoi raccontare quali sono le differenze nell’approccio alla musica.
“Delle differenze ci sono certamente, ma almeno per la mia esperienza posso dire che dipende dalle persone e non dalla nazionalità. Parlando di distinzioni nazionali quello che posso dire è che in Italia purtroppo le collaborazioni ultimamente sono diventate omologate, poco spontanee, se ne fanno troppe e a sproposito. Sembra quasi sia diventato l’unico modo per vendere qualche copia in più”.


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Daniele RumoriNato ad Ancona il 25 ottobre 1977, Daniele Rumori si occupa di musica indipendente da circa 15 anni. Vive a Bologna dal 1995, città dove ha fondato Homesleep Music (proclamata dalla stampa italiana migliore etichetta discografica indipendente del nostro Paese), di cui è stato direttore artistico fino al 2009 e per la quale hanno inciso gruppi come Giardini Di Mirò, Yuppie Flu, Julie’s Haircut, Fuck, Cut e Midwest. Da circa 10 anni è uno dei gestori, nonché responsabile della programmazione, del Covo Club di Bologna.

Raccontaci un po’ la tua storia: perché hai deciso di lavorare nella musica?
“Tutto è iniziato per caso. Quando avevo 17 anni alcuni miei amici avevano una band, gli Yuppie Flu, e andavo in giro con loro ai concerti dalle parti di Ancona, la nostra città. Quando sono arrivate le prime offerte discografiche abbiamo pensato di fondare un’etichetta per non lasciare la loro carriera in mani ‘sconosciute’. Ora mi sembra quasi impossibile essere ancora in questo mondo 15 anni dopo, anche se non più in ambito discografico”.

Gran parte di questa tua carriera l’hai passata però a Bologna, città in cui lavori tuttora: come hai visto modificarsi la scena negli anni?
“La scena musicale bolognese è sempre stata molto viva, ci sono tanti gruppi fantastici: penso agli A Classic Education, ai miei amati Cut ma anche a Forty Winks, The Tunas, Laser Geyser o The Valentines. Il problema è che si tratta di gruppi composti quasi esclusivamente da gente che ormai ha trenta o più anni… Ecco, mi sembra che stiamo vivendo un periodo di stasi. Dei nuovi, a parte Altre di B e Legless non ci sono molte altre band giovani che stia facendo parlare di sé, e Bologna ha davvero bisogno di qualche ventenne di talento che riesca a fare un po’ da traino”.

L’etichetta di cui parlavi all’inizio era Homesleep Music, che da qualche anno ha chiuso. Come mai?
“Quando abbiamo dato vita ad Homesleep in Italia, predicavamo nel deserto, siamo stati la prima etichetta indipendente con un accordo di distribuzione che prevedesse il pagamento dei dischi. Grazie a un computer e alle mail che mandavo siamo riusciti a diventare internazionali, distribuiti in 17 paesi. Poi nel dicembre 2009 abbiamo deciso di chiudere perché a causa del filesharing il mercato discografico tradizionale stava entrando in crisi, e per sopravvivere bisognava cambiare l’idea di fondo dell’etichetta. E noi non avevamo abbastanza stimoli per farlo. Siamo comunque la dimostrazione che la tecnologia offre delle possibilità enormi a chi ha le idee giuste e la capacità di muoversi attraverso i nuovi media, e che si va verso un mondo in cui molto probabilmente le major sono destinate a scomparire, mentre le indies prolifereranno grazie alla capacità di adattarsi”.

Da direttore artistico, dai un consiglio a un musicista che vuole approcciare una label.
“Gli direi di provare a mettersi nei panni del direttore artistico, a affinare al massimo il proprio materiale prima di proporlo. Il fatto è che le band non dovrebbero darsi come primo obiettivo quello di fare un disco e avere un’etichetta. Spesso infatti la cosa che mi colpisce di più, in negativo, quando ascolto del materiale, è la fretta con cui è stato registrato: una volta, visto che entrare in studio costava come comprare un’auto, prima di registrare i primi brani una band li affinava per almeno un paio di anni. Oggi dopo 3 giorni di prove registra e dopo nemmeno una settimana inizia a divulgare il materiale. E’ raro ascoltare un demo in cui si sente che il gruppo è affiatato e che ha lavorato a lungo per trasformare delle semplici idee in qualcosa di più sostanzioso”.

E di errori di valutazione ne hai mai fatti, rifiutando qualcuno che poi hai avuto successo?
“Come discografico c’è stato qualcuno che ho rifiutato e che ha invece avuto fortuna, ma sono cose che continuano comunque a non piacermi. Da promoter qualche errore l’ho fatto, tipo la volta che non me la sono sentita di fare i Kooks al loro esordio e poi fecero sold out all’Estragon, oppure quando un paio di anni fa ho preferito non fare la sconosciuta Anna Calvi per un cachet davvero molto basso. Capita. Però se penso che ho fatto suonare al Covo gruppi come Franz Ferdinand, Mumford & Sons, Gossip, Animal Collective, The XX, Broken Social Scene o The Decemberists allora credo che, facendo un bilancio, siano di più le volte che ci ho preso”.

Sono anni che collabori con il progetto Sonda. Come cambia il tuo approccio lavorativo rispetto a quello con artisti che ti contattano utilizzando altri canali?
“In generale sono una persona molto istintiva, quindi quando mi capita di ascoltare artisti nuovi di solito la mia reazione è sempre molto netta: mi piace/non mi piace. Con Sonda devo sempre fare il passo successivo, ovvero cercare di capire perché il materiale che sto ascoltando mi sembra buono oppure pessimo. È un processo davvero molto stimolante”.


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